Epifania del Signore

di Fra Leone da Bagnoregio

La bontà del Padre e il suo amore verso l’umanità si sono fatti conoscere, nella manifestazione del Verbo Incarnato. Epifania significa, infatti manifestazione o apparizione. Tutto l’Ufficio della Santa Messa è pervaso dalla regalità di Nostro Signore, invero, un tempo questa Festa esaltando la regalità di Cristo su tutti i re della terra, di cui i Re Magi sono l’emblema, teneva il posto della Festa di Cristo Re soltanto ultimamente istituita visto il dilagare del laicismo anticristiano. Nostro Signore regnerà sulle genti e tutti i popoli saranno a lui soggetti in quanto Re per discendenza divina e per conquista.

L’Introito è ispirato dal Profeta Malachia (III, 1) è tipicamente d’origine bizantina in cui la divinità del Salvatore è circondata dalla sua regalità. Questo versetto venne cantato dai Bizantini quando vennero incontro a papa Giovanni I.  Ecco è giunto il Signore, il dominatore, che porta con se il suo regno e la potenza. Questo versetto del Profeto Malachia è supportato dal Salmo 71 versetto 1°, dove si annunciano i doni che saranno portati dai re dei gentili a Cristo Nostro Signore. «Ecco è venuto il Dominatore, il Signore; e nelle sue mani ha il regno, la potenza e il comando. Dà, o Dio, la potestà di giudicare al Re; e l’amministrazione della tua giustizia al Figlio …».

Nell’Orazione invochiamo il Signore che come oggi allo sfavillio di una stella ha rivelato il suo Unigenito ai Gentili nella persona dei re dell’Oriente e li ha così introdotti sulla via della salvezza, così noi che lo abbiamo conosciuto mediante la virtù della fede, possiamo giungere a contemplare l’essenza della verità divina: «O Dio, che in questo giorno con la guida di una stella hai rivelato alle nazioni il tuo Unigenito, concedi propizio che, avendoti già conosciuto per la fede, noi siamo condotti a contemplare la bellezza della tua maestà …».

Esaminiamo ora la parte della lettura che è tratta dal Profeta Isaia (LX, 1-6) che è il profeta che ci ha accompagnato con le sue visioni per tutto l’Avvento e anche per certi brani nel periodo natalizio, è difatti, la rilevazione vetero testamentaria che ha parlato di Nostro Signore Gesù Cristo al popolo d’Israele.

Le tenebre hanno avvolto la terra nel peccato dei nostri progenitori, ma la luce della verità è sorta con l’incarnazione del Verbo divino. Il profeta parla di Gerusalemme e la Gerusalemme celeste è la Chiesa, come insegna Sant’Agostino, a cui tutti i popoli dovranno dirigersi per giungere alla salvezza. Non vi sarà salvezza se non attraverso la Chiesa di Nostro Signore Gesù Cristo.

Il Graduale è tratto dalla medesima pericope del Profeta Isaia e mostra le nazioni che verranno alla culla del Messia recando oro ed incenso, riconoscendo in questo modo la divinità e la regalità di Nostro Signore.

Il versetto alleluiatico è ripreso dal Vangelo di San Matteo (II, 2) in cui è narrato l’episodio dei Magi che giungono dall’Oriente venuti per adorare il Salvatore guidati da una stella. Questa stella in modo allegorico è la nostra fede che ci guida e ci illumina nella conoscenza della verità: «Verranno tutti i Sabei portando oro e incenso e proclamando le glorie del Signore. Sorgi e ricevila luce o Gerusalemme; perché la gloria del Signore è sorta su di te. Alleluia, Alleluia. Abbiamo veduto la stella di lui in Oriente e siamo venuti con doni per adorare il Signore…».

Il Vangelo deriva da San Matteo (II, 1-12) dove viene narrato l’arrivo dei re Magi a Gerusalemme, il turbamento di Erode e lo sgomento del Sinedrio. E ivi la stella scompare, scompare perché la fede in quella città si è estinta, non vi è mai stata in Erode ed è scomparsa nei sacerdoti sinedriti, che vanno a consultare le Sacre Scritture per vedere dove doveva nascere il Messia. Erode cerca solo la potenza terrena ed usa la violenza per mantenere il suo regno, ma come canta l’Inno di questa solennità “Crudelis Herodes … non eripit mortalia qui regna dat caelestia”, non porta via i regni mortali chi dà il regno celeste. I sacerdoti non più in grado di vedere la verità cercano solo il loro profitto e la loro tranquillità e non riconosceranno il Messia il Redentore d’Israele, perché accecati dalla cupidigia e dall’invidia.

La stella che qui, propriamente, si può identificare con la stella della fede, ricompare quando i Magi lasciano la città di Gerusalemme ed a Betlemme trovano, infine, Gesù Bambino nella braccia di Maria sua Madre dove prostrati, adorano il Dio fatto carne ed offrono i loro doni, oro, incenso e mirra, che sono i tre caratteri che contraddistinguono la figura di Nostro Signore Gesù Cristo.  L’incenso la sua divinità, l’oro la sua regalità su tutto l’universo e la mirra si confà alla sua umanità, con la quale sarà unto il suo corpo al momento della sepoltura. L’Evangelista ha tracciato un meraviglioso quadro teofanico in cui la figura di Gesù Bambino e di sua Madre risplendono ed annullano tutto ciò che li circonda in quella povera casa, dove essi albergavano, e risplendono tuttora nella nostra anima, pronta a ricevere la sua venuta, nonostante le nostre miserie ed i nostri difetti.

L’Offertorio è ripreso dal Salmo 71 (10-11) in cui è cantato che i re di Tharsis e delle isole porteranno doni e i re degli Arabi e di Saba offriranno tributi al Monarca universale ed ogni popolo dovrà essere a lui sottomesso questo fa risplendere la sua regalità divina a cui il mondo contemporaneo non vuole sottomettersi e non vuole porsi sotto il giogo della sua grazia salvatrice.

«I re di Tharsis e le isole a lui faranno le loro offerte; i re degli Arabi e di Saba porteranno i loro doni e lo adoreranno tutti i re della terra, tutte le nazioni serviranno a Lui».

Il testo della Secreta si trova più o meno modificato, insegnano i liturgisti, in varie liturgie, dal Sacramentario Gregoriano è stata riportata nell’attuale Messale Romano, nella qual orazione viene evidenziato che la Chiesa non offre più oro, incenso e mirra bensì è il Verbo stesso che viene immolato sull’altare e dato in cibo ciò che era simboleggiato con questi doni.

«O Signore, volgi propizio lo sguardo ai doni della tua Chiesa, coi quali non si offre già oro, incenso e mirra, ma è immolato e si prende quello che dagli stessi doni è manifestato, Gesù Cristo tuo Figlio Signore Nostro».

Vale la pena soffermarsi anche su un brano del Prefazio: «… perché essendo apparso nella sostanza dell’umanità il tuo Unigenito Figlio, ci ritornò a salvezza con lo splendore della sua immortalità». Questo brano tratto chiaramente dalle liturgie bizantine ci mostra come teologicamente sia profonda la festività del Natale, che per gli orientali è festeggiato proprio in questo giorno e come l’umanità di Cristo, non corrotta dal peccato, sia legata alla sua divinità.

Il Communio riprende il versetto di San Matteo già proposto nel versetto alleluiatico in cui i Magi si recano a Gerusalemme alla ricerca del Salvatore guidati dalla stella.

Concludiamo con il Post Communio, con la qual orazione supplichiamo il Signore, perché si realizzi in noi interiormente, quando è stato celebrato con rito solenne ed affinché purificata la mente, conseguiamo la vera saggezza, ovvero la comprensione delle cose divine: «Fa, onnipotente Dio, che conseguiamo con lo sguardo della mente purificata, quello che celebriamo con rito solenne …».

Non è infatti, la semplice Epifania storica che oggi si vuole commemorare, ma va affiancata, da quella soggettiva che va realizzata in ogni cristiano al quale appare Gesù Bambino con gli occhi della Fede.