Segnalazione di Redazione Il Faro sul Mondo

di Cristina Amoroso

Quando un Paese conta sei milioni di cittadini che soffrono di povertà assoluta e “non riescono ad acquistare beni e servizi per una vita dignitosa”… e i sei milioni diventano 10 milioni e 48 mila, se al conteggio si uniscono le persone che vivono in condizioni di povertà relativa, il 16,6%, secondo il report dell’Istat pubblicato il 14 luglio… c’è pericolo di una rivolta?
Quando un Paese assiste ad un brusco ed inatteso calo della produzione industriale a maggio 2014 con l’indice destagionalizzato diminuito dell’1,2% rispetto ad aprile, e il numero dei disoccupati pari a 3 milioni 222 mila con un tasso di disoccupazione in continuo aumento, con tassi di occupazione calati in particolare tra giovani, uomini e mezzogiorno… c’è pericolo di rivolta?
Quando avrà fine anche il welfare all’italiana fatto da un esercito di nonni che con la loro pensione contribuiscono sempre di più al reddito delle famiglie… ci sarà pericolo di rivolta?

Non sono certo mancate le proteste nel passato recente: contro “il Far West della globalizzazione, che ha fatto sparire il lavoro”, contro “questo modello di Europa”, “per riprenderci la sovranità dei popoli e monetaria”, mobilitazione contro il governo di “nominati”, contro l’austerità, contro Equitalia… ma tutte si sono spente come sono nate.
E il governo che “ama la democrazia” si premunisce contro ogni rivolta, e prima di tutto lotta fortemente per la sua riforma istituzionale la quale renderebbe “funzionale” un parlamento democratico di eletti dai cittadini che non è “più funzionale” con il suo bicameralismo perfetto. Un senato di 95 eletti dai Consigli regionali con piena potestà legislativa sulle riforme costituzionali e le leggi costituzionali. Di fatto, questa riforma – in discussione in questi giorni – consegnerebbe nelle mani della maggioranza governativa non solo Palazzo Chigi, ma anche le due principali istituzioni di controllo e garanzia: Presidente della Repubblica e Corte Costituzionale (con riflessi anche per il Csm).

Infine con questa riforma istituzionale, voluta fortemente dal Governo Renzi, e con le norme che rendono sempre più difficile l’esercizio di quei pur limitati strumenti di partecipazione popolare diretta (referendum e proposte di legge di iniziativa popolare) si avvia un processo di regime.
E in questo quadro che si prospetta tutt’altro che democratico non manca la polizia di regime. La Eurogendfor, la Forza di Gendarmeria Europea, con poteri speciali di cui non se parla molto, anche se questa polizia militare anti-crisi, costituita nel 2006 da Francia, Italia, Olanda, Portogallo, Romania e Spagna, ha la sede centrale a Vicenza in Italia, sotto la supervisione statunitense, tanto è vero che è dislocata nella stessa città del famoso Camp Ederle, dove dal 2008, per gentile concessione del ministro degli Esteri Frattini e del governo Berlusconi, sono dislocate le truppe di terra dell’Africom, il Supremo Comando americano per l’Africa.

A proposito della Eurogendfor, un recente articolo di Andrei Akulov, “What Common People of New Eu Associate Members Have a Right to Know”, si pone il problema che alle popolazioni non è stata fatta molta chiarezza su un punto che avevano diritto di sapere prima della “scelta europea”, riferendosi alla Georgia, Ucraina e Moldavia che il 27 giugno hanno firmato gli accordi di associazione con l’Ue per un futuro ingresso nell’organizzazione.
Oltre al periodo di transizione economica che verrà imposta ai Paesi, nulla è stato fatto trapelare sulle ultime decisioni in relazione alla cosiddetta Eurogendfor. “Le popolazioni di Georgia, Ucraina e Moldavia sono informate di tutto questo? Sono consapevoli? Qualcuno si è preso la briga di informarli e spiegar loro cosa questo significa in pratica? Difficile! Un aspetto importante tralasciato di proposito!”.

La caratteristica principale di Eurogendfor è la flessibilità, scrive Akulov nell’articolo ripreso da “Come Don Chisciotte”. “Può intervenire velocemente in qualsiasi conflitto ad alta intensità, rispondendo a controllo militare (formalmente sarebbe sotto controllo civile), agendo congiuntamente ad altre forze militari o in maniera indipendente”. Eurogendfor “può anche intervenire in qualsiasi momento della fase iniziale di un conflitto per ricostituire l’ordine precedente assieme alle forze dell’ordine locali o indipendentemente”.
La super-polizia europea potrà rimpiazzare le polizie nazionali, di fatto scavalcando la sovranità dei Paesi, se i governi ne chiederanno l’intervento di fronte a situazioni di pericolo per l’ordine pubblico. Il contingente, oggi forte di 2.500 uomini in grado di intervenire in 30 giorni in ogni angolo del mondo, non potrà subire alcun processo per i danni che dovesse causare a cose e persone: nessun giudice potrà fermare i Robocop europei. “Per cui, ad esempio, potranno andare in Ucraina e sparare indiscriminatamente senza affrontare alcuna conseguenza”, rileva Akulov.

Inoltre il 24 giugno il Consiglio Europeo ha deciso regole e procedure per la “clausola di solidarietà” che stabilisce che l’Unione e suoi membri devono agire congiuntamente per difendere uno Stato membro, se vittima di attacchi terroristici o disastri naturali. Al che, l’Unione è tenuta a mobilitare le forze speciali in suo possesso. Sempre il 24 giugno è stato inoltre attivato l’accordo di “Risposta politica Integrata alle Crisi”, per disporre immediate contromisure in caso di gestione strategica di una crisi locale: gli organi dell’Ue saranno quindi obbligati a intervenire, anche con risorse militari.
Tra i pochissimi politici che protestano c’è il tedesco Andrej Hanko, parlamentare della Linke, secondo cui la “clausola di solidarietà” “rafforza il corso verso la militarizzazione degli affari interni, poichè il personale militare può essere inviato in un altro Stato membro a richiesta”, anche solo per reprimere manifestazioni e scioperi. Per il britannico Nigel Farage, leader indipendentista dello Ukip, ci si prepara a fronteggiare “la prospettiva di malcontento civile diffuso, persino una rivoluzione in Europa”.