di Giacomo Maria Prati

PAPA DJ FRANCESCOLa svalutazione dei Sacramenti nella pastorale di Papa Francesco

 Se anche noi stessi o un angelo dal cielo vi predicasse un Vangelo diverso da quello che
vi abbiamo predicato, sia anatema (Gal 1,8)

Ti scongiuro davanti a Dio e a Cristo Gesù che giudicherà i vivi e i morti, per il suo avvento e il suo regno, predica la Parola, insisti opportunamente e inopportunamente (2 Tim. 4, 1-2)

Prima di analizzare come vengano trattati, spiegati o accennati i Sacramenti in alcuni scritti di Papa Francesco è necessario premettere il suo pensiero in tema di Dottrina cattolica in quanto la fede cattolica nell’identità, nel ruolo e nell’efficacia dei Sacramenti è uno dei nuclei essenziali della dottrina della Chiesa cattolica e della sua Fede. Lo stesso Credo e i suoi Dogmi sono intimamente e indissolubilmente connessi con la dottrina dei Sacramenti. L’Eucarestia si fonda sui dogmi dell’Incarnazione e della Resurrezione di Gesù Cristo. Il Battesimo è citato espressamente nel Credo. Il Matrimonio è l’ambito e il contesto al cui interno il Figlio di Dio ha scelto di incarnarsi. Il Sacerdozio è implicato nel ministero profetico quale ruolo di veicolazione dello Spirito Santo. L’unzione degli infermi è connessa alla morte e resurrezione di Gesù Cristo, mentre la cresima và riportata alla viva speranza nella resurrezione della carne e nella vita del mondo che verrà. La confessione deriva dalla Redenzione di Gesù Cristo e dal ruolo di santificazione svolto dalla Chiesa per mandato di Gesù Cristo a Pietro e agli altri apostoli. Il pensiero del Papa sembra invece porsi qual pensiero che svaluta e relativizza i Sacramenti nella loro identità, in merito alle condizioni di accesso agli stessi e in merito al loro ruolo salvifico. Il Papa insiste molto sull’urgenza di annunciare il Vangelo e Cristo ma non insiste sulla Dottrina cattolica. A proposito dell’evangelizzazione parla di annuncio della “vita di Gesù” ma non parla della Dottrina di Gesù (Evangelii gaudium, 49). Oltre a ciò il Papa ritiene poco opportuno annunciare i temi morali che derivano dal Vangelo (id 35). Si dovrebbe quindi annunciare la novità salvifica di Cristo senza parlare di morale e di dottrina. Nel testo del Vangelo però non risulta così facile distinguere fra morale e metafisica e và riflettuto sul fatto che la maggioranza dei contenuti dei Vangeli vanno riportati alla categoria della predicazione, dell’insegnamento, della dottrina appunto, mentre una minoranza riguardano gesti ed azioni, i quali di per sé stessi non appaiono comprensibili e coerenti se letti senza il supporto della relativa dottrina. Questo emarginare il ruolo della Dottrina, come se fosse possibile evangelizzare senza quei Dogmi e senza quel Credo che rappresentano il fulcro della novità salvifica cristiana, si accompagna ad un altro pensiero insistente del Papa: l’urgenza di “semplificare”. Si tratta di un tema nuovo che non è mai comparso nel Magistero o nell’apologetica cattolica. Il tema presuppone che l’interezza della Dottrina cattolica sia troppo complicata o comunque difficile da comprendere da parte dalle masse contemporanee. Si tratta di un pensiero che sembra svalutare sia le capacità di comprensione umana che la semplicità del linguaggio vangelico. L’unico motivo che si utilizza per giustificare questa urgenza di semplificazione è l’assunto che la semplicità è più facile da comunicare e che i mass media amano una comunicazione semplice. Questa tesi rischia di banalizzare il messaggio, di ridurlo a comunicazione emotiva, a pastorale “sentimentale”, in quanto senza morale e dottrina come si può vivere e approfondire il Vangelo? Si rischia infine di sopravvalutare il ruolo dei mass media odierni, non certo elevati o meritevoli nella loro ordinaria qualità, ma anzi orientati in grandissima prevalenza a scenari del tutto decristianizzati. Il ruolo missionario ed evangelizzatore assume quindi una contraddizione interna: comunicare un qualcosa che si vuole modificare/adattare nel momento in cui lo si comunica, cioè comunicare un qualcosa che si ritiene di per sè non comunicabile efficacemente. Appare evidente che non si può fare progressi nell’evangelizzazione se si ritiene che ci sia qualcosa che non và nel Vangelo!  La semplificazione sembra assumere il tono di un’istanza ideologica, di un omaggio ai mass media quale compromesso con il loro linguaggio. Và considerato come non esistano linguaggi neutri e ogni linguaggio sia veicolo, anche inconsapevole, di precisi valori e ambiti spirituali e il suo uso genera determinate conseguenze. Nel pensiero del Papa l’urgenza di evangelizzare si mescola inoltre con altri “pensieri”, eteronomi e alieni dall’apologetica cattolica, che emergono con forza quale ad esempio la retorica del “pensiero aperto”, di origine liberale-popperiana. “Il gesuita deve essere una persona dal pensiero incompleto e dal pensiero aperto“ (Intervista a Civiltà cattolica, pg. 454) Abbiamo quì addirittura un romantico elogio dell’incompiutezza, dell’indistinzione,. che mina alle basi ogni certezza e slancio missionario. Su questa scia si aggiunge, quasi a suffragio argomentativo, il pensiero che “l’aura mistica non definisce mai i suoi bordi”. L’uso di questi termini appare deflagrante in quanto non si parla di mistica o di misticismo in riferimento al Mistero di Dio, ai Dogmi, alla partecipazione alla vita di Dio, ma si parla di “aura” cioè di emanazione, di clima, di atmosfera e suggestione, riducendo la verticalità dell’ascesi a sentimentalismo e a gusto dell’indeterminatezza, come se Dio fosse una rassicurante nebbia in cui è bello confondersi. Sembra di ascoltare Ungaretti: “ardo d’inconsapevolezza” o il Leopardi di “naufragar m’è dolce in questo mare”. Il termine “mistico” viene usato quindi nella sua accezione laica, immanente, metaforica, per cui anche le adunate di Hitler e i proclami di Stalin possono essere correttamente definiti dagli studiosi di antropologia e sociologia quali linguaggi misticheggianti. Questa tendenza radicalmente riformulatoria induce un movimento di “decentramento” rispetto al ruolo dei Dogmi e della Dottrina dentro la religione cattolica. La parola è usata addirittura dal Papa in un nuovo senso positivo: “il gesuita è un decentrato” in quanto “il suo centro è Gesù Cristo e la sua Chiesa”. Questo strano linguaggio poeticizzante è ambiguo in quanto inverte il senso comune dei termini. Giustamente Gesù è detto “centro” della vita per un religioso ma illogicamente si valorizza la parola “decentrato” mentre si dovrebbe dire: “incentrato” per alludere all’immedesimazione dell’uomo religioso con il suo Maestro divino. Si fisicizza il rapporto fra centro e ancillarità alienando i termini dell’unificazione spirituale. Questo stile di linguaggio rasenta il sofisma e lo stile oratorio e politico, tutto fondato su immagini e metafore molto fluide. Questo approccio insistentemente antidottrinale e a favore dell’ “informalismo” continua a precisarsi passando, anche con la ripresa della stessa formulazione letterale, dall’ “Intervista alla Civiltà cattolica” all’ “Evangelii gaudium”: “La proposta evangelica deve essere più semplice. (…) Gli insegnamenti tanto dogmatici quanto morali non sono tutti equivalenti.  Una pastorale missionaria non è ossessionata dalla trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine da imporre con insistenza” (Intervista, pg. 464) la frase appare molto rilevante in quanto si pone come strategica e programmatica per il pontificato di Francesco e quindi và analizzata con cura. Per quanto riguarda l’insistenza con il tema della semplicità sembra la stessa petizione di principio del tutto non motivata e dimostrata che viene riproposta in più salse e che dimostra una notevole irrazionalità considerando come il linguaggio del Vangelo sia già semplice e considerando che sia un linguaggio che sovra umanamente dimostra una straordinaria vitalità da 2000 anni, e considerando infine l’effetto già semplificatore imposto dalla superficialità dei mass media. La semplicità quale valore vangelico vanta una ricchissima tradizione spirituale e scritturale e letteraria che lo collega alla sapienza, all’ascesi, alla meditazione, alla mistica e non solo allo stile narrativo e comunicativo. Il pensiero del Papa sembra invece ridurre il tema profondo della semplicità a pura questione di stile come se il linguaggio vangelico (“evangelico” è termine che significa: “protestante”) fosse ormai definitivamente sconfitto storicamente. Ancora più grave l’affermazione successiva in cui si introduce una non chiara gerarchia all’interno della Dottrina fra dogmi più importanti e dogmi meno importanti, fra più livelli di Verità e di Giustizia. Questa rivoluzionaria scissione spiazza anch’essa ogni velleità missionaria introducendo altre dosi di incertezza identitaria. L’ultima frase del passo citato si lascia andare ad una strana e dura polemica contro non si capisce chi o cosa, come fosse male e sbagliato insistere nell’annunziare la Dottrina cattolica, come ci insegna San Paolo, Dottrina che qui viene relativizzata come fosse un qualunquista e generico “insieme di dottrine”, come se si trattasse di un insegnamento politeista o relativista, confuso e inutile e non la manifestazione stessa di Dio quale Verità. La psicologia del testo e della sua sottotraccia denota quasi paura o fastidio di e nel suscitare reazioni contrarie annunziando l’integralità della Dottrina cattolica. La critica, astratta e preventiva, ad un presunto carattere “disarticolato” della predicazione non ha senso e sembra alludere che qualsiasi predicazione morale sia disarticolata in quanto estranea al suo contesto (quale? quello mistico-metafisico?) L’ingresso di un inaudito (cioè mai prima ascoltato) pensiero censorio, stilistico e ideologico in tema di evangelizzazione proprio dal parte del Papa che più di ogni altro si pone come fautore dell’evangelizzazione si presenta quale macroscopico paradosso e contraddizione. Un “segno dei tempi”, senza dubbio. Tutto ciò è incoerente con i dati scritturali e la Dottrina cattolica ma è coerente con altre anomalie di formulazione presenti all’interno della pastorale di Francesco. Ricordiamo certe affermazioni temerarie, demagogiche e dal sapore hegeliano presenti nel suo discorso a Rio alla GMG: “Dio è reale se si manifesta nell’oggi” e ancora: “Dio sta da tutte le parti”, due affermazioni apodittiche, ideologiche, retoriche, che non corrispondono al pensiero cattolico e cristiano e che sembrano ridurre l’idea di Dio ad una divinità storicistica, immanente, connessa al divenire e non all’Essere, e sembrano ridurre ad “indifferentismo valoriale” il diverso concetto, ontologico, dell’Infinità spaziale di Dio. Un ultimo pensiero generale va ricordato in quanto anch’esso violentemente relativizzante in tema di evangelizzazione e di dottrina: “La religione ha diritto di esprimere la propria opinione al servizio della gente, ma Dio nella creazione ci ha resi liberi. L’ingerenza spirituale nella vita personale non è possibile.” (Intervista, pg 463) Qui abbiamo un salto dissolutivo ulteriore: 1. la religione cattolica, che il Papa in quanto tale ha il dovere di confermare, viene ridotta a mera opinione fra le altre, come se il compito dell’evangelizzazione si esaurisse nel dire il proprio pensiero 2. lo scopo è essere al servizio della gente, come una qualsiasi no profit o servizio sociale e non la diffusione del Regno di Dio sulla terra 3. si confonde il fatto della creazione da parte di Dio delle creature e il dono della libertà con la legittimità o meno di una scelta morale, come se Dio ci avesse creato anche per poter fare il male 4. si utilizza positivamente il concetto di “ingerenza”, termine da sempre usato dai nemici della Chiesa, dalla polemica liberista anticlericale ottocentesca e dai regimi comunisti quando accusavano la Chiesa cattolica di proselitismo. Negando ogni possibile “ingerenza” nella sfera privata si nega la possibilità fisica e concettuale stessa della predicazione e quindi dell’evangelizzazione che viene appunto così dequalificata a invasione della privacy altrui, adottando un termine da sempre usato per ostacolare l’evangelizzazione cattolica. Un autogoal linguistico totale! Francesco lo dice apertamente, senza nascondersi: non è interessato a parlare di preghiera, dottrina e sacramenti (Ev. 260), ma ci può essere evangelizzazione senza insegnamento e predicazione su questi aspetti essenziali della Fede e della Chiesa cattolica? Francesco sembra abdicare al proprio ruolo di successore di Pietro il quale è chiamato a confermare nella Fede il gregge dei fedeli e una Fede senza una Dottrina è vuota, si riduce a vado idealismo e sentimentalismo. Senza Dottrina spirituale e catechesi sui sacramenti Gesù può essere accolto solo quale leader politico o icona sentimentale. Ma saremmo nel proselitismo e non nell’evangelizzazione. Il Vangelo lega il battesimo alla conversione e all’insegnamento dei “comandi/voleri” (Mt 28, 16.20) di Gesù, mentre lo stile pastorale di Francesco sembra separare queste dimensioni. Lo spostamento del baricentro missionario dalla predicazione della dottrina al volontarismo sentimentale e idealizzante, dall’insegnamento della Verità alla creazione di un determinato clima psicologico di massa viene operato anche attraverso la valorizzazione massima di una versione populista e sociologica dell’identità cattolica. Se “il popolo è soggetto” (Intervista, pg 459), la Chiesa “Pastora”, e se il Popolo di Dio “ha molti volti” (Ev.115) e se si confondere “natura” e “anima” (parola assente dagli scritti di Francesco) con “cultura” nel ritenere che “la grazia suppone la cultura” (Ev.,115) allora si introduce una mediazione politica e ideologica nello scenario dell’evangelizzazione tale da ridurre la portata della Redenzione a causa dell’autonomia culturale dei popoli e dei singoli. Il tutto è in piena contraddizione con San Paolo e in particolare con il suo insegnamento citato nella stessa Evangelii gaudium: “Non c’è più giudeo nè greco” (Gal 3,28) dove invece l’annuncio della novità salvifica di Cristo si connette con il netto superamento dell’importanza delle diverse culture ed etnie che non possono condizionare la piena superiorità della Verità rivelata. Il Catechismo della Chiesa cattolica insegna invece come ha sempre insegnato la Dottrina cattolica che “la grazia perfezione e completa la natura”. Naturalmente se si preme l’acceleratore sul tasto “semplificazione” allora tutte queste distinzioni di concetti e di linguaggio si perdono nel caos di un buonismo sentimentale. Altri aspetti critici sono evidenziabili negli scritti di Francesco tali da generare confusione e contraddizioni fra il ruolo dell’evangelizzazione e il ruolo, svalutato, della Dottrina, cioè dell’esposizione della Verità da Dio rivelata. Da una parte abbiamo infatti un concetto altissimo di evangelizzazione, addirittura “ontologico/demiurgico” nel “rendere presente nel mondo il Regno di Dio”, (Ev. 176) mentre sarebbe più corretto parlare di diffusione/riconoscimento/adesione in quanto il regno di Dio è già presente nel mondo e lo è in modo speciale sacramentalmente, dall’altra abbiamo un evangelizzazione che incontra troppe mediazioni, alleati, condizionamenti in quanto deve: 1. produrre effetti sociali (come fosse un partito politico) e non occuparsi “solo” (Ev. 182) di “preparare le anime per il Cielo” (svalutazione della conversione e cura delle anime, che è per il Vangelo il cuore dell’evangelizzazione) 2. occuparsi della “felicità sulla terra”; venendo così equiparata alla politica e a qualsiasi tecnica di benessere in una logica che sembra di consumismo edonistico 3. non ha bisogno di avere idee o ricette particolari: delega in bianco ai cattolici laici (Ev. 184) e alle loro “comunità” (quali?), quindi sembra ridursi ad un pio desiderio e auspicio 4. esercitare il “diritto di emettere opinioni su tutto ciò che riguarda la vita delle persone” (Ev.182): da ciò sembra derivare un idea di Chiesa che per evangelizzare chiacchera di tutto, anche in modo invasivo e moralistico. La Fede e la sua Dottrina sono ridotte ad opinioni? La libertà della Chiesa nell’evangelizzazione e il suo ruolo divino è una semplice libertà di espressione su questioni generiche o particolaristiche? 5. imparare dai “poveri” (in senso economico e non spirituale-vangelico) i quali sono posti quali “nuovi soggetti redentivi” al pari di Gesù Cristo parlando infatti di “forza salvifica della loro esistenza” (Ev.198) Sorge una domanda: anche il povero che bestemmia Dio o che delinque o che rifiuta Gesù Cristo svolge un ruolo salvifico? Il pauperismo viene elevato ad ideologia religiosa. 6. convertirsi essa stessa. Sì perché l’evangelizzazione deve passare attraverso la “conversione ecclesiale” (Ev.25.26), cioè mentre evangelizza deve anche autocolpevolizzarsi, autoesaminarsi, meditare sulla propria identità! L’“ecclesialese” quale nuovo diktat linguistico sembra dominare lo scenario dell’evangelizzazione quale linguaggio retorico e autoreferenziale. O la Chiesa esce per evangelizzarsi o si ripiega su se stessa per chiedersi chi essa sia e per ascoltare i molti volti e le molte voci extraecclesiastiche da cui dovrebbe imparare. Tertium non datur. Sembra di riascoltare i sofismi del linguaggio utilizzato nella conversazione con Scalfari dove si rivalutava in modo nuovo il termine “relativo” spacciandolo per espressione del concetto di “relazione” con Dio e di “relazione che è Dio”, in contraddizione totale con l’accezione comune del termine “relativo” quale opposto ad “assolto” ed “oggettivo” e in elusione della natura ontologica e personale di Dio. Se non si parla di Dottrina nello stile pastorale di Francesco non si parla chiaramente neppure di “Spirito” del Vangelo. Nell’Evangelii gaudium il Capitolo V° si intitola: “Evangelizzatori con Spirito” la quale formula appare del tutto ambigua ed imprecisa per due motivi: 1. non si qualifica lo “Spirito” quale “Spirito Santo” 2. l’uso della congiunzione “con” senza l’articolo davanti alla parola “Spirito” riduce logicamente il concetto di “Spirito” all’accezione comune, laicale e umana del termine, del tutto aliena dalla terza Persona della Santissima Trinità in quanto indicante in senso metaforico il vigore e l’entusiasmo soggettivo/apparente di una determinata azione o dinamismo. Il punto 259 perpetua la grave ambiguità in quanto continua ad alternare inspiegabilmente le due dizioni di “Spirito” (presente da solo al punto 262) e di “Spirito Santo” come se fossero fra di loro intercambiabili per poi giungere a parlare di “spirito” con la esse minuscola al punto 261. Un linguaggio dunque intensamente svalutativo della trascendenza divina e della personalità di Dio in quanto continua ad accostare Dio come Persona a mere situazioni psicologiche, suggestionali, percettive, come se la Fede fosse per forza una recita esteriorizzante, teatralizzante, come se in assenza di determinati segni umorali ci fosse la prova dell’assenza di Dio. La realtà del sacramento viene svalutata anche per via sociologica anche nella riformulazione interpretativa (Ev. 188) di passi vangelici come il celebre passo sulla moltiplicazione dei pani (Mt 6,37) il quale viene semplificato e letto come fosse un episodio di risposta ad un collettivo grido rivendicativo della giustizia sociale, riconnettendolo fantasiosamente con il grido del popolo oppresso dagli egiziani nell’Esodo (Es. 3,7.10) mentre la Dottrina lo ha sempre letto quale episodio eucaristico. Il decentramento della Dottrina viene portato avanti coerentemente persino con un eccentrico e non cristiano “elogio del dubbio”: “Se la persona dice che ha incontrato Dio con certezza totale e non è sfiorata da un margine di incertezza allora non va bene” (Int., 469) Dio deve restare quindi inconoscibile? Dio non può essere vissuto, conosciuto e partecipato con certezza? Allora perché evangelizzare? Lo stile pastorale e comunicativo di Francesco sembra divertirsi a depotenziare la stessa possibilità di un’evangelizzazione efficace e comprensibile. Il presupposto logico della predetta affermazione è nel senso di porre quale primo valore la libera discussione di tutto. Idea illuministica e liberale.

Importante è poi analizzare quell’immagine che viene presentata nell’ ”Intervista a Civiltà cattolica” quale emblema orientativo cardine della futura pastorale della Chiesa: l’immagine della Chiesa quale ospedale da campo. L’ambiguità è massima in quanto tale suggestiva immagine punta sull’emozione ma non chiarisce l’essenziale secondo ragione:

  1. non si chiarisce cioè chi sia il nemico. Se c’è una guerra in corso e se la Chiesa è un “ospedale da campo” và chiarito che tipo di guerra sia e da quale parte stia la Chiesa
  2. non si chiarisce chi siano questi “feriti” (che la Chiesa deve comunque soccorrere) cioè se siano amici o nemici, se si tratti cioè di cristiani perseguitati, di giusti oppressi o di peccatori, di vittime del peccato;

Detto questo è chiaro che questa metafora è assai ambigua e si presti facilmente ad essere utilizzata per destrutturare la dottrina sui sacramenti ammettendone l’accesso in modo diretto e indifferenziato (Ev. 47), destrutturandoli e deformalizzandoli. Perché debbo confessarmi prima di ricevere Gesù Eucarestia se l’urgenza è quella di sentirmi accolto, compensato, risanato? Perché confessarmi se devo sentirmi subito benedetto, confortato, celebrato? L’indagine e l’attenzione alla persona appaiono evaporare in una melassa retorica dove l’attenzione è spostata tutta sulla disponibilità emotiva. Immediata. Questa “immagine guida” che si può assumere a simbolo delle opinioni di Francesco viene utilizzata sia per giustificare un’urgente semplificazione delle forme e delle formulazioni dottrinali e comunicative (in un “ospedale da campo” militare non si và per il sottile) sia quale “criterio guida” nella pastorale missionaria e quale tecnica argomentatoria per aggiornare e adattare la dottrina cattolica dei sacramenti a favore di un informalismo sentimentale che contraddice la struttura reale del sacramento e della sua efficacia. Si può risanare senza predicare/insegnare la preghiera e i sacramenti? L’urgenza pragmatica del risanamento sembra far dimenticare i presupposti formali di alcuni sacramenti quale il pentimento per il sacramento della confessione. Di questo non si parla. Né delle scelte morali fra bene e male, come se la confessione possa essere un benefit che viene elargito incondizionatamente, un mero rito sociale o una buona prassi di automotivazione. La grandezza del sacramento della confessione viene ridotta al “fatto di valutare caso per caso” (Intervista, 463) come se si potesse strumentalizzare il sacramento per relativizzare l’idea di bene e di male, come se non esistesse una verità oggettiva sul peccato. Le ambiguità si moltiplicano in quanto il “confessionale” viene descritto quale luogo della misericordia nel quale “il Signore ci stimola a fare meglio che possiamo.” Questa affermazione si presta ad essere letta quale semplificazione del battesimo in una seduta di esame psicologico e di esortazione alla buona volontà. Il “fare meglio che si può” non è incompatibile con il peccare e spesso rappresenta la normale giustificazione o autogiustificazione per una vita che tollera il peccato, in quanto non tutto dipende dalla nostra volontà. Sacramento “chiave” sembra porsi il battesimo e non più l’Eucarestia su cui tanto insisteva Giovanni Paolo II. Nell’ottobre 2013 in un omelia in Santa Marta Francesco ha dichiarato in merito all’episodio storico dei cattolici giapponesi che resistettero 200 anni senza più sacerdoti a causa della cacciata dei Gesuiti dal Giappone: “Ma quando dopo questo tempo sono tornati di nuovo altri missionari, hanno trovato tutte le comunità a posto: tutti battezzati, tutti catechizzati, tutti sposati in chiesa, e quelli che erano morti, tutti sepolti cristianamente. Non c’erano preti. E chi aveva fatto tutto questo? I semplici battezzati”. Questo strano testo sembra relativizzare tutti gli altri sacramenti e sembra riprendere la tesi luterana sull’ordinarietà del sacerdozio dei laici che Lutero giustificava invertendo l’ordine fra regola (il battesimo dato dai sacerdoti) ed extraordinarietà (il battesimo dato dai laici in casi straordinari). Lutero sosteneva che se nel deserto basta un laico per battezzare allora non servono i sacerdoti ! Francesco pone quindi al primo posto il battesimo (Ev.120) non quale percorso d’inizio che mira alla crescita spirituale e sacramentale dell’essere umano ma quale tappa sufficiente ad essere discepoli missionari di Cristo. L’evangelizzazione di Francesco sembra quindi monosacramentale. Questo approccio svaluta automaticamente il senso, l’identità e l’importanza di tutti gli altri sacramenti e fa del battesimo la tappa non solo iniziale ma pure finale del percorso cristiano. Anche il sacramento del matrimonio viene indirettamente svalutato e questo accade nell’Intervista alla Civiltà cattolica mentre si tratta eccentricamente della misericordia in relazione al tema dell’aborto e dell’omosessualità. In questi passi accadono cose strane: 1. sembra volersi tutelare come valore la “serenità” della donna abortista e risposata e a cui la Chiesa dovrebbe comunque garantire incondizionatamente la “misericordia”, come fosse un “lasciapassare” celebrativo  e autorizzatorio “in bianco” (Ev. 463) 2. si confonde la mera esistenza delle persone umane con la legittimità di una scelta morale, facendo riferimento all’omosessualità come status esistenziale, ontologico, e non quale scelta di stile di vita. Il sillogismo papale implicato nel testo infatti è semplice ma erroneo, fuorviante, tendenzioso, sia secondo logica in generale e sia secondo la Dottrina cattolica in particolare: a) Dio ha creato l’esistenza di tutti b) Dio guarda quindi le sue creature con affetto, avendole create c) Dio non può condannare una persona umana nel suo complesso. Detto questo queste parole di Francesco nell’Intervista con Civiltà Cattolica non rispondono comunque alla domanda da lui stesso sollevata: “Papa Francesco approva l’omosessualità?” Il linguaggio procede infatti per allusioni e risponde ad una domanda semplice e diretta con un’altra domanda, retorica, che abbiamo schematizzato nello pseudo sillogismo predetto. Francesco sembra allargare il tema e la visione delle cose per poter così non rispondere chiaramente alla corretta domanda. Il sottotesto è chiaro: la Dottrina cattolica condanna l’omosessualità ma io, il Papa, e Dio stesso pure, non condanniamo gli omosessuali in quanto sono creature di Dio. Si esaurisce così l’essere ontologico della “persona umana” nella categoria pratica ed esistenziale degli “omosessuali”. Questa semplificazione forse trova il proprio modello culturale nel pansessualismo freudiano? Resta il paradosso logico di un’omosessualità “cattiva” fatta da omosessuali “bravi”. Francesco sembra temere di parlare di “matrimonio omosessuale” in quanto afferma che “quando se ne parla bisogna farlo in un contesto” ! (Ev. 463) Quale contesto? Ogni proposizione ha un contesto. Forse intendeva dire “a porte chiuse” ? Qui assistiamo ad un inversione del rapporto fra asserzione e contesto come se il secondo fosse del tutto determinante per il valore e la verità dell’asserzione. Certamente se si ritiene che il contesto dell’evangelizzazione non debba riguardare i temi morali è coerente non prendere posizione sull’argomento, implicando che il matrimonio e gli omosessuali non sono destinatari di evangelizzazione. Dopo aver svalutato i divini sacramenti della confessione, del matrimonio e in genere tutti i sacramenti che non siano il battesimo, dopo aver accennato al battesimo senza predicarlo e senza connetterlo alla Dottrina cattolica, lo stile pastorale di Francesco giunge a “diminuire” per via interpretativa il Dogma dell’Eucarestia, a semplificare la realtà e il ruolo del sacramento centrale della Fede e della Chiesa cattolica, e questo appare oggettivamente temerario, erroneo, pericoloso, irrazionale. Siccome l’Eucarestia è forma di reale, concreta e piena presenza di Gesù Cristo vero Dio e vero perfetto Uomo, riconoscere che sia solo un medicamento per chi è “malato” riduce l’’Eucarestia a servile strumento terapeutico, a mezzo a cui ricorrere quasi consumisticamente. Il presupposto logico e l’implicazione di tale pensiero risultano altrettanto erronei e pericolosi: 1. la perfezione non è possibile (il Vangelo dice il contrario e la comanda) 2. l’Eucarestia non essendo “premio per i perfetti” non è neppure il coronamento del percorso cristiano ma solo un mezzo da usare durante il viaggio, come fosse un cibo materiale. Sfugge quale sia allora lo scopo della conversione cristiana se non ci si deve più focalizzare sull’Eucarestia. Ci sono modi superiori all’Eucarestia per incontrare Gesù e unirsi a Lui? Togliere a Dio anche uno solo dei Suoi attributi è offensivo della maestà, perfezione, e onnipotenza di Dio. Lo stile pastorale di Francesco sembra disconoscere alla divina Eucarestia il suo coessenziale aspetto ontologico di gloria, regalità, irradiamento.