Segnalazione del Centro Studi Federici

 

egidio morteraConsideriamo la prima guerra mondiale da un’insolita angolatura: il dramma vissuto dalle congregazioni religiose, con la partenza forzata per i fronti di guerra di numerosi sacerdoti, seminaristi e novizi. Ne parliamo attraverso le vicende degli Oblati di San Giuseppe d’Asti, fondati da mons. Giuseppe Marello.

Ricordando la folle strage: gli Oblati di S. Giuseppe nella grande guerra, di padre Severino Dalmaso, osj

(…) Benedetto XV, eletto Papa il 5 settembre 1914, invano si sforzò di evitare quella che egli chiamò “inutile strage”. Non fu ascoltato e la guerra produsse, tra il 1914 e il 1918, nove milioni di soldati morti, lasciando l’Europa stremata. 

 

(…) La Congregazione degli Oblati di San Giuseppe contava, nel 1915, 55 sacerdoti, 5 studenti di teologia, 14 studenti di filosofia, 13 fratelli laici, 95 novizi e aspiranti. Di questi, 28 sacerdoti furono chiamati in guerra e destinati chi ai servizi in sanità chi come cappellani militari; circa 40 circa tra chierici, fratelli e novizi, dovettero fare i soldati semplici in prima linea. Le Case in Italia rimanevano dimezzate di personale, creando gravi disagi nella cura degli oratori e delle altre opere. Se si pensa che vi erano in Italia 14 Case sparse per il Piemonte e alcune anche in provincia di Brescia, Cremona, Massa Carrara, è facile capire lo sconquasso che la guerra portò ovunque, obbligando i Superiori a chiuderne qualcuna, e a gestire la maggior parte delle rimanenti  con un solo sacerdote. A Trino Vercellese gli orfani rimasero affidati a fratel Antonio Zappa. A Canelli si dovette addirittura mettere alla direzione un Novizio appena dopo la sua professione. A Varallo Sesia, rimase solo il P. Giovanni Arata, che ottenne di fare il cappellano nel locale ospedale militare, continuando anche a dirigere l’oratorio interparrocchiale della città. Ad Armeno, il Padre Ernesto Gabri consumò la sua vita da solo per vari anni, meritando di avere in eredità la casa e le proprietà della Famiglia Badanelli, prima di morire all’età di 35 anni. Sono alcuni esempi dello sconquasso prodotto dalla guerra in alcune case della Congregazione.

Morirono in guerra, o a causa della guerra, sette Oblati di San Giuseppe: il sacerdote Costantino Tirone, di Mombarone d’Asti, classe 1880, che morì di spagnola nell’ospedale militare di Livorno, mentre stava accompagnando un soldato malato in Sardegna; il chierico Marco Pepe, di Canelli, morto nella battaglia della Bainsizza, cominciata il 19 agosto 1917; il chierico Enrico Bertana, di Murisengo (Alessandria), morto in combattimento sul Carso il 19 maggio 1917; Il novizio Enrico Monti, di Canelli, colpito gravemente in trincea l’11 dicembre 1917; il novizio Natale Balestracci, di Caprio (Massa C.), morto in un ospedale da campo a Recoaro per tifo e congelamento delle gambe; il novizio Giuseppe Geddo, di Trecate (Novara), morto il 15 marzo 1919; il postulante Paolo del Campo, di Piobesi d’Alba , morto prigioniero in Germania nell’inverno del 1919. 

Non si contano, nelle cifre conosciute, coloro che, richiamati in guerra, non rinnovarono i voti annuali e non ritornarono più alla Congregazione (5 studenti di filosofia e 3 fratelli laici). La maggior parte però di coloro che non potevano rinnovare i voti, alla fine della guerra, ripresero la loro vita nella Congregazione. Il contributo degli Oblati di San Giuseppe risulta dunque molto elevato. Rimanevano a casa gli anziani e i più giovani, non essendoci ancora le leggi di dispensa del clero dalle armi, come avvenne dopo il Concordato del 1929.

Chi più di tutti teneva le relazioni con i soldati in guerra erano don Cortona e il padre Luigi Garberoglio. Si conservano in archivio alcune corrispondenze del tempo, dalle quali traspare l’impegno dei superiori di sostenere il morale dei confratelli, e la risposta dei soldati che combattevano sui vari fronti. Finita la guerra, vi fu ancora un periodo di ferma nelle caserme prima che i soldati potessero far ritorno alle loro case. Nel 1919, c’era in Italia molta confusione e i socialisti agitavano la piazza con continue dimostrazioni. Solo nel 1920, i superstiti del grande eccidio poterono essere liberi dal servizio militare. In quale stato fossero moralmente e fisicamente i soldati che avevano combattuto negli anni di guerra lo dimostra il fatto che la stessa Santa Sede dovette intervenire chiedendo ai vescovi e ai superiori di sottoporre i sacerdoti e seminaristi reduci a una specie di quarantena, “per eliminare la polvere mondana  che si fosse eventualmente posata su qualcuno di loro”. Tutti dovevano frequentare un corso di Esercizi Spirituali di almeno otto giorni prima di riprendere le loro attività. Fortunatamente, fra gli Oblati di San Giuseppe nessun sacerdote si perdette in quegli anni di guerra e tutti fecero ritorno alla Congregazione, salvo tre che si incardinarono in diocesi, e furono don Amilcare Soria, don Prospero Boella e don Carlo Quarello. Alcuni avevano ricevuto medaglie al merito, come padre Giuseppe Calvi (due medaglie d’argento, una croce al merito, una croce di guerra francese), padre Giovanni Viola (croce al merito). Padre Mario Viola, invece, conservava una medaglia della Madonna che teneva appesa al collo e diceva che lo aveva salvato da una fucilata che era andata a infrangersi su quel metallo lasciandovi il segno.

Un particolare cenno merita anche il fatto che la Casa Madre di Asti, durante il periodo bellico, fu sede di un ospedale per i soldati malati o feriti in guerra. Con un patto stilato fra l’autorità militare e i superiori, si doveva provvedere al mantenimento di tutti i soldati, ricevendo lire 1,80 per ciascuno ogni giorno, aumentate via via fino a lire 3,70. Le Suore Figlie di N. S. della Pietà, che erano addette alla Casa, si dedicarono all’assistenza infermieristica fino all’abnegazione, qui e nei vari ospedali militari sparsi nella città di Asti. A tutti era preposto l’economo padre Paolo Rosso (don Pio), che era molto solerte nell’attendere ai molti bisogni. Anche il castello di Frinco venne adibito ad uso militare, e vi furono tenuti prigionieri fino a 400 soldati austriaci che erano stati rastrellati sui vari fronti.

Cento anni sono passati, ma il ricordo di tanti sacrifici non può passare sotto silenzio e va annoverato fra le glorie più autentiche dell’impegno patriottico e umanitario della Congregazione, che in certo modo si dissanguò per tener fede ai suoi doveri umani e cristiani. Don Cortona fu insignito di una onorificenza al merito civile, divenendo  cavaliere della Corona d’Italia. Come, nel 1915, egli abbia potuto inviare sei confratelli nelle Filippine e, nel 1919, cinque in Brasile, resta un segreto della Provvidenza e della fede di quegli eroi, che noi siamo soliti chiamare col nome di Cofondatori della Congregazione. 

 

(Da: Joseph, anno 93, n. 6, novembre 2014)

 

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