Segnalazione Quelsi

di Andrea Asole

NAPOLITANO RENZII fatti sono noti: nella giornata di giovedì 13 febbraio la direzione nazionale del Partito Democratico ha votato un documento proposto da Matteo Renzi in cui “rileva la necessità e l’urgenza di aprire una fase nuova, con un nuovo esecutivo che abbia la forza politica per affrontare i problemi del Paese con un orizzonte di legislatura, da condividere con la attuale coalizione di governo e con un programma aperto alle istanze rappresentate dalle forze sociali ed economiche”. Venerdì 14 Letta è salito al Quirinale per rassegnare quelle che egli stesso ha definito “dimissioni irrevocabili” conseguenti “al deliberato assunto ieri – in forma pubblica e con l’espresso consenso dei Presidenti dei rispettivi gruppi parlamentari – dalla Direzione del Partito Democratico a favore di un mutamento della compagine governativa”, come si legge nel comunicato della Presidenza della Repubblica.

Traducendo il politichese, Letta è stato sfiduciato di fatto non dal Parlamento, bensì dalla direzione nazionale del Pd su proposta del suo segretario; Letta ne ha preso atto e ha rassegnato le dimissioni per lasciare il posto, con tutta probabilità, proprio allo stesso Matteo Renzi.

Il “Rottamatore” più volte aveva dichiarato che non sarebbe mai andato al Governo senza passare per le elezioni, oggi è lui stesso ad aver smentito le sue parole. Ha sconfessato anche un’altra sua dichiarazione, che risale ad appena qualche mese fa dopo la vittoria delle primarie per la segreteria del Pd: aveva infatti garantito che mai sarebbe andato al governo “coi soliti giochini di Palazzo”.

Al di là dell’incoerenza tra parole e fatti del segretario del Pd, è evidente quella che da fine 2011 è una vera e propria regressione agli usi della prima Repubblica.

Berlusconi ne ha ben donde quando afferma che è stato l’ultimo Presidente del Consiglio ad essere scelto direttamente dai cittadini. Per un semplice motivo: è stato anche l’ultimo leader di coalizione ad essere stato designato prima delle elezioni di fatto come candidato premier. E ciò non ha lasciato dubbi, a seguito della vittoria schiacciante del centrodestra nel 2008, nella fase delle consultazioni a quel punto inutili e superflue. Il Presidente del Consiglio dei Ministri oggi è soltanto in teoria eletto dai cittadini, poiché il potere di nomina spetta, ai sensi dell’articolo 92 della Costituzione, al Presidente della Repubblica e quindi in altre parole la scelta è un atto formalmente presidenziale; a ciò si aggiunga che organizzare le coalizioni prima delle elezioni contestualmente alla stesura del programma e all’indicazione del leader di coalizione (sostanzialmente un candidato premier), trasformando così il sistema politico italiano in bipolare, è una introduzione che in Italia è avvenuta soltanto nel 1994, quando nacque appunto la cosiddetta seconda Repubblica. Ciò venne considerato un grande passo avanti verso la Repubblica presidenziale, tanto è vero che lo schema ha retto per quasi 20 anni, salvo qualche eccezione come i governi D’Alema e Amato, tanto per cambiare durante una legislatura con maggioranza di centro-sinistra.

Dal 2011 in poi si è assistito a un capovolgimento dello schema, anzi una vera e propria regressione, prima con l’incarico al tecnico Monti (conferitogli a quanto pare non sull’onda dell’emergenza spread ma sulla base di un qualcosa pianificato ben prima), poi il governo Letta e adesso, quasi sicuramente, il governo Renzi. Si è tornati, insomma, al vecchio schema delle maggioranze da cercare in Parlamento, circostanza favorita dal boom del Movimento 5 stelle che costringe centrodestra e centrosinistra e coabitare. La colpa però di questa regressione agli usi della prima Repubblica non è da imputare ai grillini, è semmai della classe dirigente proveniente dalla prima Repubblica che è sopravvissuta anche alla seconda.

Sarebbe bastato modificare il già citato articolo 92 della Costituzione, togliendo il potere di nomina del premier al Presidente della Repubblica per introdurre l’elezione diretta e quindi far diventare la prassi norma, e abrogare l’articolo 94 della Costituzione, poiché il governo in tal caso si sarebbe inteso legittimato direttamente dall’elettorato e quindi non avrebbe avuto bisogno di alcuna fiducia parlamentare, mettendosi così al riparo da ribaltoni e cambi di maggioranza.

La classe dirigente proveniente dalla prima Repubblica non ha mai avuto tuttavia alcun interesse nel modificare equilibri in cui sguazzava a meraviglia e quella della seconda Repubblica non ha avuto la forza necessaria per imporre tali modifiche.

Eccoci quindi ai giorni nostri, dove nel giro di tre anni l’Italia ci si ritrova con il terzo Presidente del Consiglio nominato con giochi di Palazzo. Manca solo Andreotti, poi non ci sarebbe alcun dubbio nell’affermare che la prima Repubblica è tornata, o forse sarebbe meglio dire che non è mai tramontata. Per la situazione italiana infatti è improprio usare la dizione di seconda Repubblica, perché un tale passaggio si intende compiuto nel momento in cui si cambia la Costituzione e quindi tutta la struttura istituzionale dello Stato, e in Italia questo cambiamento non c’è mai stato, al contrario della Francia che passò dalla IV alla V Repubblica quando nel 1958 De Gaulle cambiò la Costituzione.

La seconda Repubblica arriverà davvero quando in Italia si metterà mano alla Carta; fino ad allora saremo sempre tutti democristiani.