Segnalazione Quelsi

by Riccardo Ghezzi

diritto alla casaLe case popolari dovrebbero tutelare quelle persone e famiglie che non hanno un reddito sufficiente per potersi permettere di pagare un affitto a costi di mercato o un mutuo. Spesso lavoratori o pensionati che hanno faticato per una vita intera.
Tra graduatorie interminabili, iter burocratici snervanti, leggi poco chiare e interpretabili, lassismo e disservizi, invece, le cose non stanno esattamente così.

Le case popolari sono invece, ad oggi, una delle prime cause di ingiustizie percepite e di conseguenti tensioni sociali. Troppe le storie da raccontare, inspiegabili le anomalie che rendono l’Italia un Paese tanto, troppo arretrato da questo punto di vista.
Si potrebbe cominciare dall’eccessivo numero di case popolari sfitte o dalle interminabili liste d’attesa, ma preferiamo raccontare qualche esemplificativa storia di cronaca recente.

Cominciamo dall’ultima: a Bologna, Giovanni Ghelardi detto Gianni, pensionato di 73 anni, titolare del regolare contratto di assegnazione di un appartamento Acer dopo essere subentrato alla madre, si è ritrovato degli inquilini indesiderati all’interno della sua abitazione. La vicenda è raccontata sul Resto del Carlino di oggi ed è addirittura drammatica. Ghelardi viveva con la madre dal lontano 1951. La loro casa di proprietà era stata bruciata durante la guerra e, dopo una lunga attesa, la famiglia si è vista assegnare l’attuale appartamento Acer in via Zampieri, zona Bolognina. La madre è scomparsa da poco, Ghelardi invece si assenta sporadicamente per trascorrere del tempo nell’azienda agricola che gestisce. Ha subito undici interventi chirurgici, ha problemi alla schiena e dopo qualche settimana di lontananza voleva tornare a casa per riposarsi un po’. Da lì, l’amara scoperta: la serratura è stata cambiata, all’interno dell’appartamento ora c’è una famiglia composta da una donna africana e tre bambini. Secondo la nuova occupante, la residenza in quell’appartamento le è stata concessa regolarmente dal Comune. Intanto, per fugare ogni dubbio, ha cancellato ogni traccia dell’esistenza di Ghelardi: via mobili, quadri, frigoriferi, poltrona, effetti personali. L’uomo ha immediatamente chiamato i Carabinieri, ma ora dovrà attendere un lungo iter giudiziario per avere giustizia. Oltre alla casa, la sua stessa esistenza è stata praticamente cancellata con un colpo di spugna: non ha più nulla.

La storia di Gianni Ghelardi rischia di trasformarsi in una vera bomba sociale, anche per l’impatto sull’opinione pubblica: è pur sempre la vicenda di una famigliola di stranieri che di fatto caccia un pensionato italiano dalla sua casa. Alla base, però, non ci sono solo questioni etniche, ma problematiche a tutto tondo. Sempre in provincia di Bologna era accaduto un fatto simile: a Casteldebole, lo scorso dicembre, un’inquilina Acer era tornata dalle vacanze e si è ritrovato l’appartamento occupato da una famigliola di disoccupati. In quel caso la Procura ha subito avviato un’inchiesta per violazione di domicilio.
Non è una novità che per gli inquilini delle case popolari non sia più consigliabile andare in vacanza. I rischi di sgradite sorprese al ritorno sono dietro l’angolo, di contro le tutele e soprattutto gli strumenti per perseguire gli abusivi non sono così chiari e sembrano latitare.

Non è così facile cacciare un abusivo da una casa popolare. Ma probabilmente è pure contrario alle reali intenzioni di chi sarebbe deputato a farlo. Lo scorso marzo Panoramaha pubblicato un interessante reportage sulle occupazioni abusive a Roma. A Roma ci sono ben 50.000 case sfitte e circa 100.000 persone in emergenza abitativa. La soluzione è presto trovata, ben riassunta da Claudia Daconto su Panorama: “i palazzinari costruiscono, le case restano sfitte, gruppi organizzati le occupano abusivamente e a quel punto, per evitare tensioni sociali e far contenti i costruttori, interviene il Comune che le acquista e ci lascia dentro gli occupanti abusivi mentre chi è in fila per l’assegnazione regolare di una casa resta in attesa“. Tutti contenti: gli occupanti abusivi, i palazzinari che riescono comunque a guadagnarci e anche “l’indotto”. Scrive ancora Claudia Daconto: “Ma occupare non è un lavoretto da niente. Servono dei professionisti. Gente esperta in scasso (porte e portoni d’ingresso devono essere forzati, divelti e abbattuti), sfruttamento della manodopera clandestina e resistenza a pubblico ufficiale. Nulla viene fatto per beneficenza, senza scopo di lucro e per alti fini morali, politici e sociali. Dare un tetto a chi non sa più dove sbattere la testa rappresenta, anzi, un’attività molto redditizia.“. Un vero business. Niente male, in tempi di disoccupazione. E pure per la scelta degli inquilini abusivi non manca la selezione: “(…) avviene secondo criteri semplici, il primo dei quali è essere il più ricattabili possibile: gli stranieri senza permesso di soggiorno sono infatti quelli con più chance di entrare.
Molto gradita anche la presenza di vecchi, bambini, paraplegici e cardiopatici usati dalle organizzazioni per bloccare gli sgomberi o gridare allo scandalo quando questi vengono provvisoriamente portati a termine prima che la Procura sia costretta, dopo un braccio di ferro perso contro il Comune, a disporne – come è accaduto nei giorni scorsi – il rientro.
“.
Inquilini che, a quel punto, oltre ad essere costretti a partecipare a sit-in, manifestazioni e blocchi stradali, si devono pure auto-tassare per compiacere le organizzazioni.
Funziona così a Roma, ma è arduo pensare che in altre realtà sia diverso.

Un’altra curiosa storia è stata riportata dal Fatto Quotidiano nel 2012. Questa volta la location è Milano: una trentacinquenne si vede piombare dei ragazzotti dei centri sociali nell’appartamento Aler di fianco al suo. E’ invalida all’85%, ha figli e quei giovanotti che fumano le canne proprio non li vuole. Non si fida e ha paura. Avvisa Aler e Carabinieri, ma, nonostante i ripetuti avvertimenti e le visite di prassi, nessuno li sgombra. Ci pensano i due fratelli della donna, due gemelli ben piazzati fisicamente, che approfittano di un momento di assenza dei giovanotti per occupare l’appartamento e piantonarlo. I ragazzi dei centri sociali provano a rientrare, ma proprio non ci riescono. Uno dei due gemelli decide così di diventare a sua volta abusivo e risiedere in pianta stabile con la moglie e la figlioletta di 14 mesi. Lo fa per lui ma anche per proteggere la sorella e tenere occupato quell’appartamento, che altrimenti verrebbe conquistato da qualche presenza indesiderata. In fondo, se possono essere abusivi i ragazzi dei centri sociali, perché non può esserlo lui?

E’ la giustizia fai da te. Il far west, che non c’è solo per le strade ma anche all’interno delle case popolari. Dove mancano leggi chiare e giustizia, ci si sbriga da soli. E’ giusto che funzioni così, per quello che dovrebbe essere un diritto riconosciuto e anche lautamente sudato? Crediamo di no.

Riccardo Ghezzi | agosto 7, 2014 alle 1:33 pm | Etichette: abusivicase popolariingiustizia | Categorie: Giustizia e Società | URL: http://wp.me/p3RTK9-5bA