Segnalazione Quelsi

 

by Giuseppe Mele

 

SUDIl Sud oggi muore. Lo fa mentre esprime le prime due cariche dello Stato, un Presidente napoletano glorificato da un secondo mandato ed un Presidente del Senato siciliano. E le maggiori chances per il nuovo inquilino del Quirinale sono di due siciliani. Il Sud oggi, 7 regioni, 20 milioni di abitanti, 320 miliardi di Pil, meno di 6 milioni di posti di lavoro, 116 mila emigranti l’anno, solo 177mila neonati, una evasione fiscale altissima che sfiora il 50%, una disoccupazione superiore al 30% che per i giovani supera il 60%. In 6 anni consecutivi di regresso dell’economia, persi il 15% della ricchezza, quasi il 30% dell’industria, il 50% degli investimenti fino a cadere sotto i 17mila euro ad abitante, peggio di Portogallo e di Grecia. La crisi sta uccidendo un Sud tornato a 50 anni fa per investimenti e occupazione ed a 100 anni indietro per popolazione che entro il 2060 con il trend di oggi potrebbe ridursi ai 15 milioni.

 

Il Sud muore ma poiché è indietro da anni, non ci si bada. Soprattutto non si bada alle responsabilità della sua classe dirigente. C’è l’occasione annuale in cui si snocciolano i dati sempre più gravi, più pressanti, più angoscianti, ripetendo considerazioni immutate se non nei numeri, ogni volta ovviamente peggiorati. Le soluzioni proposte, sempre uguali (investimenti, politica industriale specifica, rete logistica mediterranea, valorizzazione culturale, fiscalità ad hoc) assomigliano più ai risultati sognati che a delle indicazioni politiche da seguire. Passato il cordoglio momentaneo, il pensiero prevalente è che non ci sia niente da fare. Il divario tra Nord e Sud non è più enorme, è divenuto esponenziale. Nella caduta il primo ha doppiato il secondo. Non passa in testa a nessuno che anche il Sud possa avere un punto di non ritorno. Si continua il gioco stomachevole della politica buona e di quella cattiva. Ha avuto finora successo mediaticamente il tentativo di colpevolizzare le amministrazioni di destra e di glorificare quelle di sinistra o giustizialiste. Sulle prime la giustizia ha pestato duro punendo i successi elettorali dei Cuffaro e dei Cosentino. Semplicemente piuma è stata la giustizia invece sui Bassolino, Vendola, De Magistris. Il semplice buon senso, nell’ira sollevata ad arte dell’antipolitica, è stato straziato. Oggi un pietoso velo, sorretto dalla solita disonestà dei media maggiori, copre i sgonfi ballons delle inverosimili promesse fatte per attirare sinistra e grillini.

I numeri arrivano e spazzano tutto. E dicono che l’unica politica utile degli ultimi anni al Sud è stata quella degli interventi emergenziali, operati in deroga alla legge. Il Sud muore anche e soprattutto per la legge e per gli uomini di legge, dell’amministrazione e della politica. Contrappasso vuole che il tracollo meridionale ricorra sotto il secondo governo di un sindaco fiorentino mentre sotto il primo iniziavano le stragi di conquista militare del Meridione. Paradosso ribadisce che il coma si registri sotto le prime due cariche dello Stato, rette da un napoletano e da un siciliano; che mai, nei fatti, sotto gli stendardi della lotta a corruzione ed evasione fiscale, sia stato tanto forte il potere della magistratura giudicante e ministeriale, istituzione largamente meridionale nelle persone e nella mentalità. Le casematte dell’anticorruzione e delle antimafia ufficiali e informali sono in larga parte potere meridionale. E per forza di cose, in carenza di altra occupazione sono largamente meridionali Esercito, Marina, polizie e l’omnimundo burocratico, soprattutto a livello apicali e direttivi. Il sindacato cresce negli iscritti e nelle vertenze, sempre più numerose. E’ l’unica partecipazione politica, in senso lato, in crescita, anche nei confronti del Sud, ma raramente lascia il segno.

La sindacalizzazione meridionale, che in tutte le vicende ed aziende non cerca il conflitto ma il salvataggio della produzione in loco, non trapela come dato. Raramente i suoi protagonisti possono raccontare e raccontarsi, forse perché non rientrano nella rappresentazione abituale dei conflitti sindacali. Basti pensare alla censura calata sullo sciopero dei lavoratori dell’Ilva contro i giudici. L’”Intelligencija” meridionale, da anni trasferitasi al Nord, i suoi scrittori, modisti ed artisti sono i più premiati quasi a ricompensa morale per il coma della propria gente e anche perché stranamente trattano della bellezza dei paesaggi, dell’arte, del carattere del Sud come fosse un’ alternativa. Il Sud è una tragedia secondo loro, ma almeno è anticapitalista. Qualche volta dipingono anche il Sud vero, quello comatoso o malavitoso ma sempre a due dimensioni, come si fa con i nazisti, gli islamisti e gli slavi. Fermi sull’alta mistica dell’emigrazione, più antica che moderna e del mito eroico antimafia tollerano il sottobosco seriale della quotidianità di meridionali, che non possono che vivere nella cintura milanese.

La canzone e le altre teatralità partenopee, regine dell’entertainment di qualche decennio fa, sono scomparse, guardate con sospetto, addirittura portate a processo, come cultura connivente del Sud nemico. Le giustificazioni dell’arrangiarsi alla Totò non sono più ammesse perché anche gli ignari cittadini devono giurare sui misteri dell’antimafia cui ogni potere è soggetto, anche il più elevato. C’era una teoria staliniana secondo la quale la reazione del nemico, man mano che viene sconfitto, si fa sempre più terribile, per cui al crescere della repressione l’idra criminale e dissidente, anche se apparentemente annientata, in realtà prepara una reazione più potente. La teoria giustifica l’aumento inverosimile della repressione. Oggi dicono che al crescere dei poteri di giustizia ed ordine, la criminalità sia sempre più forte. Dicono che se nei processi si certificano qualche centinaio di migliaia di euro per corruzione, questa valga centinaia di miliardi. Così la lotta alla miseria accresce la povertà, la maggiore difesa di ambiente e salute aumenta gli ammalati, la difesa del lavoro chiude fabbriche e uffici. Più aumenta l’attenzione per il malato, più questo peggiora. Come ai tempi di Baffone, non resta che gridare al sabotaggio e dare la caccia a misteriosi sabotatori, infiltrati, eredi delle P2,3,4,n, avvelenatori, nuovi briganti, agli investitori che nel Sud finiscono per appaltare alla mafia.

Quando l’Europa, maestra di legalità, ha imposto di aumentare la crescita statistica, sommandole l’impalpabile contributo dell’illegalità, grande è stata la delusione dell’Italia della legge. Che si è depressa, di fronte allo striminzito calcolo di soli 50 miliardi di Pil mafioso, lei che spende 6 volte tanto a combatterlo. Teoricamente il Sud non è condannato a restare indietro. All’unificazione del paese era per gli analisti uguale se non più ricco del Nord. La diffamata Cassa del Mezzogiorno aumentò il tenore di vita meridionale tra i ’50 ed i ’70 dai 10 ai 500 euro odierni. Negli anni ’80 le due parti del Paese si avvicinarono sensibilmente. Era anche il tempo di centinaia di morti l’anno in una cittadina come Caltanissetta, anni di evidenza di mafia, parassita prosperante attorno ad un’economia in crescita. Oggi per chi ha il potere sul Sud e per chi lo studia, il coma meridionale è un mistero, una jattura, senza responsabili. Non può essere che la causa del danno sia l’unico business in crescita, quello della legalità, oppure la committenza principale della macchina pubblica dei Mare Nostrum e dintorni, oppure la spesa della poliburocrazia locale. La colpa deve essere del male comune, della mafia, dell’unico parassita al mondo che riesca, a quanto pare, a trarre nutrimento dal un corpo comatoso. Viva dunque la nuova guerra al brigantaggio che darà prosperità e ricchezza al Sud e soprattutto ai suoi figli migliori impegnati, fin da subito, ad andarsene e sull’esempio dei grandi, Cuomo, Croce, LaMalfa, e via dicendo, a disinteressarsi della propria gente.

Giuseppe Mele | novembre 10, 2014 alle 6:26 pm | Etichette: meridionemezzogiornosud | Categorie: Dall’Italia | URL: http://wp.me/p3RTK9-5Kh