Segnalazione e commento del Prof. Claudio Moffa

Chi è il legittimo rappresentante del popolo palestinese?
Nel mondo arabo e islamico la protesta si è fatta sentire a tutti i livelli, la Libia che si astiene all’ONU su una risoluzione di mediazione fra Hamas e Israele, le manifestazioni popolari in molte capitali del Medio Oriente, le dichiarazioni di Hezbollah in Libano su una possibile nuova guerra contro Israele, probabile deterrente contro la minaccia di Tel Aviv di continuare la mattanza con un intervento terrestre a Gaza.
In Italia invece, il pur encomiabile sforzo di alcune organizzazioni pro palestinesi ha prodotto una mobilitazione almeno per ora molto limitata. Molto limitata in rapporto non tanto a quelle del Vicino Oriente – fatto ovvio e scontato – quanto alla storia del movimento per la pace dalla svolta del secolo ad oggi, e in particolare a due date che ne hanno segnato positivamente l’avvio dopo l’11 settembre: quella della manifestazione pro palestinese che sfilò dal Circo Massimo a Piazza Navona nel febbraio o marzo 2002, 200.000 persone circa; e quella del 22 o 23 marzo del 2003, giorno dell’oceanico assemblamento di più di 1 milione di persone a San Giovanni in Roma, poche ore dopo l’attacco anglo-americano all’Iraq.
Da allora il movimento di solidarietà con i paesi e i popoli arabi minacciati dalle guerre imperialiste e sioniste, ha cominciato a declinare inesorabilmente e servono a ben poco i giudizi autoconsolatori del Forum Palestina e di Sergio Cararo sul presunto “successo” della mobilitazione alla Fiera del Libro di qualche mese fa. Altro che successo, anche quella manifestazione è stato il segnale di una crisi profonda, proprio in una fase in cui – dalla distruzione dell’Iraq baatista alla guerra genocida del Libano, al disumano embargo di Gaza – l’aggressività dello Stato d’Israele e del suo principale alleato in Occidente – gli Stati Uniti– si è fatta sentire con una violenza mai conosciuta prima d’ora.
I tre discorsi mancati
Come mai l’arretramento? I motivi di ordine teorico sono articolabili in tre capitoli essenziali: il primo è il rifiuto della sinistra estrema di impostare la mobilitazione contro le guerre di Israele come un momento di lotta trasversale-interclassista per la democrazia interna e internazionale – secondo  i  grandi  principi  della  decolonizzazione, evento  storico  progressivo  oggi  disprezzato praticamente e teoricamente dalla cultura e dalla politica dominanti – e nella conseguente fuga “in avanti”, che in realtà rischia di essere una forma di sostanziale opportunismo e subalternità al nemico dichiarato, in formule e strategie ultrarivoluzionarie. Meno Marx, più diritto internazionale, questa dovrebbe essere la linea da seguire ma che nei fatti è stata negata: il prezzo è stata la perdita – nonostante gli orrori di Abu Ghraib e il linciaggio criminale del Presidente Saddam Hussein – del 90 per cento e passa, dell’oceano di popolo di San Giovanni. Certo, ogni movimento di massa ha il suo inevitabile riflusso, ma come pensare di coordinare e guidare il variegato mondo pacifista attorno a slogan marxisti leninisti iperideologizzati?
Il secondo difetto consiste in un’ossessione laicista che impedisce di nuovo ogni contatto con il nuovo Medio Oriente “postbipolare”, segnato da una religiosità talvolta inaccettabile per le forme di integralismo che esprime e per gli episodi di intolleranza contro le donne, ma anche unica vera leva ideologica – in un Medio Oriente in cui storicamente, per colpa anche di Stalin, il marxismo è stato spesso un filone occidentalizzante e proccidentale – per contrastare l’offensiva dell’imperialismo e del  sionismo.  Anche in  questo  caso  il  primitivismo politico sostituisce la  politica: Stalin  per esempio, sostenne la guerriglia afghana contro l’imperialismo inglese, una resistenza assai più retriva dei talebani odierni, e un  imperialismo britannico di cui Marx aveva esaltato le “sorti progressive” nella confinante colonia indiana. La sinistra “rivoluzionaria” e “marxista” respinge di fatto ogni vero contatto con un movimento di liberazione nazionale come Hamas e permette che al suo interno, contro questo baluardo essenziale della resistenza palestinese al sionismo, si levino voci che definire di “dissenso” è solo un eufemismo.
Terzo capitolo, il rifiuto ostinato a considerare il sionismo come un fenomeno globale che da una parte riguarda non solo i palestinesi ma il pianeta intero, e dall’altra si muove secondo una strategia a sua volta globale e inclusiva di temi e argomenti che solo apparentemente sono altra cosa dai suoi interessi ultranazionalisti in Medio Oriente. Metto subito i piedi nel piatto di questa commedia un po’ schizofrenica, con un irriverente esempio: atto primo, in una scuola italiana viene nientemeno che sospeso e fatto oggetto di un esposto alla polizia un insegnante – cattolico, non di estrema destra – che aveva osato esprimersi in Consiglio di classe contro la verità ufficiale del cosiddetto “Olocausto”: nessuno a sinistra fa una minima inchiesta per indagare come stanno i fatti, al di là delle veline ufficiali. Tutti zitti, ammutoliti dal sacrilegio compiuto dal bravo professore. Atto secondo: sull’onda della gran cagnara sul rischio “antisemita”, in diverse scuole italiane viene organizzato poco dopo un ciclo di conferenze su Israele. Organizzatori e docenti sono quasi tutti ebrei. Non ci sarà probabilmente dibattito.
Posto che ci sia stata qualche protesta contro questa iniziativa propagandistica, come non ricollegare quel che l’oltranzismo sionista sicuramente collega scientemente e calcolatamente, e cioè l’episodio numero uno con l’episodio numero due? Non c’è bisogno di citare Norman Finkelstein e l’industria dell’olocausto per capire il rapporto causa-effetto. Basta un po’ di buon senso politico. Ma questo banale  buon  senso  scompare  quando  i  “marxisti”  devono  affrontare  il  terreno  del  cosiddetto Olocausto: i “rivoluzionari” lamentano che tutti i negazionisti sono “nazisti” (?), ma evitano di fare in prima persona la verifica della verità ufficiale, tanto per capire ad esempio se il sionismo non rubi attraverso il dogma dell’Olocausto la scena a Stalingrado, cioè a loro stessi, nella ricostruzione storica del conflitto mondiale; o se il clima piagnone di Auschwitz non abbia trasformato la stessa Resistenza europea e italiana da un movimento di liberazione a un evento tribale degno di essere commemorato solo attraverso il vittimismo della storiografia concentrazionaria. Per questa via i cervelli rivoluzionari si lobotomizzano, e non elaborano e non capiscono più nemmeno le trame interne ed esterne più o meno recenti: l’11 settembre per esempio, le grandi manovre mediatiche attorno a l’Onda studentesca, o più in generale l’attestarsi del sionismo secondo i livelli delle realtà e  movimenti da infiltrare. Tutti diversi a polemizzare l’un contro l’altro; tutti uniti a difendere Israele, dal livello massimo possibile – l’unica “vera” democrazia in Medio Oriente – alla contestualizzazione da “assedio” islamico, all’orgogliosamente “rivoluzionario” e “laico” “né-né”, all’esaltazione destrorsa della “superiorità razziale” degli ebrei rispetto ai “pezzenti” arabi. (…)
I motivi di ordine pratico
Ma i condizionamenti teorici richiamano anche un motivo di ordine pratico: tutta la sinistra estrema è  in effetti invischiata in una serie di legami economici e logistici che – non essendo mai stato costruito nel tempo alcun discorso veramente terzaforzista fra i due poli – la rendono prigioniera del solito ricatto “antisemita” del centrosinistra finanziario. Ieri, la lenta marcia di infiltrazione di militanti e giornalisti biforcuti nell’ancora vergine partito post-piccista, moneta di scambio per una maggiore visibilità mediatica e per qualche poltrona di più al governo, o negli equilibri interni fra correnti;  oggi,  la  realtà  consolidata  della  rete  di  finanziamenti  a  radio  e  iniziative  culturali “marxiste”, da parte di giunte regionali o comunali del centrosinistra ufficiale a loro volta segnate dal marchio filoisraeliano della catena editoriale De Benedetti Caracciolo: basta una telefonata “anonima” e minacciosa a una radio privata, o un trafiletto su un giornale per far capire che “pe’ ccampa’ ” – sulla pelle dei palestinesi – si deve rigare dritto (…)
Gli esempi potrebbero continuare, ma ci fermiamo qui per concludere con una sola annotazione: che, cioè, sarebbe ora di riflettere che un antifascismo incapace di ragionare sugli eventi storici e che fa del negazionismo olocaustico un mostro orripilante, e della decontestualizzazione pansiana un  crimine orribile anziché una  riedizione monca di quanto già sostenuto da  Pavone circa il carattere di guerra civile della guerra di liberazione italiana del 43-45; un laicismo a metà, che non vuole vedere gli orrori e gli effetti perversi del dogma olocaustico sulla propria libertà d’azione militante; e un marxismo che crede di restar tale e “rivoluzionario” depennando dall’agenda dei suoi alleati movimenti come Hezbollah e Hamas, o uno stato sovrano come l’Iran di Ahmedimejad: questi  antifascismo,  laicismo  e  marxismo,  rischiano  di  essere  alla  fin  fine  solo  tre  forme  di opportunismo politico, un imbellettamento dei condizionamenti che si è costretti a subire giorno dopo giorno forse a proprio vantaggio immediato (la sopravvivenza politica), ma sicuramente a danno dei palestinesi e di chi è sotto il tallone di ferro del sionismo in Medio Oriente e nel mondo. Come uscire dall’impasse non so proprio – la situazione attuale è stata costruita in lunghi anni – ma che  parlare del  problema sia  il  solo  modo  per  far  tornare il  movimento di  solidarietà con  i palestinesi e con i popoli ai livelli di qualche anno fa, questo è per me certezza assoluta.

Fonte con ulteriori commenti e risposte: http://www.claudiomoffa.info/2008/12/il-vicino-oriente-e-lontano-i-marxisti.html