Segnalazione di Redazione Il Faro sul Mondo

VIGNETTA

Dott.ssa Leonarda Anna Gennaro,
Neuropsichiatra Infantile Consulente in diagnosi e riabilitazione PTSD e Psicopatologia dei Traumi

Gaza è una realtà paradossale, continuamente frammentata e ricomposta secondo equilibri sempre diversi e ugualmente fragili, è a tratti una realtà psichedelica e derealizzante.

Crescere a Gaza vuol dire sperimentare ogni giorno vissuti che si inseriscono come schegge in quello che dovrebbe essere il continuum evolutivo di una persona, un “continuum” anch’esso frammentato e ricomposto. È questa la realtà dei bambini di Gaza.
Ma quanto è faticoso dover fronteggiare continuamente situazioni di stress per potersi adattare alla realtà e padroneggiarla, per difendersi e cercare una soluzione realistica ai problemi. Questi meccanismi si chiamano coping, e i bambini di Gaza (come la popolazione Gazawi tutta) mostrano quotidianamente di fronte al mondo notevoli capacità di coping.

La situazione di Gaza però è particolare, il protrarsi nel tempo di situazioni di stress, le situazioni-limite e di carattere drammatico (ad esempio la perdita di un familiare, le aggressioni militari, una infermità grave) e quindi il ricorso continuo a meccanismi di autodifesa è connesso all’alto rischio di traumi con manifestazioni in acuto, ma anche alla configurazione di problemi psicologici cronici o ad esordio tardivo connessi ai traumi stessi.
Ulteriore peculiarità di Gaza è che eventi drammatici e devastanti come ad esempio le incursioni quotidiane di Israele sono “solo” l’acuto di una presenza costante che è più o meno velatamente palesata e che è continuamente esperita dai bambini, giorno e notte, con i propri sensi. L’embargo, la chiusura dei confini, la difficoltà ad accedere a servizi essenziali come le cure, la negazione dei diritti di base in generale sono una costante che non solo incide profondamente sulla qualità della vita, ma anche partecipa nel tempo della costruzione di identità personali di future persone adulte.

I bambini di Gaza sono immersi in uno stress permanente, il loro obiettivo primario è sopravvivere, che è molto meno di guardare avanti, perché chi è impegnato a sopravvivere non può permettersi di proiettarsi nel futuro, se non nel futuro immediato, che è quasi presente, quel futuro che finisce non oltre gli organi di senso possono arrivare. È immediata quindi la comprensione di quel corteo di sintomi e segni correlati ad ansia acuta e variamente espressi: difficoltà nella modulazione delle emozioni con anomalie del comportamento (aggressività, iperattività), fobie, disturbi del sonno e dell’arousal in generale, incubi, enuresi, disturbi della attenzione e della concentrazione sono problemi costantemente afferenti ai Centri di supporto sociale e mentale.

Gaza è una società tradizionale, dove il valore della famiglia, allargata, è un riferimento importante, per i bambini in particolare. Proprio la disponibilità di reti sociali, il supporto familiare e la presenza di servizi sociali contribuiscono alla resilienza, formando un contesto ambientale di protezione/facilitazione nei confronti dei piccoli.
E se la famiglia, con le sue figure di attaccamento e/o di riferimento va giù, per una morte, per una malattia, per un allontanamento forzato, allora scompaiono quei paracaduti che aiutano un bambino a sentirsi più sicuro.
E se poi crolla la casa? Allora il tetto, le fondamenta, i confini non esistono più… i confini dell’Io.
Il trauma dei bambini si inserisce quindi all’interno di un’alcova anch’essa oggetto di trauma, quella dell’adulto caregiver, in una interazione di reciproca risonanza.
Qui il trauma supera le difese personali o è tale da non permetterne l’attivazione, e allora si configurano i disturbi dello spettro post-traumatico, che lasciano spesso esiti cicatriziali, i quali a loro volta saranno il substrato d’azione del trauma successivo e diremmo, nel caso della situazione palestinese, garantito.
Paura, orrore e impotenza sono i sentimenti più spesso sperimentati dai bambini di Gaza di fronte agli attacchi israeliani. Spesso si assiste al numbing, l’assenza di emozioni al momento del trauma, testimoniata da dissociazione, confusione, shock, sensazione di essere travolti.

I bambini sono esseri in evoluzione, sono moving target, un trauma può quindi colpire la organizzazione e la strutturazione di un Sé ancora immaturo, dando sul lungo periodo dissociazioni, somatizzazioni, disturbi dell’identità e dei confini della persona.

E allora, come tentare di affrontare quest’onda di sensazioni-emozioni che spesso è così violenta da generare un black-out o una disorganizzazione? In ambito specialistico, importanti sono i Centri che si occupano di psicologia di Emergenza individuale e collettiva. La loro opera li vede impegnati a cercare di preservare e ripristinare gli equilibri psichici delle piccole vittime, anche prendendo in carico i danni psicosociali che si producono nella comunità in cui quei piccoli sono immersi.

Non è scontato ribadire che l’ideale, al momento apparentemente utopistico, sarebbe che i bambini di Gaza conquistassero la libertà, condizione imprescindibile che prelude al benessere e alla serenità di una persona.