banchieri

di Alessio Mannino

Il cda della banca vicentina non sapeva, ma Penati (Atlante) sì: c’è un’offerta formale per prendere il controllo della fusione

«Non siamo tenuti a saperlo, che noi si sappia no», disse ieri il vicepresidente di Banca Popolare di Vicenza, Salvatore Bragantini. E ad abundantiam il presidente, Gianni Mion, sempre ieri in conferenza stampa sulla mesta semestrale 2016: «Per il momento non ho consapevolezza che ci sia alcuna manifestazione di interesse». Si riferiscono agli appetiti di facile conquista di eventuali fondi d’investimento stranieri sull’istituto bancario vicentino, che deve fare i conti con una difficile risalita dopo l’anno forse più nero della sua storia. Detto e smentito nel giro di neanche un giorno: questa mattina, il quotidiano milanese MF- Milano Finanza titola in prima pagina: “Veneto-Vicenza, fondi Usa in campo”.

In un servizio a pagina 8, Andrea Montanari spiega papale papale che i vertici della BpVi (e di Veneto Banca) non sono stati nemmeno avvertiti dal comune azionista semi-unico Atlante:il numero uno della controllante Quaestio, Alessandro Penati, «secondo alcune interpretazioni di mercato ancora non avrebbe dato comunicazione… o, quantomeno, non ancora avrebbe confermato e reso noto l’arrivo della proposta formale» ai cda rispettivamente guidati da Mion a Vicenza e da Beniamino Anselmi a Montebelluna. La proposta consiste in un’offerta ufficiale consegnata lo scorso 1 settembre da Atlas, Centerbridge, Warburg Pincus e Baupost, disponibili a «immettere nel nascente polo bancario» che risulterà dalla fusione fra BpVi e Vb «un miliardo di euro cash per supportare il piano di rilancio e ristrutturazione». E non fra qualche mese: «subito». Il progetto ha anche un nome, Power Point, ed è già stato presentato a Bce e Bankitalia.

Possibile che Mion & C fossero all’oscuro di tutto e che, a quanto pare, abbiano saputo o avuto conferma come tutti gli addetti ai lavori questa mattina, leggendo la stampa specializzata? Fosse così, si dovrebbe evincere che i consigli d’amministrazione delle due banche godono di non eccessiva considerazione presso il padrone Atlante, che sembra proprio non veda l’ora di sbarazzarsi delle due navicelle vendendole quanto prima. E che siano i famosi o famigerati fondi statunitensi, ad Atlante poco cale. Si avvera così lo scenario paventato dai più critici: la delocalizzazione della testa di Popolare di Vicenza e Veneto Banca,la perdita del legame con il tanto strumentalizzato quanto effettivamente ricco territorio, l’addio totale e definitivo al passato di banca del popolo, radicata, aderente al tessuto economico e sociale fatto di quel reticolo di piccole aziende familiari che hanno fatto la fortuna del cosiddetto modello Nordest.

Se invece fosse un gioco delle parti, sarebbe ben poco riuscito, e farebbe fare comunque una figura piuttosto magra ai due board, evidentemente usati come facciata esterna esornativa rispetto al potere vero di Penati & C che manovrano sotto coperta. Quel che è facilmente prevedibile, è che l’annuncio del bagno di sangue di esuberi (non basteranno i 550 previsti nell’attuale piano dell’ad Franceco Iorio per BpVi) prefigura inquietanti prospettive in caso di fusione con Veneto Banca: alle filiali già tagliate si aggiungeranno i doppioni con quelle trevigiane, e in particolare proprio nel “territorio”, qui in Veneto. Ma d’altronde, per dei fondi Usa, questi sono solo numeri da far quadrare per ingerire un boccone ripulito di grasso inutile. Che invece sono le vite dei dipendenti, i doppi fidi di imprenditori e famiglie, la carne viva del Veneto che ancora deve subire tutte le conseguenze del tracollo della sua finanza.