JUDEN

Bergoglio, nella giornata di ieri, ha visitato la sinagoga di Roma: è il terzo “anti-papa” a farlo, dopo Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. L’intervento di Bergoglio si è concentrato, a differenza dei forti connotati politici degli interventi che hanno preceduto il suo, sul rapporto tra le due fedi e sull’antisemitismo: ne ha parlato Matteo Matzuzzi su Il Foglio.

di Matteo Castagna

Ricevuto come una rock-star fin dall’esterno, tra baci e abbracci, Bergoglio è stato accolto dalla presidente della Comunità ebraica, Ruth Dureghello (La sua “è una tappa importante, in un momento delicato in cui le religioni devono rivendicare uno spazio nella discussione pubblica per contribuire alla crescita morale e civile della società”, ha detto) e da Renzo Gattegna, presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane. “Le nostre relazioni mi stanno molto a cuore”, ha osservato l’inquilino di Santa Marta di bianco vestito. Bergoglio non entra nelle questioni specifiche, né fa cenni all’attualità – cosa ben diversa da quanto, poco prima di lui, aveva fatto Dureghello, che aveva parlato di “terrorismo islamico” e aveva osservato che “la pace non si conquista seminando il terrore con i coltelli in mano, non si conquista versando sangue nelle strade di Gerusalemme, di Tel Aviv, di Ytamar, di Beth Shemesh e di Sderot. Non si conquista scavando tunnel, non si conquista lanciando missili. Possiamo affrontare un processo di pace contando i morti del terrorismo? No” – come se i sionisti fossero da sempre modello di tolleranza, di amorevolezza e, soprattutto non disponessero di arsenali militari, spesso utilizzati contro famiglie inermi e giovani ragazzini.

L’ “Anti-papa” parte dai suoi trascorsi argentini: “Già a Buenos Aires ero solito andare nelle sinagoghe e incontrare le comunità là riunite, seguire da vicino le feste e le commemorazioni ebraiche”. Aderisse al Cattolicesimo, Bergoglio saprebbe che solo questo è proibito e anatemizzato dal Magistero di sempre, in particolare dall’Enciclica “Mortalium Animos” di S.S. Pio XI (1928).

Poco prima, il rabbino capo Riccardo Di Segni aveva sottolineato: “Non accogliamo il Papa per discutere di teologia. Ogni sistema è autonomo, la fede non è oggetto di scambio e di trattativa politica”. Bergoglio si adegua, come se la teologia, come se Dio si potesse mettere da parte in “sistemi autonomi”, nel più classico dei sincretismi, anch’essi condannati dalla Chiesa. Ricorda le visite dei predecessori conciliari, a cominciare da quella di Giovanni Paolo II il 13 aprile 1986 che “coniò la bella espressione ‘fratelli maggiori’, e infatti voi – osserva Bergoglio – siete i nostri fratelli e le nostre sorelle maggiori nella fede”, quindi rimarca il miglioramento dei rapporti concretizzatosi con il Concilio: “Abbiamo da poco commemorato il 50° anniversario della Dichiarazione Nostra aetate, che ha reso possibile il dialogo sistematico tra la chiesa cattolica e l’ebraismo”. “Indifferenza e opposizione si sono mutate in collaborazione e benevolenza. Da nemici ed estranei, siamo diventati amici e fratelli. Il Concilio – ha sottolineato il capo della “nuova Chiesa” che occupa i Sacri Palazzi – ha tracciato la via: sì alla riscoperta delle radici ebraiche del cristianesimo; no a ogni forma di antisemitismo, condanna di ogni ingiuria, discriminazione e persecuzione che ne derivano”. I cristiani, ha aggiunto il Papa, “per comprendere se stessi non possono non fare riferimento alle radici ebraiche, e la Chiesa, pur professando la salvezza attraverso la fede in Cristo, riconosce l’irrevocabilità dell’Antica Alleanza e l’amore costante e fedele di Dio per Israele”. Peccato che a non riconoscere il Messia in Cristo sia proprio Israele, che dopo il deicidio è costituito dai Cattolici e, non più da chi lo condannò al patibolo infame di croce. l’amore costante e fedeli di Dio è per il Nuovo Israele, quindi per la Chiesa Cattolica. Ma questo dato fondamentale è abilmente mimetizzato e sacrificato in nome dell’ecumania cronica. Va dato atto, però, a bergoglio, di aver chiaramente parlato della rottura tra la l’insegnamento della Chiesa di sempre e quello della sua, nata cinquant’anni fa con il Conciliabolo Vaticano II e la dichiarazione Nostra Aetate. Una ammissione, per noi implicita, ma che fa chiarezza ulteriore su chi stia con Cristo e chi con Belial.

Immancabile, quanto esilarante l’ennesimo appello ecologista: “Non dobbiamo perdere di vista le grandi sfide che il mondo di oggi si trova ad affrontare. Quella di una ecologia integrale è ormai prioritaria, e come cristiani ed ebrei possiamo e dobbiamo offrire all’umanità intera il messaggio della Bibbia circa la cura del creato”. E ancora, ha detto Bergoglio, “conflitti, guerre, violenze ed ingiustizie aprono ferite profonde nell’umanità e ci chiamano a rafforzare l’impegno per la pace e la giustizia. La violenza dell’uomo sull’uomo è in contraddizione con ogni religione degna di questo nome, e in particolare con le tre grandi religioni monoteistiche”. Ecologia e pacifismo, insomma. Ovvero, panteismo e assenza di guerra ma senza Cristo, che diviene un elemento accessorio o soggettivo.

Bergoglio ha poi celebrato immancabilmente la religione olocaustica, mito dell’ultimo secolo: “il popolo ebraico, nella sua storia, ha dovuto sperimentare la violenza e la persecuzione, fino allo sterminio degli ebrei europei durante la Shoah. Sei milioni di persone, solo perché appartenenti al popolo ebraico, sono state vittime della più disumana barbarie, perpetrata in nome di un’ideologia che voleva sostituire l’uomo a Dio”. Una data precisa: “Il 16 ottobre 1943, oltre mille uomini, donne e bambini della comunità ebraica di Roma furono deportati ad Auschwitz. Oggi desidero ricordarli in modo particolare: le loro sofferenze, le loro angosce, le loro lacrime non devono mai essere dimenticate. E il passato ci deve servire da lezione per il presente e per il futuro. La Shoah ci insegna che occorre sempre massima vigilanza, per poter intervenire tempestivamente in difesa della dignità umana e della pace”.

Poco prima aveva indirizzato il proprio saluto al Pontefice il Rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni. Dando il benvenuto al Papa, Di Segni ricordava che il Tempio Maggiore “fu edificato a segno della libertà ottenuta dopo secoli di restrizioni e di umiliazioni; nel luogo visitato da re, presidenti, ministri; offeso dai nazisti e insanguinato dal terrorismo palestinese”. Il rabbino capo ha osservato come la terza visita di un Pontefice nella Sinagoga romana possa essere considerata “il segno concreto di una nuova era dopo tutto quanto è successo nel passato. La svolta sancita dal Concilio Vaticano cinquanta anni fa è stata confermata da numerosi e fondamentali atti e dichiarazioni, l’ultima di un mese fa che hanno prima aperto e poi consolidato un percorso di conoscenza, di rispetto reciproco e di collaborazione”. Tutti, ha aggiunto Di Segni, “attendiamo un momento chissà quanto lontano nella storia in cui le divisioni si risolveranno. In che modo, ognuno ha la sua visione. Ma nel frattempo ciascuno, rimanendo fedele alla propria tradizione, deve trovare un modo di rapportarsi all’altro. In pace e con rispetto”. La terza visita di un Papa in Sinagoga è interpretabile “nel senso che la chiesa cattolica non intende tornare indietro nel percorso di riconciliazione”. Quella rappresentata da Bergoglio, però, non è la Chiesa Cattolica, ma la sua brutta copia, nata, appunto, col tradimento conciliare.