Segnalazione di S.R.

 

SBIRRYFacevano capire alle vittime che chi non si allineava alle loro richieste avrebbe fatto una brutta fine, “perché in Calabria è consuetudine murarli nelle gettate di cemento”. Un a storia che si ripete? Anche al nostro portavoce Matteo Castagna furono rivolte minacce dello stesso tenore…

L’operazione dei ROs dei Carabinieri mette in luce “infiltrazioni nell’economia locale”, “saldi collegamenti” con le cosche di origine

C’E’ la ‘ndrangheta a Perugia. Con un centro operativo nella vicina Ponte San Giovanni, piccolo paese alle porte della città,  e una serie di basi logistiche: il bar Apollo 4 e il ristorante La Piscina utilizzati per le riunioni della cosca, un paio di capannoni industriali, un appartamento a Ponte San Giovanni teatro di spaccio di cocaina e prostituzione, un pub. E, naturalmente, con tutto il bagaglio criminale di cui la ‘ndrangheta si serve per controllare il territorio: estorsioni, incendi dolosi nelle aziende di molti imprenditori, minacce, traffico di stupefacenti, truffe e usura. Nel cuore del Centro Italia, nell'”isola felice” umbra.

La retata dei carabinieri del Ros, con 61 arresti in Umbria e in altre città, esito dell’inchiesta denominata “Quarto passo” della procura distrettuale antimafia di Perugia, scardina una presunta “filiale” del clan di Cirò e Cirò Marina, paesi di origine delle persone finite in manette. Il gruppo umbro ruota attorno a un paio di soggetti. Si vantavano di conoscere i capi delle ndrine di Cirò, facevano capire alle vittime che chi non si allineava alle loro richieste avrebbe fatto una brutta fine, “perché in Calabria è consuetudine murarli nelle gettate di cemento”.

Sono stati sequestrati beni per oltre 30 milioni di euro. “Un’associazione  –  ragionano gli investigatori  –  autonoma, radicata”. Che manteneva sì i contatti con la casa madre, ma che aveva sviluppato anche un certo grado di indipendenza. Non solo quindi un’articolazione periferica del clan calabrese. “L’inchiesta  –  si legge nella corposa ordinanza di custodia cautelare  –  ha documentato le modalità tipicamente mafiose di acquisizione e condizionamento delle attività imprenditoriali, in particolare nel settore delle costruzioni, con incendi e intimidazioni con finalità estorsive”.

Molti sono gli incontri documentati dai carabinieri a Perugia tra il gruppo umbro e i fratelli Vittorio e Vincenzo Farao, figli di Silvio Farao e cugini di Giuseppe Farao, considerati dagli inquirenti i reggenti della cosca.

“Siamo della ‘ndrangheta, siamo calabresi”. Così si presentavano i sodali umbri del clan (si sono trasferiti a Perugia una quindicina di anni fa) ai tantissimi testimoni che hanno riferito di minacce, esplicite o implicite, che si concludevano tutte con l’offerta di “protezione” da loro stessi. Incendi e danneggiamento delle macchine delle aziende, si è detto. Ma anche teste mozzate di agnello e benzina lasciati davanti agli uffici della ditta, come è capitato a una piccola imprenditrice di Perugia.

 

Fonte: http://www.repubblica.it/cronaca/2014/12/10/news/_ndrangheta_in_umbria_61_arresti_sequestri_per_30_milioni-102527344/?ref=HREC1-4