Finitaly

L’Italia finisce ecco quel che resta, era un’opera famosa di Giuseppe Prezzolini uscita in America giusto ottant’anni fa col titolo The Legacy of Italy. Tornò in libreria in Italia nel 1958 con quel titolo verace e sconfortante.

Sono passati tanti anni ma la percezione di un’Italia che finisce si è fatta più acuta e intimamente contraddittoria. Ma quando finisce di finire questa benedetta Italia, se da secoli si annuncia il suo declino, e se da sessanta e più si annuncia il suo tramonto? Eppure quando Prezzolini pubblicava quel libro, l’Italia era in pieno boom economico e demografico, era in crescita, stava velocemente passando da paese agricolo e premoderno a paese industriale, impiegatizio, con un indice di benessere mai visto, l’istruzione obbligatoria e l’alfabetizzazione cresciuta grazie soprattutto alla tv. Sarebbero stati non solo gli autori antimoderni ma anche poeti come Pasolini o registi come Antonioni in Deserto rosso a raccontare il lato b del benessere e del consumo, il degrado nel cuore della crescita, la regressione dietro il trionfale progressismo. Però gli indicatori biologici ed economici allora erano in crescita: i figli stavano meglio dei padri, da genitori analfabeti venivano fuori figli laureati, era un boom di insediamenti industriali, di edilizia, di scuole e negozi, l’emigrazione si era fermata, e gli italiani, i meridionali sopra tutti, erano in forte espansione demografica. Il paese poteva essere spiritualmente declinante, ma era biologicamente rampante.

E oggi? Oggi il Declino di cui diffusamente si parla – e che dà il titolo a un testo recente di un economista, Andrea Capussela – non è più una percezione opinabile. La fine dell’Italia poggia su dati numerici, è quantitativa oltre che qualitativa, è materiale oltre che spirituale, è biologica oltre che culturale. Il prefatore del libro, Gianfranco Pasquino se la prende col governo in carica, ma i dati più preoccupanti non sono economici e politici ma anagrafici e demografici. In Italia i morti superano i nati, i vecchi superano i giovani, per ogni laureato che se ne va dall’Italia sono arrivati tre migranti senz’arte né parte. Ecco il dramma italiano in tre atti. Non è solo l’arrivo dei migranti, come a volte si semplifica, perché le emergenze demografiche del nostro Paese in realtà sono ben tre, e intrecciate.

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Corpus Domini: catechismo e preghiera

112. Nel giovedì dopo la festa della santissima Trinità qual festa si celebra?

Nel giovedì dopo la festa della santissima Trinità si celebra la solennità del Santissimo Sacramento, ossia del Corpus Domini.

113. L’ istituzione del Santissimo Sacramento non si celebra nel giovedì santo?

La Chiesa celebra nel giovedì santo l’istituzione del Santissimo Sacramento; ma perché allora é occupata principalmente in funzioni di lutto per la passione di Gesù Cristo, ha stimato bene di istituire un’altra festa particolare per onorare questo mistero con piena allegrezza.

114. In qual maniera potremo noi onorare il mistero che si celebra nella festa del Corpus Domini?

Per onorare il mistero che si celebra nella festa del Corpus Domini dobbiamo

  1. accostarci con particolar divozione e fervore alla santissima comunione e ringraziare con tutto l’affetto del cuore il Signore, che ha voluto donarsi a ciascheduno di noi in questo sacramento;
  2. assistere in questa solennità, e in tutta l’ottava, se si può, agli uffici divini, e particolarmente al santo sacrifizio della Messa, e far frequenti visite a Gesù velato sotto le specie sacramentali.

115. Perché nella festa del Corpus Domini si porta solennemente la santissima Eucaristia in processione?

Nella festa del Corpus Domini si porta solennemente la santissima Eucaristia in processione

  1. per onorare l’Umanità santissima di nostro Signore nascosta sotto le specie sacramentali;
  2. per ravvivare la fede e accrescere la divozione de’ fedeli verso questo mistero;
  3. per celebrare la vittoria che Egli ha dato alla sua Chiesa sopra i nemici del Sacramento;
  4. per riparare in qualche modo le ingiurie che gli vengono fatte dai nemici della nostra religione.

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Senza l’umiltà, non si va da nessuna parte …parola di sant’Alfonso!

L’umiltà salva l’uomo. Essa non è la virtù più grande (è la carità la virtù più grande), ma è senz’altro quella più importante, perché, senza di essa, non sono possibili le altre virtù. Come una collana: le singole perle valgono, il filo no; ma se non c’è il filo, le perle non possono rimare unite formando la collana. L’umiltà è il filo che tiene unite le perle.
A proposito dell’importanza dell’umiltà, leggiamo cosa scrive sant’Alfonso Maria dei Liguori nel suo “Vita della salute”.
Chi non è umile, non può piacere a Dio, il quale non sopporta i superbi. Egli ha promesso di esaudir chi lo prega, ma se lo prega un superbo, il Signore non l’esaudisce; agli umili invece diffonde le sue grazie: “Deus superbis resistit, humilibus autem dat gratiam” (Iac. 4. 6). L’umiltà si distingue in umiltà d’”affetto” ed umiltà di “volontà”. L’umiltà d’affetto consiste nel considerare noi stessi per quelli miseri che siamo, che niente sappiamo e niente possiamo, se non far male. Quanto abbiamo e facciamo di bene, tutto viene da Dio. Veniamo alla pratica. In quanto all’umiltà d’affetto dunque, per primo non mettiamo mai confidenza alle nostre forze ed ai nostri propositi; ma diffidiamo e temiamo sempre di noi. “Cum metu, et tremore vestram salutem operamini” (Phil. 12). Diceva S. Filippo Neri: “Chi non teme, è caduto”. Per secondo non ci gloriamo mai delle cose nostre, come dei nostri talenti, delle nostre azioni, della nostra nascita, dei nostri parenti e simili. Perciò è bene che non parliamo mai dell’opere nostre, se non per dire i nostri difetti. Ed il meglio è non parlar mai di noi, né di bene, né di male: perché anche nel dirne male, sorge spesso in noi la vanagloria d’esser lodati, o almeno d’esser tenuti per umili, sicché l’umiltà si riduce a superbia.

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LGBT Agenda Is a Demonic Attack on the Family, Cardinal Sarah Warns U.S.

Nella Chiesa conciliare si leva una voce chiara e forte in materia bioetica e morale. Ci sembra opportuno far notare come appaia una spaccatura sempre più netta su questi argomenti nella Chiesa di Bergoglio.

Same-sex marriage, transgenderism, and divorce are demonic attacks on the family, Cardinal Robert Sarah warned in his keynote speech for the National Catholic Prayer Breakfast in Washington D.C. early on Tuesday, May 17th, 2016.

“This is about defending ourselves, children, and future generations” he said, according to LifeSiteNews, “from a demonic ideology that says children do not need mothers and fathers. It denies human nature and wants to cut off entire generations from God.”

He listed examples of this evil ideology: “Do we not see signs of this insidious war in this great nation of the United States? […] The legalization of same-sex marriage, the obligation to accept contraception within health care programs, and even ‘bathroom bills’ that allow men to use the women’s restrooms and locker rooms.”

“Should not a biological man use the men’s restroom? How simpler can that concept be?”

He also pointed to divorce and cohabitation as destructive, especially for children.

“The rupture of the foundational relationships of someone’s life – through separation, divorce, or distorted impositions of the family, such as cohabitation or same sex unions – is a deep wound that closes the heart to self-giving love [unto] death, and even leads to cynicism and despair.”

“These situations cause damage to the little children through inflicting upon them a deep existential doubt about love. They are a scandal – a stumbling block – that prevent the most vulnerable from believing in such love, and a crushing burden that can prevent them from opening to the healing power of the Gospel.”

He lamented that new problems are compounding the old ones. “Sadly, the advent of artificial reproductive technologies, surrogacy, so-called homosexual ‘marriage,’ and other evils of gender ideology, will inflict even more wounds in the midst of generations we live with.”

“This is why,” he concluded, “it is so important to fight to protect the family, the first cell of the life of the Church and every society.”

His speech is reported to have been received with thunderous applause from the audience. The program also included Speaker Paul Ryan, Fr. Paul Scalia (son of the late Supreme Court Justice Antonin Scalia), and Sr. Constance Veit from the Little Sisters of the Poor.

fonte – https://churchpop.com/2016/05/17/lgbt-agenda-demonic-attack-family-says-cardinal-sarah/

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Il Guardian: stupri e colpi di stato, i crimini delle Ong

Nel 2008 alcuni di noi hanno scritto a Barbara Stocking, allora capo esecutivo di Oxfam, per criticare un report sponsorizzato dalla sua organizzazione, “Rule of rapists in Haiti”, che indicava gli haitiani come stupratori e al contempo non faceva cenno degli stupri perpetrati dalle forze ONU nel paese. L’anno precedente, 114 soldati sono stati mandati a casa per avere stuprato donne e bambine, alcune di età inferiore a 11 anni. Nessuno di loro è stato condannato.

Abbiamo scritto: “Le ONG come Oxfam sapevano da decenni degli stupri perpetrati dai militari dell’ONU, così come di quelli perpetrati dai membri di altre associazioni di carità. Solo il coraggio e la testimonianza delle vittime, donne e bambini di paesi poveri, ha portato alla luce questi eventi”. Non ci fu alcuna risposta.

Le ultime rivelazioni riguardo gli abusi sessuali perpetrati da membri appartenenti a grosse organizzazioni caritative sono solo la punta dell’iceberg della corruzione delle ONG. Gli abitanti di Haiti sono stati i primi a liberarsi dalla schiavitù, ma i “padroni” coloniali che hanno sconfitto -Francia, Inghilterra, USA- hanno continuato a saccheggiarli e sfruttarli anche attraverso le ONG straniere. Haiti ha più ONG per kilometro quadrato di qualunque altro paese della Terra, ed è il paese più povero dell’emisfero occidentale. La corruzione inizia e finisce all’interno del potere neocolonialista.

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Flop

di Alfio Krancic

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Ungaretti agli esami di maturità. Fu Mussolini a scrivere la prefazione de “Il porto sepolto”

Roma, 19 giu – Se i denunciatori dell’eterno pericolo fascista non fossero delle capre ignoranti, la traccia di letteratura dell’esame di maturità 2019 iniziato oggi si presterebbe a un’infinita polemica. Ma poiché capre lo sono per davvero, nessuno ha avuto nulla da ridire circa la scelta della poesia di Giuseppe Ungaretti, “Risvegli”, tratta dalla raccolta Il porto sepolto, uscita nel 1916. Del libro, tuttavia, fu stampata un’edizione anche nel 1923, arricchita da una prefazione d’eccellenza: quella del presidente del Consiglio Benito Mussolini. Qualche anno fa, infatti, è stato scoperto da Francesca Petrocchi, ordinario di letterature moderne comparate all’università di Viterbo, un documento autografo, conservato all’Archivio Centrale dello Stato, con il quale Ungaretti chiedeva a Mussolini (ottenendola) la prefazione alla sua raccolta poetica.

La lettera di Ungaretti a Mussolini

La lettera porta la data del 5 novembre 1922: Ungaretti ricordava il suo ”valore di poeta” universalmente riconosciuto, aggiungendo: ”Meriterei di essere da un pubblico più vasto conosciuto ed amato. Finora non conosco bene che la fame. L’Italia nuova deve sapere dare di più al valore. Vuole Vostra Eccellenza che la rinnovata italianità sta consacrando, innalzare anche la mia fede? Riccorro a V. E. come a un signore della Rinascenza. Quando l’Italia è stata grandissima nel mondo, i potenti non sdegnarono di coronarla di bellezza (ch’è la sola cosa non peritura)”. Appena insediatosi al governo, quindi, Mussolini appariva al poeta un signore del Rinascimento.

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Attacco alla giornalista Rai che osa andare in onda con il crocifisso

La giornalista Marina Nalesso indossa il crocifisso in diretta tv durante l’edizione del Tg2 e scoppia l’ira di Repubblica

La giornalista Rai Marina Nalessosi si macchia di peccato. La sua colpa? Aver indossato il crocifisso in diretta TV, durante l’edizione del TG2.

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fonte – https://www.laverita.info/attacco-alla-giornalista-rai-che-osa-andare-in-onda-con-il-crocifisso-2638908658.html

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50 città tedesche

di Alfio Krancic

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Alain de Benoist: discorso per un’Europa illiberale

Alain de Benoist è saggista, filosofo, autore di un centinaio di opere relative alla filosofia politica e alla storia delle idee. Ha appena pubblicato Contro il liberalismo. La società non è un mercato, per le Edizioni di Rocher. Interveniva al sesto colloquio dell’Istituto ILIADE, «Europa, l’epoca delle frontiere», il 6 aprile 2019:

Signore e signori, cari amici,

Vorrei parlarvi di un fenomeno relativamente nuovo e non privo di legami con il tema di questa giornata. Si tratta dell’illiberalismo. La parola è un po’ barbara, ma il senso è abbastanza chiaro: essa designa l’avvento di nuove forme politiche che si richiamano alla democrazia, ma vogliono allo stesso tempo rompere con la democrazia liberale che si trova oggi in crisi in pressoché tutti i paesi del mondo.

Il termine è apparso alla fine degli anni ’90 negli scritti di un certo numero di insigni politologi, ma solo in tempi molto recenti, nel 2014, si è imposto fra il grande pubblico quando il primo ministro ungherese, Viktor Orbán, ha pubblicamente dichiarato a un’università estiva del suo partito: «La nazione ungherese non è un aggregato di individui, ma una comunità che dobbiamo organizzare, fortificare e dunque elevare. In questo senso, il nuovo Stato che stiamo edificando non è uno Stato liberale ma illiberale». Aggiungeva che è giunto il momento di «comprendere sistemi che non sono occidentali, che non sono liberali, e che però fanno il successo di alcune nazioni».

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