Segnalazione Quelsi

 

by Giuseppe Mele

 

 

INDRO MONTANELLICapire l’Indro, per chi c’è stato non è stato semplice. Alla fine si è rivelato, in realtà, impossibile. Quelli che c’erano, fin dalle scuole dell’obbligo, avevano trovato nei libri storici di Montanelli un’alternativa ai programmi scolastici. Allo sguardo oggi lontano dagli anni dell’adolescenza, quei volumi (ben scritti, arguti, umoristici e dissacratori) non appaiono più tanto positivi.

 

 

In fondo le tante Storie d’Italia, scritte dal giornalista toscano, in tandem con Gervaso e Cervi, avevano sempre il comune denominatore di rendere tutti, re, guerrieri, dei, santi, monache, politici, musicisti, donne di ferro, sportivi, madri, poeti, soubrettes, militari, navigatori, amazzoni e corsari, un’indistinta massa, piena di buona volontà e di tanti difetti sui quali in fondo c’era solo bonariamente da sorridere. Quelli che c’erano, allora, non capivano il perché; né i loro padri, zii e nonni si guardavano bene dallo spiegare. Come tutta la classe dirigente italiana del secondo dopoguerra, e con lei il ceto medio-alto, Montanelli viveva il trauma del tracollo dell’orizzonte sociale e politico, non solo di pensiero ma soprattutto di ruolo, in cui si era formato. Si era trovato membro della prima ed unica generazione dell’Italietta, cui fosse toccato un vero Primato internazionale da esercitare.

L’Indro riuscì a gustarne tutti i frutti, dal piccolo harem kiplinghiano in Etiopia, del cui conflitto fu giovane comandante, inviato, scrittore, propagandista alle corrispondenze di guerra in Spagna, Albania, Polonia, Estonia, la parentesi della direzione del locale istituto italiano, Finlandia, Norvegia, Francia, di nuovo Albania e Balcani, durante le quali conobbe i grandi della Terra dell’epoca, Ford, Hitler, Quisling, il Duce incontrato nel ‘32. In un paese largamente analfabeta, il figlio del preside crebbe da piccolo personaggio di provincia nell’adolescenza, viaggiatore di livello quando i connazionali erano miseri emigranti, narcisisticamente necessitato a burle e sfide, in fondo innocue e senza sanzioni. C’erano sempre le migliori teste della cultura e della stampa fasciste, i Berti, Ojetti, Maccari, Longanesi, Bottai (ed alla fine anche un funzionario dell’Ovra) a dargli una mano. Le guerre, facili e vinte sulla carta, interpretabili anche senza nessun senso militare, erano state il grande contesto umano e politico che avevano esaltato Montanelli, che nelle corrispondenze si era elevato ai massimi vertici, libero di dire e agire, sempre ben inserito nella dignità del suo paese. Dopo la guerra, la grandeur si era rotta per sempre; anzi nella classe dirigente italiana, testimone del suo completo ed ingiustificabile fallimento, si diffuse la più grande diffidenza per qualunque forma di leadership individuale e per qualunque scelta che andasse appena oltre le righe. Sarcasmo, ironia e incredulità furono parole d’ordine tacitamente accolte da tutti. Cui si mescolò la necessità, poco dignitosa, meschina e talvolta disperata di trovare nei vent’anni precedenti di completa adesione al fascismo, i segni, i semi, i fantasmi di idee e intenzioni contrarie.

Tornato dall’esilio volontario, Montanelli fu epurato come fascista dal Corriere per decisione del corsivista comunista Fortebraccio, che negli anni a venire sarebbe divenuto famoso per elziviri che suonavano da campane a morto contro chi erano dirette. Non c’è da meravigliarsi per la decisione; né sorprende l’antitesi delle documentazioni di antifascismo che pure il Nostro era riuscito a produrre. Nell’Italietta di sempre, comunque, Montanelli, che era ormai un nome, proseguì a scrivere proprie rubriche fino a cominciare l’avventura di storico e poi fondare il primo giornale di destra che si rispetti dell’Italia moderna. Destra, qui, è forse una parola troppo grossa. Bisogna intendersi su cosa fosse la destra di e per Montanelli. E’ una bella bugia l’affermazione di Travaglio, vero usurpatore dell’eredità indresca, relativamente alla liberale equidistanza di Montanelli tra destra e sinistra. Umiliato, rassegnato alla misura delle parole, collaboratore in sordina de Il Borghese, impegnato a mettere in burla, pur esaltando, quanto aveva fatto e creduto nell’epoca eroica, il leone non transigeva sull’anticomunismo per il quale poteva contare almeno sulla benedizione americana. L’Indro era chiaramente anticomunista, nel tempo in cui la sinistra era il Pci. Gli anni di piombo gli offrirono la possibilità di manifestarsi apertamente e di ergere la sua idea di destra contro lo scivolamento verso il blocco sovietico, contro la credulità mitica dei complotti di Stato, contro il collettivismo intellettuale. Quella destra, riunita attorno a Il Giornale, nella scissione dal Corrierione, è in fondo l’animo di destra prevalente tutt’oggi in Italia; un animo che non corrisponde a quello qualunquista, né democristiano, né missino, né monarchico, né liberale. Per capirlo, basta scorrere i nomi delle collaborazioni straniere de Il Giornale, da Aron a Ionesco, da Burgess a Galbraith; i nomi della squadra montanelliana, dall’ex nazionalista Granzotto, AD della Rai governativa della Tribuna elettorale, al Bettiza malagodiano poi craxiano, dal nobile romanziere Piovene, al toscano Piazzesi, l’Anonimo di Berlinguer ed il professore, dal giornalista e deputato liberale napoletano Zappulli alle collaborazioni tra gli altri di Are, De Felice, Romeo, Brera, Praz. Pampaloni e Settembrini. Nelle diverse posizioni, tutti anticomunisti ed anticattocomunisti, tutti sostenitori della libertà, difesa, a seconda dei casi, con un po’ di statalismo, con un po’ di welfare, con un po’ di orgoglio nazionale, con un po’ di tecnocrazia, con un po’ di massoneria, con un po’ di occidentalismo, con un po’ di cristiana carità, tutti con qualche scivolone, cui non davano troppo peso, da farsi perdonare nel nazionalismo, nell’antisemitismo e nel razzismo, tutti con l’idea inconfessata che il ventennio per l’Italia rissosa e disgregata era stata un’esperienza, in gran parte, assimilabile al conservatorismo dei migliori paesi.

Montanelli rappresentava questo esprit di destra, e questo guazzabuglio di aspirazioni e timori è rimasta la destra in Italia, cui resta negato l’accesso alla grandeur dell’indipendenza. Da questo spirito il cui acme è il sostegno nelle elezioni ‘76 a De Carolis, esponente milanese Dc di destra (figura mitologica, introvabile nel panorama odierno), l’ultimo Montanelli si separa del tutto. L’uomo che ben aveva espresso l’animo dei moderati italiani del Turatevi il naso e votate Dc, l’uomo che aveva paragonato le campagne giudiziarie contro i politici governativi a quelle repressive sovietiche, non mantiene più lo stesso atteggiamento di fronte a Mani Pulite ed alla nascita di Forza Italia. Forse non considera più necessario l’anticomunismo che l’aveva sempre guidato. Oppure più probabilmente scatta la diffidenza scettica della sua generazione riservata ai leader anticomunisti troppo autoritari, il cui avvento rischia di produrre l’effetto contrario. Il giovane romanziere Di Paolo ha scritto già due libri sul giornalista Montanelli, spirato 13 anni fa, partendo dalle tante lettere inviategli nei suoi ultimi 10 anni di vita. Ora consegna “Tutte le speranze. Montanelli raccontato da chi non c’era”, con un ritratto umano condiviso dai Tajani, già capo della sede romana de Il Giornale, Mieli e Travaglio . C’è il rischio che a chi non c’era, malgrado le intenzioni contrarie, sia consegnato un monumento contrario all’opera di una vita. Montanelli, un nome se lo fece durante il fascismo. Se lo riprese nella coraggiosa esibizione di anticomunismo de Il Giornale, foglio degli appestati, la cui sede a piazza Cavour, racconta il giornalista Vergani, “è spesso presidiata da migliaia di extraparlamentari: giorno e notte. (Di cui) Ho una sana, autentica paura”. Divulgata dal Montanelli storico “La retorica dell’antiretorica”, ha annacquato i riferimenti per l’opinione pubblica raccolta attorno a libertà ed anticomunismo.

L’ideologia della generazione Montanelli non se l’è sentita di sostenere una coerente azione politica. Per chi c’era, quell’esprit destro lascia un’eredità di separazione non consensuale tra pensiero e azione, che offre speranze solo ai suoi nemici.

Giuseppe Mele | luglio 17, 2014 alle 8:23 pm | Etichette: destrail giornaleindro montanellimontanelli | Categorie: Cultura e Informazione | URL: http://wp.me/p3RTK9-51Q