dell’Avv. Valerio Vartolo    

 

 

TOSI REPORTDubbi sulla fondatezza della denuncia. La giurisprudenza europea e la legittimità di un metodo di accertamento impiegato anche per il Watergate

 

Sulla fondatezza della denuncia presentata dal Sindaco di Verona, Flavio Tosi, nei confronti del giornalista di Report, Sigrido Ranucci non possiamo stabilire in questa sede se esistano o meno gli estremi del reato della diffamazione. Ma sulla base degli elementi resi noti si possono fare considerazioni di carattere generale che tendono ad escluderlo.

Siamo di fronte ad una di quelle circostanze tipiche del giornalismo investigativo, un genere che contraddistingue, da sempre, l’attività di Report. L’inchiesta giornalistica richiede un modus operandi che tenga conto dell’esigenza di ricercare la notizia e, al tempo stesso, di tutelare le fonti fiduciarie. Contattare riservatamente le fonti è una prassi assolutamente corretta, sia che si contattino personaggi vicini al soggetto di cui si tratterà, sia che si tratti di altri. Quindi non è rilevante il fatto, indicato da Tosi, che molti dei contattati da Report siano suoi “rivali politici”. L’inchiesta “Watergate”, forse la più famosa della storia del giornalismo, non è stata forse condotta proprio in questo modo?

Tosi sostiene che le fonti fiduciarie sarebbero state pagate per fornire informazioni negative sul suo conto. La redazione di Report smentisce questa circostanza, sostiene di non avere mai pagato gli informatori. Ammette che, al fine di verificare l’attendibilità di una fonte e di scoprire l’esistenza di eventuali video o documenti di rilevanza pubblica, in fase di indagine il giornalista possa lasciar credere che le informazioni potrebbero essere pagate. Ci troviamo dunque dinanzi a due diverse prospettazioni, sulle quali dovrà decidere un Tribunale della Repubblica.

Esaminiamo quindi un altro aspetto: l’asserito carattere pregiudiziale dell’inchiesta. Innanzitutto chiediamoci se avviare una inchiesta giornalistica allo scopo di preparare un’eventuale puntata del programma televisivo, incentrandola sulle deviazioni del comportamento pubblico di un personaggio politico di rilievo nazionale, qual è il sindaco di Verona, per quanto dura e dettagliata possa essere e potenzialmente in grado di porre fine alla carriera del politico stesso, possa configurare il reato di diffamazione. La risposta è semplice: in linea generale, assolutamente no.

Ciò è evidente per le ragioni “ribadite” dalla giurisprudenza europea della Corte di Giustizia. In una notizia conta anzitutto la rilevanza, la quale, quando si parla del comportamento di un uomo politico di rilievo sulla scena nazionale, è rinvenibile automaticamente. L’altro elemento costitutivo della notizia giornalistica è la verità. La giurisprudenza dice che una notizia è vera non soltanto se lo è in ogni sua parte, ma anche quando, pur mancando di alcuni elementi o essendo fallace in alcuni aspetti, non compromette né altera il senso complessivo dei fatti.

Ciò è stato stabilito da varie sentenze della Corte di Giustizia europea, e la ragione di questo orientamento è chiara: una complessa inchiesta giornalistica può comportare errori, può mostrare aspetti irrisolti, ma da sole tali circostanze non possono comportare una condanna per diffamazione, perché diversamente verrebbe meno il sacrosanto diritto di cronaca.

In questa ottica il racconto del potere e delle possibili collusioni dello stesso potere, dicono i giudici, è sempre preminente. Anche quando il racconto contiene qualche errore, esso conserva un rilievo pubblico essenziale in nome del quale si può comprimere finanche il diritto alla reputazione della persona chiamata in causa, soprattutto se è un personaggio pubblico.

In questo senso, la giurisprudenza europea è assai più avanti di quella nazionale e ciò, a mio parere, è dovuto, essenzialmente, al fatto che in Europa, ed in special modo in Gran Bretagna, il ruolo della libera informazione è riconosciuto quale vero e proprio contro-potere, e l’informazione stessa ha una tutela che potremmo definire quasi istituzionale.

In conclusione, la circostanza che Report intenda realizzare una puntata “monografica” su un importante esponente politico nazionale, il fatto che abbia contattato varie fonti al fine di verificare la fondatezza di determinati fatti, che abbia preso in considerazione l’eventualità (tutta da verificare) l’esistenza di compromissioni di personaggi pubblici e di zone d’ombra, non può in alcun modo essere qualificata come prova di una “persecuzione” giornalistica o di una gogna mediatica organizzata a fini politici. L’insieme di questa attività, legittime anche da un punto di vista penalistico, rientra a pieno titolo tra le attività legittime del giornalismo d’inchiesta.

VV

(L’autore è avvocato penalista)

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Fonte: www.ossigenoinformazione.it