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di Riccardo Ghezzi e note redazionali

“Male affluenza, bene i risultati: 2-0 netto”. Se l’italiano non è una lingua morta, il commento a caldo del premier Matteo Renzi su twitter non si presta ad equivoci: persino l’astensionismo è una vittoria personale del presidente del Consiglio. O perlomeno da ritenere tale: un gol per i risultati, un altro per l’affluenza. Due a zero.
Contento Renzi, contenti tutti. O quasi. Perché nella disaffezione dell’elettorato in una regione come l’Emilia Romagna, capace di portare alle urne il 77% degli aventi diritto in occasione delle regionali del 2005 e il 68% in quelle del 2010, si nasconde un campanello d’allarme per il Pd e quindi per Matteo Renzi stesso.

Ieri, in Emilia Romagna, l’affluenza è stata solo del 37%, corrispondente a poco più di un terzo degli aventi diritto. La prima conseguenza è che a livello assoluto tutte le liste hanno perso consensi rispetto al 2010 (e, ovviamente, rispetto alle politiche del 2013).
Il Pd, che può festeggiare la scontata elezione a presidente di Stefano Bonaccini, perde per strada ben 320.000 voti, sui poco più di 850.000 che aveva, in soli quattro anni. Per la prima volta l’astensione punisce severamente anche il partito di Renzi, generalmente sempre favorito dal calo di elettori.
I motivi per cui gli emiliani e i romagnoli possono essere insoddisfatti del Pd e del centro-sinistra sono molteplici: innanzitutto si tornava al voto in seguito ad un’inchiesta giudiziaria e a una storiaccia di corruttele che ha costretto il precedente governatore Vasco Errani alle dimissioni, in secondo luogo qualcosa sembra essersi rotto nella magica macchina da guerra delle cooperative, del clientelismo, della sanità, del sistema di potere che da anni caratterizza l’Emilia Romagna intesa come regione rossa per eccellenza, al pari della Toscana.

Il centro-sinistra come coalizione, infatti, ottiene un risultato tutt’altro che lusinghiero. Nel 2010 Vasco Errani era stato eletto col 51% delle preferenze ed 1.197.789 di voti assoluti. Oggi Bonaccini si ferma al 49,05% (percentuale calata nonostante il netto aumento dell’astensionismo) e solo 615.723 voti. Sono ben 582.000 voti in meno. Un patrimonio praticamente dimezzato in quattro anni, nella rossa Emilia Romagna.
Non c’è tanto da gioire, per il centro-sinistra emiliano, che perde l’apporto di Idv (136.000 voti nel 2010, sparito oggi) e della sinistra estrema (60.000 voti nel 2010, 50.000 oggi al di fuori però della coalizione): “L’Altra Emilia Romagna”, con un proprio candidato presidente, riesce ad entrare in consiglio conquistando un seggio. Tiene invece Sel, che conferma a livello assoluto i voti del 2010, raddoppiando la percentuale.
La componente di sinistra (due posti in consiglio conquistati da Sel, uno da L’Altra Emilia) resiste senza sfondare e non approfitta dell’astensionismo, chiaro segnale di uno stato di salute in ogni caso non brillante. Ad uscire con le ossa rotte è quindi principalmente il partito di Renzi.

Sparito del tutto il centro (gli alfaniani di Ncd non entrano neppure in consiglio) ed in netta crisi il Movimento 5 Stelle (crollo totale rispetto alle politiche del 2013, solo qualche migliaio di voti in più rispetto alle regionali del 2010), resta da analizzare la performance del centro-destra.
Ed è ovviamente qui che arrivano le dolenti note. La coalizione è tenuta in vita dalla Lega Nord, che sfiora a livello regionale il 20% e diventa il secondo partito dell’Emilia Romagna. (…) Nonostante anche il Carroccio perda 55.000 voti dal 2010. In un certo senso una vittoria personale di Alan Fabbri, candidato presidente che è diretta espressione della Lega, ma soprattutto di Matteo Salvini da far valere sui suoi rivali interni e da tenere in calda all’amico Silvio, in caduta libera, per quando potrà riscendere in campo…(n.d.r.)
Non è un caso che in Calabria, dove il centro-destra non ha potuto contare del supporto della Lega, il candidato Pd conquista il 60% dei voti. (E chissà che luce avranno portato i Fari tosiani calabresi, che sembravano così luminosi fino a pochi mesi fa’? N.d.r. )
Se Alfano esulta per il 9% ottenuto in Calabria, contento lui, Forza Italia e Fratelli d’Italia dovranno riflettere a lungo.
Il partito di Berlusconi, ammesso che ancora lo sia, perde l’80% dei voti in quattro anni, passando da 518.000 voti a poco più di 100.000 in Emilia Romagna. In Calabria ne perde più delle metà, passando da 271.000 a 92.000. Punita la gestione Scopelliti? Può essere, considerando che nel 2010 le elezioni erano state vinte dal centro-destra con 614.000 voti assoluti e una percentuale del 57%, per poi colare a picco oggi: 184.000 voti al candidato Wanda Ferro, appena il 24% in percentuale. Insignificante pure l’apporto della lista di Giorgia Meloni: 18.000 voti in Calabria (2,43%), 23.000 in Emilia Romagna (1,91%) dove non riesce neppure a raccogliere le firme per presentarsi nella provincia di Ravenna.

Un centro-destra morto e sepolto, in cui dà segno di vita soltanto la Lega.
Che fare? Probabilmente rendersi conto che se il Pd arretra, la sinistra arranca, il centro sparisce e il Movimento 5 Stelle si avvia all’estinzione, se il centro-destra è clinicamente morto significa che gran parte degli astenuti appartengono all’area dei liberali, liberal-conservatori, moderati, liberisti, libertari, conservatori. Ossia, proprio all’area di centro-destra.
(Noi speriamo in una forte destra radicale cattolica e rivoluzionaria, che sappia aggregarsi attorno a Forza Nuova, fuori dal Sistema e contro, per ribaltarlo sul trinomio Dio, Patria, Famiglia, n.d.r.)

 

Riccardo Ghezzi | novembre 24, 2014 alle 10:22 am | Etichette: calabriacentro-destra,elezioniemilia romagna | Categorie: ItaliaPolitica ed Economia | URL:http://wp.me/p3RTK9-5OU