L’Editoriale del Venerdì

 di Arai Daniele

LEFEBRE 3«Lettera aperta al Papa – Manifesto Episcopale» (21 novembre 1983)

 Nel novembre 1983, Mons. Lefebvre e Mons. Castro-Mayer inviarono a Giovanni Paolo una Lettera aperta con un dettagliato Manifesto Episcopale:

 

 

 

“La situazione della Chiesa, da venti anni, è tale che essa appare come una città occupata. Migliaia di sacerdoti e milioni di fedeli vivono nell’angoscia e nella perplessità a motivo della “autodemolizione della Chiesa” Gli errori contenuti nei documenti del Vaticano II, le riforme postconciliari, e particolarmente la Riforma liturgica, le false concezioni diffuse da documenti ufficiali, gli abusi di potere compiuti dalla gerarchia, li gettano nel turbamento e nel disagio. […] Tacere in queste circostanze significherebbe farsi complici di queste cattive opere (cfr. 2Gv 11) […] È con i sentimenti di S. Paolo di fronte a S. Pietro, allorché gli rimproverava di non seguire la “verità del Vangelo” (Gl 2, 11-14), che noi ci rivolgiamo a Voi”.

 

Non vi fu risposta diretta. Cominciava a farsi evidente o il disinteresse per le questioni riguardanti la fede, o allora, il che è molto peggio, la chiara deviazione dalla verità del Vangelo. La risposta venne indirettamente nei fatti.

Un anno dopo il «Manifesto» dei due Vescovi, il Vaticano fece la mossa dell’Indulto per la Messa tradizionale; ma a condizione che gli interessati prendessero le distanze dai dissidenti del Vaticano 2º.

Per giunta, Giovanni Paolo 2º appoggiò allora vecchie e nuove eresie, dalla protestante alla neocatecumenale, questa in modo manifesto e frequente.
L’11 dicembre 1983 Giovanni Paolo predica nel tempio luterano di Roma. Dice che si dovrà “rifare il processo a Lutero in modo più oggettivo”, dando così ad intendere che la sentenza di Papa Leone X sulla questione di fede sia ingiusta e riformabile.

Inoltre riceve regolarmente dal 1984 esponenti della potente massoneria ebraica del B’nai B’rith, con cui ha rapporti di collaborazione.

Il 10 maggio 1984, in Tailandia, visita ufficialmente uno dei capi del buddismo e s’inchina (come vicario di Cristo) davanti al suo trono.

L’11 giugno 1984, a Roma, si fa rappresentare nella posa della prima pietra della futura maggiore moschea in Europa.
Ancora nel 1984, in una concelebrazione da lui presieduta in Nuova Guinea, una ragazza di un collegio cattolico legge l’epistola a torso nudo.
Per i due Vescovi il mondo riservò solo animosità e perfino disprezzo.

Mi ricordo della lettera di un ordine “cavalleresco”, una di quelle congreghe piena di boria, che ha deciso di escludere Mons. Mayer come membro onorario, a causa della sua “sfida” al Santo Padre! Quanta miseria mascherata da nobile fedeltà!
Così, in vista delle parole finali del Manifesto, che richiedeva una risposta mai venuta, un anno dopo, nel novembre 1984, d’accordo con Don Francesco Putti, son tornato in Brasile per sollecitare Mons. Castro Mayer, a pubblicare un documento conclusivo su quel silenzio di Roma in questioni di Fede. Il fatto è che in quei giorni il Vaticano pubblicava il suo “Indulto” per i fedeli della Santa Messa che prendessero le distanze della Fraternità di Mons. Lefebvre. Eppure, proprio lì sono precipitati nella trappola; il superiore Schmidberger ordinò ai priorati la raccolta di firme… per ringraziare il Santo Padre per tanta grazia! Più abbacinati di così si muore!

Ben diversamente, Mons. Antonio de Castro Mayer, dopo il miserabile silenzio che cadde su tutte queste gravissime questioni, in un’intervista all’importante Jornal da Tarde di S. Paolo, del 6 novembre 1984, dichiarò che “il Vaticano 2º, con i suoi documenti, come la dichiarazioni Dignitatis humanae, ha proclamato un’eresia oggettiva per cui: La Chiesa che aderisce formale e totalmente al Vaticano II con le sue eresie, non è né può essere la Chiesa di Gesù Cristo. Quelli che seguono o applicano tale dottrina dimostrano una pertinacia che normalmente configura l’eresia formale. Ancora non li abbiamo accusati categoricamente di tale pertinacia  per dirimere la minima possibilità d’ignoranza su questioni così gravi. Ma se può non essere chiara la pertinacia nella forma di un’effettiva offesa alla Fede, questa pertinacia si manifesta nell’omissione di difenderla”.
– E l’indulto per la Messa tradizionale? “Lo considero doloso, poiché pretende di autorizzare, come se fosse illegale, quanto non richiede tale autorizzazione!”

In quel frangente, però, il superiore della Fraternità in questione, lodava tale «indulto-insulto»! Così, dopo essersi spaccata in America con nove preti su dieci usciti, tale Fraternità stava per spaccarsi anche in Italia. Forse ciò poteva essere evitato con una nuova iniziativa volta a ottenere una posizione ferma dei Due Vescovi all’occasione del nuovo Sinodo a Roma. Mons. Castro Mayer dal Brasile abbozzò una lettera forte a Giovanni Paolo 2º i cui termini erano da discutere con Mons. Lefebvre per la lettera comune. Ne sono stato portatore nel viaggio fatto a Ecône in quel mese d’agosto. L’Arcivescovo lesse il testo e mi chiese di tornare dopo un paio d’ore. Quando tornai il Prelato aveva la lettera preparata, che mi lesse; era quella sul “cattivo pastore”, resa pubblica dopo le diverse confusioni interne che seguirono. Non nascosi che quei termini parevano vaghi e chiesi se dopo l’accusa perentoria sulla libertà religiosa conciliare non era il caso di accusarli categoricamente di tale pertinacia con una parola finale sulla decadenza dell’autorità cattolica di chi la promuoveva. A questo punto Monsignor Lefebvre mi informò, per mia sorpresa, che don Tissier de Mallerais preparava un “Dubbia” da inviare al Vaticano. Dopo tanti anni si trattava la dottrina posta in atto ovunque, come se tali eresie ancora richiedessero chiarimenti da parte del Vaticano conciliare, se, quando e come, esso si degnasse a concederli?

Ad ogni modo la lettera sarebbe partita e consegnata in mano ad ogni padre sinodale. conforme scritto a Mons. Castro Mayer. Era la lettera per l’occasione del sinodo dei vent’anni del Vaticano 2º che Mons. Castro Mayer e Mons. Lefebvre scrissero insieme a Giovanni Paolo per dire che, se il sinodo non tornava al magistero della Chiesa, ma ribadiva in materia di libertà religiosa tale errore, fonte di eresie: avremo il diritto di pensare che i membri del sinodo non professano più la fede cattolica… e Voi non sarete più il Buon Pastore.

Su tali gravissime parole Giovanni Paolo fece solo un ironico commento alla stampa, a dimostrazione che l’ammonizione le era arrivata.

E la «pastorale ecumenista» di Giovanni Paolo II continuò come prima, peggio di prima.

Il 2 febbraio 86, in India, riceve in fronte da una sacerdotessa di Siva il segno del “tilak”. Poi, a Madras, le ceneri iniziatiche di sterco di vacca sacra.

Il 24 febbraio approva l’adesione della Chiesa conciliare al Consiglio mondiale delle chiese, con sede a Ginevra, riconosciuto anche da molti protestanti come centro di potere mondiali sta (e massonico).

Il 13 aprile, a Roma, visita ufficialmente la Sinagoga dove recita i salmi con il grande Rabbino ed altri che ripetono parole d’accusa contro la Chiesa.

Il 5 ottobre reca omaggio alla comunità protestante di Taizé ed ai carismatici di Paray-le-Monial, dove dice superato il culto al Sacro Cuore.

E finalmente, il 27 ottobre  1986, ad Assisi, promuove e presiede alla preghiera per la pace delle grandi religioni. Ciò da allora è ricorrente. Ma, quanto lasciava allibiti i cattolici, entusiasmava la ‘cultura’ massonica e agnostica dei potenti del mondo.

Ecco che il 4 novembre 1986, alla celebrazione del 40° anno dell’UNESCO, veniva innalzata al posto d’onore una gigantesca foto di Giovanni Paolo 2º. Era già elevato agli altari del mondo e dell’ONU, quello che ora Bergoglio si appresta a canonizzare!

 

Dichiarazione di Buenos Aires

 

Alla fine del 1986, dopo l’abominio d’Assisi, i due Vescovi si trovarono a Buenos Aires per pubblicare la dichiarazione in cui, menzionando la “rottura di Paolo VI e di Giovanni Paolo II con i loro predecessori”, concludendo: “consideriamo nullo tutto quanto fu ispirato da questo spirito di negazione: tutte le riforme postconciliari e tutti gli atti di Roma realizzati dentro questa empietà.

«In conseguenza alla visita di Giovanni Paolo 2º alla sinagoga e al congresso delle religioni ad Assisi Roma ci ha fatto chiedere se abbiamo l’intenzione di proclamare la nostra rottura con il Vaticano in occasione del congresso di Assisi. A noi sembra piuttosto che la domanda dovrebbe essere la seguente:
«Credete e avete l’intenzione di proclamare che il Congresso di Assisi consumi la rottura delle Autorità romane con la Chiesa Cattolica? Perché è proprio questo che preoccupa coloro che sono ancora cattolici. In effetti, è ben evidente che a partire dal Concilio Vaticano II il Papa e gli Episcopati si allontanano sempre più nettamente dai loro predecessori. Tutto ciò che è stato messo in opera dalla Chiesa nei secoli passati per difendere la fede, e tutto ciò che è stato compiuto dai missionari per diffonderla, fino al martirio, è ormai considerato come un errore di cui la Chiesa dovrebbe scusarsi e per il quale dovrebbe farsi perdonare.
«L’attitudine degli undici papi che dal 1789 al 1985 hanno condannato la rivoluzione liberale, con documenti ufficiali, è considerata come «una mancanza di comprensione del soffio cristiano che ha ispirato la Rivoluzione». Da qui il voltafaccia completo di Roma a partire dal Vaticano II, che ci ha fatto ripetere le parole rivolte da Nostro Signore a coloro che stavano per arrestarlo:
Haec est hora vestra et potestas tenebrarum – Questa è la vostra ora, è l’impero delle tenebre (Lc XXII 52-53).
«Adottando la religione liberale del protestantesimo e della Rivoluzione, i princípi naturalisti di J. J Rousseau, le libertà atee della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, il principio della dignità umana senza più alcun rapporto con la verità e la dignità morale, le Autorità romane voltano le spalle ai loro predecessori e rompono con la Chiesa Cattolica, esse si mettono al servizio dei distruttori della Cristianità e del Regno Sociale di Nostro Signore Gesù Cristo.
«Gli atti attuali di Giovanni Paolo II e degli Episcopati nazionali illustrano di anno in anno questo cambiamento radicale della concezione della fede, della Chiesa, del sacerdozio, del mondo, della salvezza che si ottiene con la grazia.
«Il colmo di questa rottura con il magistero anteriore della Chiesa si è raggiunto ad Assisi, dopo la visita alla sinagoga.
«Il peccato pubblico contro l’unicità di Dio, contro il Verbo Incarnato e la Sua Chiesa, fa fremere d’orrore: Giovanni Paolo II che incoraggia le false religioni a pregare i loro falsi dei: scandalo incommensurabile e senza precedenti.
«Noi potremmo riprendere qui la nostra dichiarazione del 21 novembre 1974, che rimane più attuale che mai. Noi, che restiamo in modo indefettibile attaccati alla Chiesa Cattolica Romana di sempre, siamo obbligati a constatare che questa religione modernista e liberale della Roma moderna e conciliare si allontana sempre più da noi che professiamo la fede cattolica degli undici papi che hanno condannato questa falsa religione. La rottura non viene dunque da noi, ma da Paolo VI e da Giovanni Paolo II, che rompono con i loro predecessori.
«Questo rinnegamento di tutto il passato della Chiesa attuato da questi due papi e dai vescovi che li imitano è un’empietà inconcepibile e una umiliazione insostenibile per coloro che restano cattolici nella fedeltà a venti secoli di professione della stessa fede.
«Noi consideriamo, dunque, come nullo tutto ciò che è stato ispirato da questo spirito di rinnegamento: tutte le riforme postconciliari e tutti gli atti di Roma che sono compiuti con questa empietà.
«Noi contiamo nella grazia di Dio e nel suffragio della Vergine fedele, di tutti i martiri, di tutti i papi fino al Concilio, di tutti i Santi e le Sante fondatori e fondatrici degli ordini contemplativi e missionari, perché ci vengano in aiuto nella rinascita della Chiesa con la fedeltà integrale alla Tradizione. »

Buenos Aires, 2 dicembre 1986.

 

Il Vescovo Antonio de Castro Mayer già allora diceva apertamente, come lo ha fatto pubblicamente nel 1988, durante le consacrazioni episcopali di Ecône, che siamo senza papa e che in Vaticano c’è un antipapa. Parole non scritte, ma i documenti sopra rimangono per sempre nella storia della Chiesa dei nostri tempi tenebrosi, più di tante omelie e discorsi dimenticati.

Che Dio ci scampi e liberi da tanto male.