Segnalazione Quelsi

by Andrea Asole

RENZI LETTA CON CAMPANELLODa ieri Matteo Renzi è ufficialmente il Presidente del Consiglio, con i modi e i tempi che sappiamo. Per la terza volta di fila il capo del governo non è emanazione di una maggioranza uscita vincente dalle elezioni, bensì la sua nomina è frutto di accordi presi tra partiti all’interno del Parlamento, così come era successo con Monti e con Letta e così come accadeva nella prima repubblica. Tanto è bastato per far insorgere sia, in maniera più blanda, Forza Italia, sia Fratelli d’Italia, i cui esponenti lanciano accuse tipo “colpo di Stato”, “sospensione della democrazia” o “ennesimo governo formato sulla testa degli italiani”.


Pur essendo tutti d’accordo sul fatto che sia preferibile un governo che sia emanazione di una volontà popolare, c’è da precisare che tecnicamente di colpo di Stato non si tratta: per chi non lo ricordasse, siamo in una repubblica parlamentare. Nel nostro tipo di sistema, l’organo posto al centro è il Parlamento, che è anche l’unico ad essere più o meno direttamente eletto dal corpo elettorale. Tutti gli altri organi costituzionali sono eletti dal Parlamento: è il caso del Presidente della Repubblica, dei 5 membri della Corte Costituzionale e degli 8 membri cosiddetti laici del Consiglio Superiore della Magistratura. Oppure dipendono dal Parlamento e ad esso sono vincolati da un rapporto di fiducia, ed è il caso del Governo.
Inoltre è possibile fare e disfare a piacimento le maggioranze e i governi poiché è la Costituzione a permetterlo: anzitutto la Carta all’articolo 92 si limita a specificare che “il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri” senza canonizzare una modalità per arrivare alla scelta del premier, permettendo così che il Presidente della Repubblica dia l’avvio alla fase delle consultazioni che consente di trovare un Presidente del Consiglio che sia gradito a una maggioranza parlamentare che non è necessariamente la maggioranza uscita vincente dalle elezioni. Da questo punto di vista, va precisato che dal 1946 fino al 1994 non sono mai esistite maggioranze uscite dalle elezioni, perché ogni partito correva per sé e gli accordi si trovavano appunto nella fase delle consultazioni.
Ancora, a prevedere che si possa sfiduciare un governo e sostituirlo con un altro sostenuto dalla stessa maggioranza o una diversa è sempre la Costituzione, che all’articolo 94 sancisce che “il Governo deve avere la fiducia delle due Camere” e che “ciascuna Camera accorda o revoca la fiducia mediante mozione motivata e votata per appello nominale”.
In altre parole è la Costituzione stessa che ammette i giochi di Palazzo, anche extraparlamentari, poiché, lo dimostra il caso di Letta, basta anche che la sfiducia sia decisa di fatto in una direzione nazionale di partito; questo in base al principio che il Parlamento rappresenta sempre e comunque il corpo elettorale e pertanto si ritiene che le alleanze tra partiti anche dopo le elezioni rappresentino comunque la volontà di chi quei partiti li ha votati. Ovviamente non è così, ma tale sistema si ispira a questo principio e ciò ha portato anche ad uno strapotere della partitocrazia.
Le cose cambiarono nel 1994 con l’avvento di Silvio Berlusconi: per la prima volta presidente del Consiglio, programma di governo e alleanze erano definiti prima delle elezioni e chi avrebbe vinto avrebbe poi governato. Si era assistito ad un rovesciamento di fatto del sistema che per quasi 50 anni era stato vigente in Italia, merito anche della nuova legge elettorale maggioritaria, il Mattarellum; questo cambiamento rimase però soltanto teorico e ciò fu verificabile già nel gennaio 1995, quando si verificò il ribaltone che portò Lamberto Dini a Palazzo Chigi con una maggioranza composta da Lega, Ppi e Pds, contrariamente alla vecchia maggioranza che sosteneva il governo Berlusconi I formata da Forza Italia, Msi, Lega e Ccd.
Da appuntare che l’ingovernabilità scaturisce inoltre in virtù della legge elettorale 270/2005, cioè il Porcellum: come ha infatti evidenziato la Corte Costituzionale nella sentenza che ha dichiarato detta legge incostituzionale, “tali disposizioni, non subordinando l’attribuzione del premio di maggioranza al raggiungimento di una soglia minima di voti e, quindi, trasformando una maggioranza relativa di voti (potenzialmente anche molto modesta) in una maggioranza assoluta di seggi, determinerebbero irragionevolmente una oggettiva e grave alterazione della rappresentanza democratica” e “inoltre, delineerebbero un meccanismo premiale manifestamente irragionevole, il quale, da un lato, incentivando il raggiungimento di accordi tra le liste al fine di accedere al premio, si porrebbe in contraddizione con l’esigenza di assicurare la governabilità, stante la possibilità che, anche immediatamente dopo le elezioni, la coalizione beneficiaria del premio si sciolga o uno o più partiti che ne facevano parte ne escano; dall’altro, provocherebbe una alterazione degli equilibri istituzionali”.
Tuttavia, come già detto, il fattore più importante di questo processo è da individuarsi nella Costituzione. Da quel gennaio 1995 è rimasta la stessa, siamo ancora una repubblica partitocratica. Il centrodestra, che oggi parla di democrazia sospesa, se avesse voluto evitare il ritorno della pratica di trovare maggioranze alternative in Parlamento avrebbe dovuto cambiare la Costituzione, ma ci ha provato poco e male: nel 2006 ci fu sì il tentativo di riforma, ma l’allora Casa delle Libertà ha avuto il demerito di non aver fatto capire agli elettori l’importanza di confermarla, lasciando che questi dessero ascolto alla propaganda della sinistra che invece voleva il mantenimento del sistema vigente.
Il centrodestra dunque è il maggior responsabile del sistema cui siamo tornati, che piace tanto alla sinistra degli arrampicatori e dei professionisti della politica. Se vuole evitare davvero che in futuro si verifichino ancora governi nati da giochi di Palazzo, spetta proprio al centrodestra impegnarsi davvero per un progetto di riforma costituzionale serio. In fondo, anche in tempi di democrazia sospesa o partitocrazia, l’ultima parola è sempre degli elettori, piaccia o no alle segreterie di partito.

Andrea Asole | febbraio 23, 2014 alle 10:36 pm | URL: http://wp.me/p3RTK9-3VB