Segnalazione Quelsi

 di Giuseppe Mele

 

Violenti scontri nella notte a Kiev23 febbraio, festa dell’uomo, inteso come maschio. Naturalmente anche festa dell’esercito. Della virilità. Dove si potrebbe festeggiare un giorno così, se non in Russia? Infatti una festa così, in un mondo pieno di ricorrenze, onomastici, memorie, esiste solo là. C’era al tempo degli zar, del Kpss, di Eltsin e c’è oggi nell’epoca di Putin. (Ah, si lo festeggiano anche in Ucraina).


Il 23 febbraio finiscono i 17 giorni delle XXII  olimpiadi invernali di Sochi. La Russia, malgrado l’avvio stentato, ha vinto la gara del medagliere con 33 medaglie (13 ori, 11 argenti e 9 bronzi) davanti alla Norvegia. Neanche ai tempi sovietici a Innsbruck nel 1976 ci fu una prestazione così. Il presidente del comitato organizzativo, dal tipico cognome ucraino, ha esclamato “La Russia ha fatto quanto promesso.” Tono gladatorio, orgoglioso della vittoria sulla Natura, cui è stato imposto l’inverno in una città come Sochi, nota in Russia per il clima pressoché unico di eterna primavera, tanto che vi crescono tè e vite e si vanta un gemellaggio con Rimini. Orgoglioso della vittoria sul Budget, con la spesa più alta, 51 miliardi, della storia olimpica e della vittoria sulla Politica e sul Terrorismo che si era manifestato nel modo più terribile proprio prima dei giochi, con esplosioni suicide in stazioni ferroviarie e metro.
Sochi è quasi al confine con la Gruzia, il cui territorio è stato per metà occupato dai russi. Dall’altra parte, Sochi nella regione di Krasnodar, paese dei Cosacchi, fa parte del nordCaucaso con Daghestan, Cecenia, Inguscienza, le terre mussulmane dove la Russia di Putin si è imposta con la distruzione alzo zero e l’occupazione.
L’orgoglio della festa di chiusura, della sua meraviglia leggera, delicata, zigana dei cori nazionali cantati da bambini multi etnici (tra mille cose, coreografie da Chagall, circo, piatti d’oro suonati e giocati da militari più ballerini che soldati) tra tutte le musiche di tutte le Russie, splende con i salut (fuochi artificiali) sostituti degli precedenti spari veri, lì, proprio nella bocca del leone domato.
Un orgoglio tale da permettere l’ironia del coreografo veneziano Balich che non fa chiudere alle centinaia di danzatori uno dei 5 cerchi per alludere alle defaillances dell’apertura. I giorni di Sochi però sono stati occultati da quelli di Kiev. L’Europa ed il mondo sono rimasti esterefatti davanti all’escalation di violenza, nel clima di guerra civile ucraino.
Sochi è vicina all’Ucraina, 700 km dall’altra stazione balneare ex Urss, Jalta, Repubblica autonoma e russofona di Crimea. A 1400 km c’è Kiev, oggi Maidanpoli, Indipendence city, dove dopo mesi la gente è potuta uscire. Il conflitto urbano tra potere costituito e piazza è stato vinto da quest’ultima, sul campo, nella prigionia di 67 poliziotti e nella sconfitta dei cecchini. Poi si è allargato all’ovest di Vinnitsa, di Volinia, dove i capi della polizia e della regione sono stati dimissionati di forza, in Transcarpazia, dove la polizia è passata con i manifestanti, a Tarnopol e Ivano-Frankivsk, a Lviv che si è dichiarata indipendente.
La causa nominale del contendere (dai 100mila manifestanti filoeuropei del 24 novembre, i più numerosi dal 2004) tra l’Accordo di Associazione all’Europa o l’Unione doganale con la Russia appare motivo troppo debole per il braccio di ferro scatenatosi tra governo e popolo di Kiev. La prima peggiorerebbe i bilanci del 5%, la seconda forse li migliorerebbe di $54 miliardi dai $165 attuali, garantendo un finanziamento di $23 miliardi sicuri (8 miliardi di risparmi energetici e 15 di titoli di stato), mentre l’Ucraina peserebbe molto in un’Unione Doganale da 170 milioni di persone, verso cui va già l’80% del suo export agricolo e 30% dell’industriale. Dati di un ente terzo come la Banca Eurasiatica, emessi in tempi non sospetti.
L’economia ucraina, a prescindere dagli accordi, non è un granchè (€120 miliardi, meno del Kazakhstan, €2500 a testa all’anno) e se qualcuno crede ai miracoli degli accordi o alle leggende del petrolio scoperto a ovest che libererà dalla dipendenza energetica, i più sanno bene che gli accordi non migliorano l’economia, destinata a precipitare per il conflitto e che all’Europa interessano soprattutto nuovi 45 milioni di clienti, dato che i gasdotti North, South e Blue Stream già saltano il paese.
La piccola guerra commerciale russo-ucraina dell’agosto 2013 del cioccolato Roshen è costata a Kiev $200 milioni. Bene avrebbe fatto Yanukovich a delegare la decisione al promesso e mai attuato referendum che avrebbe posto molti interrogativi agli ucraini. Tanto più che la Verchovna Rada, il Parlamento ucraino, aveva approvato molte riforme richieste dall’Europa a parte la libertà per la Tymoshenko. I rapporti tra Europa ed Est dovrebbero per essere proficui, avere i connotati dell’Efta nordamericano. L’incompatibilità tra Unione Europea e Comunità Economica Eurasiatica danneggia non solo l’Ucraina ma molti paesi ex Urss.
L’Europa purtroppo ad Est fa propaganda mentre come dimostra il TAFTA resta super filoatlantica anche quando gli USA non lo sono più. La criminale gestione dell’ordine pubblico, gli 80 morti e 500 feriti (di cui 300 in ospedale) di Kiev, quasi tutti concentrati in 2 giorni nelle battaglie finali tra manifestanti e polizia (18 febbraio 25 morti, 21 febbraio 35 morti) hanno delegittimato l’ex presidente Yanukovich soprattutto per debolezza, tra sgomberi e norme antipiazza il 22 gennaio, amnistia e rimpasto il 24, dimissioni governative e ritiro delle leggi anti-proteste il 28, poi la prova di forza illogica e crudele con cecchini e squadracce, negozi magazzini, sedi istituzionali e di partito occupati dalla folla, poi la fuga, la liberazione della Tymoshenko ed il finale voltafaccia, come del Sindaco di Kiev Makeienko dimessosi dal partito delle Regioni.
Per l’Ucraina il conflitto è politico simbolico, non economico. Assomiglia agli altri scoppiati nel grande arco di sudest da Ucraina, Turchia, Siria, Egitto, Libia, Marocco. Un arco, lungo le piazze Maidan, Tahrir, Taksim, spesso aizzato dall’Occidente le cui speranze sono state frustrate da destabilizzazioni e ritorno dell’antieuropeismo. Paradossalmente, padroni, almeno sulla carta, della piazza filoeuropea sono tre destabilizzatori poco europeisti come l’ex pugile Vitali Klitschko, l’ex ministro Arsenij Jacenjuk ed il fascista Oleg Tyanhybok che pensavano alla Tymoshenko solo come simbolo e non come candidata concorrente.
Il 42enne Klitschko, in 6 anni, ha portato il suo partito nazionalista liberale, Udar, a 40 deputati. Il 39enne Jacenjuk, ex capo di Banca Nazionale e Rada, ex ministro di Economia e Esteri, è l’autore degli accordi cancellati sistematicamente dalla piazza, come la data elettorale concordata per il 2015 e ribaltata a maggio.
Il 45enne Tyanhybok, leader di Svoboda, non è solo l’antirusso e l’antisemita; è anche il gancio, come denunciato dalla Applenbaum, perché la pubblicistica europa di sinistra, da Chiesa a Prodi, parli di ucraini filonazisti.
Nel linguaggio politico gli stilemi comunisti e fascisti sono inevitabili in paesi dove tutti, tranne i 30enni, sono stati parte della scuola comunista, inclusi gli arancioni del partito Patria della Tymoshenko.
Per Yanukovich le rivolte sono sempre fasciste e emule di Bandera, il partigiano antirusso fatto assassinare a Parigi nel ’51 da Stalin. E’ il riflesso pavloviano di chi identifica potere e comunismo. L’opinione pubblica considera i partiti (il filorusso Partito delle Regioni, 187 deputati; Patria, 102; Udar, 38; i comunisti antieuropei, 32) tutti ladri, ancor di più quanto non lo fosse la nomenklatura da Kruscev a Gorbaciov, o gli uomini dei primi anni dell’indipendenza.
Negli ultimi anni dell’Urss c’era un movimento ucraino indipendentista, si chiamava Ruch. Nell’Ucraina indipendente per decisione di Eltsin, i comunisti, partito e Kgb, a cominciare da Kravscenko e Kuchma, presero posto, programmi, bandiere ed ideali di Ruch.
Una storia che agli italiani non suona nè nuova né originale. Yanukovich proviene da questa schiatta trasformistica, come anche la Tymoshenko che per questo tornata, malata, sulla sedia a rotelle ha colto l’occasione per dire alla piazza “Perdonateci tutti.”, dimostrando di capirla più che gli stessi capopopolo. Non il trasformismo, né la corruzione, ma l’incapacità ha portato alla quasi guerra civile. Anche ora il ripescaggio dell’accordo mancato con l’UE potrebbe portare a nuovi disordini.
L’Italia che ha una grande immigrazione ucraina, non è stata presa in considerazione. Il ministro degli esteri dimissionario Bonino è rimasta afona e da Roma hanno parlato davanti all’ambasciata Usa e ucraina le badanti immigrate preoccupate per i connazionali e la dittatura di Yanukovich, chiedendo l’intervento europeo. I ministri tedesco, francese e polacco sono andati a minacciare sanzioni e condanne internazionali per gli ex governativi, senza proposte e soldi attestando l’inesistenza di una politica estera europea. Bonino e Italia sono rimasti a parlare di cose inesistenti, destra e sinistra, i ritorni di fascismo e comunismo, le ingerenze di Europa e Russia, i temi su cui stampa e politica con aria sorniona annuiscono come avessero previsto qualcosa.
I russi per motivi professionali sono arrivati da anni in Ucraina e nessuno ne fa un problema. Man mano che la piazza perderà il controllo rispetto alla politica, il tanto sottolineato peso della destra estrema si volatilizzerà in un paese in cui l’ucrainizzazione ha raggiunto aspetti farseschi tanto che la stessa Tymoshenko, russofona, ha dovuto imparare l’ucraino. La trasmissione “La voce dell’Ucraina”, mix di Amici e reality, con casi umani incredibili (Odessa Barbie, ragazze dai seni giganti o dalle gambe più lunghe) parla insieme russo e ucraino, fa 10 milioni di visualizzazioni ed è condotta dal giornalista Sukhanov, nativo di Ivanovo, Russia.
All’indomani del cambio di vittoriosi e perdenti, l’Ucraina quotidiana, soggetta ad un’emigrazione pesante ed agli sberleffi europei e russi, crede poco agli uni e agli altri. Se Galizia antirussa e Crimea filorussa ponessero il tema dell’indipendenza, ne verrebbe ancora di più shockata. Il paese non è più al tempo però dei minatori senza salario, che si sentivano inutili a tutto; l’Ucraina è anche il ricco Rinat Ajmetov proprietario della squadra di calcio Shakhtar (Minatore) Donetsk con $16 miliardi, l’uomo che ha costruito gli stadi migliori dell’europeo polacco-ucraino.
L’Ucraina non ha amici e può solo fare conto su di sé. Sperasse troppo dall’Ovest, ora che negli Usa non c’è Bush, ne avrebbe cocenti schiaffi. La Russia, immobile, dall’alto della forza di Sochi può attendere che il tempo le dia vittoria. I veri amici europei dell’Ucraina dovrebbero smetterla di pigiare i tasti dell’adeguamento normativo. I ribaltamenti dei fronti tra vittorie e sconfitte, ciascuna delle quali sembra mettere la parola fine alla battaglia, preparano nuove pagine contrarie.

Giuseppe Mele | febbraio 24, 2014 alle 5:45 pm | URL: http://wp.me/p3RTK9-3Wj