ARENA

di Cesare Galla (www.vvox.it )

E’ corsa a intestarsi il molto presunto successo della stagione estiva. Ma i numeri parlano diversamente. E Bolle “salvagente” non basta più

Se si considera solo l’opera, questo non è il primo ma il terzo anno che il numero deglispettatori in Arena va sotto la fatidica soglia psicologica di 400 mila. Fino all’estate scorsa ci aveva pensato l’evento di danza “Bolle & Friends”, vera e propria ciambella di salvataggio (ma anche unico spettacolo del cartellone a essere etichettato come coproduzione con un’agenzia esterna), a dare l’illusione del contrario. Ma i conti sono presto fatti: non calcolando i circa 13.000 appassionati che invariabilmente, da un luglio all’altro, affollano la serata di cui è protagonista il celebre ballerino, il 2014 si ferma a 391.000 spettatori, il 2015 a 395.000. Questa volta, neanche Roberto Bolle ha potuto fare il miracolo: il festival appena concluso ha superato di poco la linea dei 370.000. Il che vuol dire che sono state circa 357.000 le persone che hanno deciso di trascorrere una serata con la lirica in Arena. Un quindicennio fa, senza Bolle, erano almeno 150.000 di più.

Per molto tempo, la diffusione del consuntivo estivo areniano è stata occasione di qualche piccolo o grande “show” di Flavio Tosi in conferenza stampa. L’anno scorso era il 9 settembre quando aveva annunciato, a fronte di numeri decisamente deludenti, che era ora di cambiare (quasi) tutto. Pensava di poterlo fare lui, con il suo braccio destro Girondini: sette mesi più tardi si ritrovava a chiedere la liquidazione coatta della Fondazione, ma per fortuna è andata altrimenti. E il merito di un risultato se non altro tranquillizzante è andato ad arricchire il già brillante curriculum di Carlo Fuortes, ormai uomo immagine della lirica italiana nella sua versione economicamente compatibile. Il commissario, sempre riluttante a lasciare Roma, non ha convocato conferenze stampa e si è limitato a dichiarare la sua soddisfazione con sentite e quasi commosse parole per mail: «La lirica all’Arena è un bene culturale prezioso da salvaguardare, unico e irripetibile nel panorama mondiale». E poi ringraziamenti a tutti, come alla notte degli Oscar, mentre in questo caso l’alba del risanamento è ancora lontana. Lo sanno bene tutti i dipendenti, chiamati a pesanti sacrifici, e chi conosce i traballanti conti della Fondazione (debito a 28 milioni). E lo sanno pure i numerosi artisti che ancora attendono di essere retribuiti, per un importo complessivo di 2,6 milioni di euro. Si discute di numeri ma questa è l’immagine attuale dell’Arena: un ente che paga chissà quando, sempre molto tardi.

Comunque, apprezzamento generale dai sindacati e dalla politica, tutti sollevatissimi per risultati evidentemente insperati. Il primo pessimista era lo stesso Fuortes, che stimava incassi inferiori di un milione e mezzo rispetto a quelli reali, che hanno sfiorato quota 22 milioni. La torta del festival estivo resta ricca e questo spiega l’ardore e l’insistenza deisostenitori della privatizzazione. Non ci stupirebbe se prossimamente tornassero a farsi sentire. Anche perché si avvicina il 15 ottobre, data entro cui Franceschini dovrà decidere cosa fare del commissariamento areniano: se chiuderlo o prorogarlo.

Tendenzialmente, i risultati segnano un leggero miglioramento rispetto al 2015. Il deciso calo nei numeri (spettatori da 408.000 a 370.000, incassi da 23,3 milioni a 22 milioni) deriva dal fatto che le serate di spettacolo sono state otto in meno. Non si può neanche parlare di inversione di tendenza, però: diciamo che l’Arena, al netto delle oscillazioni delle variabili legate al meteo e alla situazione dell’economia e del turismo è riuscita a tenere le recenti posizioni, che erano però frutto dei disastrosi “smottamenti” seguiti al 2013. Ai troppo ottimisti e soprattutto a quelli che, come il sindaco Tosi e i suoi “portatori d’acqua”, sottolineano che il festival appena concluso era stato programmato dal sovrintendente Girondini, giova ricordare che cinque anni fa (non venti), “regnanti” l’attuale sindaco e il suo fido sovrintendente, un festival con due serate in più di quello appena concluso (49) aveva registrato 465.000 spettatori e 24,1 milioni di incasso. Vedi caso, in quell’estate 2011 erano state proposte due nuove produzioni su sei titoli operistici.

L’anno prossimo, è già stato annunciato, la Fondazione Arena proverà a risollevare la testa con un nuovo “Nabucco”. Ne vedremo gli effetti, qualcosa di più si capirà quando si saprà chi firmerà lo spettacolo, chi dirigerà, come sarà formato il cast. Non è affatto assicurante per i conti che il programma 2017 veda il ritorno della discussa e costosissima “Aida” del 2013, firmata dalla Fura dels Baus. L’unica “Aida” in Arena che negli ultimi 40 anni (cioè a memoria di chi scrive), ma probabilmente anche in assoluto (dal 1913 in poi), sia stata fischiata al momento del Trionfo. Sembra saggio, invece, puntare su almeno due titoli pucciniani (“Madama Butterfly” e “Tosca”), visto che l’opera che ha avuto la più alta media di occupazione dell’anfiteatro quest’estate è stata “Turandot”, con 8.800 spettatori a recita. Mille di più della media generale, che è stata di 7.883. Solo per l’opera (senza Bolle), 7.760 circa.

Intanto la Fondazione si svuota e chiude temporaneamente. Complici le ferie settembrine e soprattutto il fermo forzato dell’attività per i mesi di ottobre e novembre, oneroso pedaggio per il tentativo di rimettere ordine nei conti, l’attività riprenderà solo ai primi di dicembre: l’apertura della stagione invernale al Filarmonico è fissata per la sera di Santa Lucia. Vedi caso, lo spettacolo inaugurale sarà di nuovo “Turandot”.