Segnalazione Quelsi

 

by Giuseppe Mele

 

Mario DraghiIl simposio agostano delle banche centrali tenutosi a Jackson Hole è apparso un vero summit di governo. Dall’insorgere, 8 anni fa, della crisi in effetti i vertici bancari Usa ed Euro hanno deciso la politica economica dei governi, grazie al potere di Fed e Bce di immettere dal 2010 nell’economia rispettivamente ben 4mila miliardi di dollari e 3500 miliardi di euro. Se le banche centrali governano, è giusto chiedergli conto dell’operato. L’Europa, dopo il calo del Pil dello 0,3% del 2013, resterà ferma per il 2014, mentre gli Usa, dopo l’1,6% dello scorso anno, dovrebbero superare in questo il 2%.

 

La disoccupazione europea è passata dall’8% antecrisi al 12% di oggi mentre quella Usa è al 7%, una differenza da circa 4 punti cresciuta in 6 anni. Lungi dal sentirsi sul banco degli imputati, il presidente della Bce Draghi il 22 agosto ha affrontato il tema della disoccupazione nei 18 paesi dell’area euro, dichiarandola problema prioritario da affrontare pena il rischio di sopravvivenza della stessa eurozona, nella sostanziale assenza di flussi migratori interni. Il suo mestiere è quello del banchiere per cui in realtà ha espresso grande soddisfazione per il controllo dell’inflazione in Europa passata dal 2.5% del 2012 al 2% attuale. Anzi, si è tolto lo sfizio di dimostrare con apposito grafico come la Fed porterà i tassi di interesse sopra l’1% negli anni a venire mentre la Bce garantisce l’invarianza dei tassi. Nondimeno si rende conto che la politica espansiva delle banche centrali USA e Giappone, a parità di debito pubblico con l’Europa, ha rifornito di risorse i governi evitando loro di dover ricorrere solo alla politica fiscale.

Anche il patto di stabilità in un contesto di alta tassazione e spesa pubblica finisce così per essere considerato al punto di rottura. Indossati i panni del politico, Draghi ha proseguito nella critica dell’alta tassazione, considerandola una conseguenza della seconda crisi, quella del debito pubblico, che ha investito l’Europa. Da banchiere ha messo le mani avanti specificando che, senza calo del debito pubblico e scarso credito delle banche, le misure monetarie, bassa inflazione e bassi tassi non hanno effetti reali. Poi vestendo i panni del politico, è entrato nel mondo della pura fantasia, auspicando una sola politica fiscale europea, meno pesante soprattutto nei settori di maggiore contribuzione, il tutto effettuato a neutralità di budget statale. Le altre proposte, messe sul tavolo dal presidente Bce, non sono nuove, riflettendo l’opinione delle strutture internazionali. Viene drasticamente definita strutturale parte della disoccupazione, quella di anzianità superiore all’anno, raddoppiata rispetto al 2008, dovuta al ridimensionamento dell’industria per il 10% e del settore edile per il 25%, settori dove si concentra la caduta dell’occupazione di basso livello.

Per Draghi il 6% della disoccupazione resterà tale. Numeri maggiori, circa il 10%, per Commissione, OECD e Fmi. Fanno riferimento ai lavoratori poco qualificati la cui disoccupazione è in tendenza di crescita verso l’8%. Invece il settore dei servizi, dove si concentrano i profili altamente preparati, tende all’aumento occupazionale anche al 3%. Draghi suggerisce di concentrarsi sul lavoro di alto livello e sui settori ad alta produttività che garantiscono il necessario aumento di produttività, di adeguare a questa i salari e di differenziarli grandemente tra singoli lavoratori e tra settori. Suggerisce di seguire l’esempio del 5% di disoccupazione tedesco (più part time e flessibilità, minore salario e straordinari non pagati) oppure quello irlandese che ha aumentato l’occupazione con il calo dei salari. L’esempio negativo è quello spagnolo che con contratti rigidi è al 25% di disoccupazione. Quando Draghi critica il dualismo economico, che nasconde il sostegno tramite l’uguaglianza contrattuale al reddito dei territori economicamente meno produttivi, sembra avere in mente il Sud italiano. In cambio di queste misure socialmente molto aggressive, Draghi prefigura grandi progetti europei di investimento (lavori pubblici?) e nuova flessibilità europea di sostegno alle riforme strutturali. La nuova flessibilità riguarderebbe il ricorso al fondo Salvastati e lo sforamento del 3% del rapporto deficit e Pil.

Sicuramente la riforma strutturale riguarda sostanzialmente il mercato del lavoro concretizzandosi in un allargamento generale delle forme di flessibilità già presenti nella maggioranza del lavoro giovanile, non a caso il più scarso. La competizione globale dei paesi emergenti, ed i loro costi e prezzi bassi, dovrebbe essere affrontata tutta sul piano della qualità, abbandonando i settori meno produttivi. Quando si chiede, grazie alla formazione continua, di raggiungere l’obiettivo del 90% di lavoratori diplomati o laureati per tutta l’eurozona, che in gran parte sta al 40%, oppure si chiede con l’istruzione di battere la disoccupazione giovanile cresciuta dal 15% del 2007 al 24%, si prefigura nuova spesa sociale. Quando si chiede supporto alla nuova occupazione per i lavoratori espulsi dal mercato del lavoro, si immagina nuova spesa sociale. L’auspicato sostegno ad un contesto economico favorevole al business prevede però meno regole, meno burocrazia, meno tasse e conseguentemente minore spesa sociale. Nell’immediato la ricetta Draghi, non diversamente da quelle dell’Fmi, abbasserebbe subito il livello di salari e stipendi che in molti settori non troppo produttivi sono difesi dalle rigidità normative. Abbasserebbe comunque la base occupazionale, punendo subito il lavoro non tecnico ed il pubblico impiego. Per non avere conseguenze ancora più depressive di quelle attuali, ed evitare che le soluzioni prospettate espletino i loro effetti nei decenni, Draghi avrebbe dovuto quantificare il valore dei nuovi progetti di investimento. Quello che ha immaginato e proposto, ha infatti bisogno di migliaia di miliardi per essere sostenuto, altrimenti i rischi prefigurati dal presidente Bce all’avvio del suo discorso potrebbero scoppiare ancora più gravemente.

Draghi non ha quantificato ciò che è inattuabile nel contesto di molti paesi europei, ma il suo discorso ha ottenuto lo scopo di esercitare pressione di indirizzo sui governi più in difficoltà. Ci sarebbe un percorso che potrebbe mettere d’accordo le idee di riforma totale del mercato del lavoro, quelle di sostegno all’euro o di uscita dall’eurozona. E’ il percorso protezionista, che porrebbe un freno alla concorrenza dei paesi emergenti, sostenendo lavoro e produzione nell’eurozona. Ha il grande limite politico di configurasi come una scelta contraria alla politica Usa. Eppure nello stato attuale, il ricorso anche temporaneo ad una politica difensivistica sembra l’unica soluzione che possa ridare slancio all’economia europea. La prima crisi bancaria fu americana e poi contagiò l’Europa. La Fed fu investitore con il ricorso all’acquisto di titoli di debito pubblico e obbligazioni sia dallo Stato che dalle banche e si ritirava con un attivo di 3000 miliardi dollari (20% del Pil Usa). L’Europa ha poi sofferto una seconda crisi, dovuta alla caduta dei debiti pubblici ed oggi sta passando la terza, dovuta alla serie di conflitti che la circondano a Sud ed Est. Anche la Bce ha immesso liquidità per quasi duemila miliardi di euro nel 2010, di mille nel 2011, di 400 nel 2014; anch’essa ha un corrispondente attivo di 3000 miliardi di euro, cioè il 30% del Pil dell’eurozona, La Bce però ha sostenuto i debiti pubblici dei governi e la stabilità delle banche, imponendo regole ad entrambi così da sterilizzare i suoi interventi. L’euro, più forte del dollaro, non è divenuto una moneta di riferimento mondiale, né ha creato un suo sistema di valutazione per i grandi investitori. In una certa parte gli Usa hanno scaricato la crisi sull’Europa, giocando sulle sue divisioni e polemiche come sulla sua minorità politica. Non ci sono migliaia di miliardi per nuovi grandi progetti di investimento. Non c’è sufficiente qualità per reggere la pressione dei prezzi bassi mondiali. Per ridare fiato alla domanda interna del mercato europeo (24% di quello mondiale), bisogna alzare i prezzi, che è poi l’unico modo per aumentare significativamente salari e stipendi e non aggredire le pensioni.

Nelle condizioni dell’economia globale di oggi, questo non è possibile, ma lo sarebbe tornando alle politiche di dazio degli anni ’80 e rivedendo gli accordi commerciali con le singole aree regionali. Senza la pressione competitiva per esempio della Cina, molti settori allo stremo delle forze tornerebbero in salute. Meraviglia che l’ipotesi non venga presa in considerazione, almeno in forme attenuate o ipotetiche, se non come una minaccia politica nella Commissione e nella Bce. Gli Stati nazionali dovrebbero però farla propria mettendo sulla bilancia sia il rischio di non sopravvivenza dell’eurozona come quello del commercio libero mondiale. Il primo pericolo era presente nel discorso di Draghi, ora si tratta di di farci entrare anche l’ipotesi del protezionismo. E se non nel suo discorso, in quello di un prossimo presidente Bce.

Giuseppe Mele | agosto 24, 2014 alle 1:22 pm | Etichette: draghi | Categorie: MondoPolitica ed Economia | URL: http://wp.me/p3RTK9-5il