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L’EDITORIALE DEL VENERDI

di Arai Daniele

Per la sua dimensione e importanza, quello che accade alla Chiesa in Cina non può non interessare a tutti cattolici. E l’interesse deve cominciare dalla conoscenza della sua storia, in speciale quella riguardante i nostri tempi. In quell’enorme Paese son successi eventi che di fatto cambiarono la vita del mondo con lo spostamento dell’area d’influenza, specialmente economica, sempre meno centrata in Occidente, e sempre più asiatica.

Seguirò con un riassunto, specialmente su quanto concerne la Religione e la Chiesa nel secolo XX in Cina; secolo di Fatima e della espansione comunista in tutto il mondo.

Negli anni successivi alla Seconda guerra mondiale, la Chiesa cattolica progredisce in Cina e nel 1946 la Santa Sede eleva la delegazione apostolica a nunziatura e Pio XII nomina il primo cardinale cinese di nascita. La Chiesa in Cina giunge ad un assetto definitivo nel territorio diviso in 20 arcidiocesi, 85 diocesi e 34 prefetture apostoliche. I vescovi cinesi sono diventati 20.

Ma già durante la guerra civile (1946 – 49), i comunisti avevano avversato con violenza la presenza della Chiesa cattolica in Cina. Finita questa nel 1949 con la presa del potere da parte dei comunisti guidati da Mao Ze Dong, i circa 3,5 milioni di cattolici sono discriminati e poi perseguitati, in seguito a un’intensa campagna in favore dell’ateismo, che comprende notevoli limitazioni specialmente ai religiosi provenienti dall’estero. Il Partito comunista fa arrestare e poi espellere molti missionari stranieri, che devono lasciare il Paese.

Nel novembre del 1950, nel tentativo di avviare una mediazione con il regime, i cattolici del Sichuan settentrionale pubblicano un «Proclama sull’indipendenza e la riforma» (in seguito chiamato “Manifesto delle Tre Autonomie”). Il regime accoglie favorevolmente il documento ed esercita pressioni su tutte le comunità cattoliche per l’allineamento al Movimento delle Tre Autonomie da Roma. L’intervento dei vescovi è di rifiuto di tale distacco dalla Santa Sede.

Il governo allora procede nella chiusura di seminari e nell’espulsione dei missionari rimasti. Nel totale dono cacciati 1136 missionari e 14 vescovi di origine straniera. Tra il 1951 e il 1952 un’ondata di arresti e di esecuzioni sommarie attraversa il paese. Tra le centinaia di migliaia di vittime, ci sono molti cristiani. Il 5 settembre 1951 viene espulso anche l’internunzio apostolico Antonio Riberi, che si rifugia inizialmente a Hong Kong e nell’anno seguente a Taiwan. Prima della fine del 1951 il governo confisca tutte le proprietà della Chiesa sul territorio nazionale, trattate come «organizzazioni antigovernative». Contemporaneamente il regime avvia una grande campagna di indottrinamento, prima nelle grandi città e poi in tutti gli altri centri.

Nel 1952 papa Pio XII pubblica la lettera apostolica Cupimus imprimis in difesa della cristianità cinese. La risposta del regime è dura: in quell’anno, oltre i missionari espulsi; altri 23 vescovi finiscono in carcere duro e 5 agli arresti domiciliari; oltre trecento sacerdoti sono incarcerati o inviati ai lavori forzati. Dopo l’ondata di espulsioni e arresti, il regime pone le basi di una Chiesa cattolica “nazionale”.

Nel 1954 viene approvata la costituzione della Repubblica popolare cinese, che getta le basi per il controllo del Partito comunista su ogni attività organizzata. Il mese dopo Pio XII pubblica l’enciclica Ad Sinarum Gentem condannando la creazione di una Chiesa cinese separata da Roma. Aumenta la persecuzione del regime e nel 1955 la Chiesa cattolica a Shanghai, guidata dall’arcivescovo Ignazio Kung Pin Mei, una delle più fiorenti del Paese, viene liquidata.

Il 2 agosto 1957 nasce l’«Associazione patriottica cattolica cinese», organizzazione controllata dal regime; e ai cattolici viene imposto l’obbligo di iscriversi all’associazione; chi rifiuta e resta fedele alla Santa Sede è inviato ai campi di lavoro. D’allora la Chiesa cattolica entra in stato di clandestinità e comincia ad essere chiamata “sotterranea”.

L’Associazione Patriottica comincia a consacrare i propri vescovi. Il 28 giugno 1958 Pio XII pubblica un’altra enciclica sulla Cina, Ad Apostolorum Principis, in cui denuncia la persecuzione in atto e dichiara illecita la nomina dei vescovi da parte della chiesa autocefala; il Papa precisa che i vescovi consacrati senza l’approvazione della Santa Sede non sono scomunicati poiché si ritiene che non abbiano accettato liberamente l’episcopato. C’è notizia di rapporti sullo scisma dei vescovi cinesi occultati a Pio XII dal Sostituto Montini (CRC, 97, ottobre 1975, p.12).

Nel 1962, al Concilio Vaticano II, la Chiesa cinese è rappresentata solo dai vescovi in esilio (60, di cui 49 stranieri) e da quelli di Hong Kong, Macao e Taiwan, sede, della nunziatura presso la Repubblica popolare.

Tra il 1966 e il 1969, durante il periodo di repressione della Rivoluzione culturale, i cristiani vengono etichettati “nemici del popolo” e i cattolici sospettati di attività contro-rivoluzionarie. Vengono chiuse le poche chiese rimaste aperte e molte vengono distrutte dalle Guardie rosse. “La Cina si presenta al mondo come un Paese completamente ateo, con l’eliminazione radicale di ogni religione e la proibizione di qualsiasi manifestazione di fede”. Dopo la morte di Mao Ze Dong (1976) i nuovi vertici del regime cominciano a concedere una limitata libertà religiosa e molti cristiani detenuti nei campi di lavoro vengono liberati.

Nel 1979, per la prima volta dopo oltre 25 anni, i cristiani possono celebrare pubblicamente il Natale in tutta la Cina. Negli anni successivi si riaprono molte chiese dell’Associazione Patriottica. Tuttavia, il regime non dà segni di distensione verso la Santa Sede, anzi nel 1980 ribadisce che le comunità cattoliche non registrate sono considerate sovversive e quindi vanno perseguite. Le comunità più numerose di cattolici, forse 10 milioni rimasti fedeli a Roma sono quelle in Hebei (in particolare la diocesi di Baoding), Shaanxi, Fujian e Mongolia interna.

Nel 1982 il partito comunista approva il Documento nº 19, l’atto tuttora in vigore che fonda la politica religiosa di Deng Xiaoping, il successore di Mao alla guida del Paese. In esso si afferma che le religioni in Cina sono destinate a scomparire, ma non vanno più combattute, ma “sono tollerate se sostengono la guida del partito comunista e la modernizzazione del Paese”.

In attuazione del Documento, l’Associazione Patriottica «cattolica» controllata dal regime, alla fine degli anni ottanta approva lo «Statuto del collegio dei vescovi». Diverso è il trattamento che il governo riserva ai cristiani fedeli a Roma. Essi devono essere controllati, pertanto tutti i luoghi di culto e tutti i sacerdoti devono essere obbligatoriamente registrati.

La Chiesa cattolica in Cina aveva vissuto un allontanamento dal resto del mondo, un quasi totale isolamento, per oltre due decenni, dal 1958 al 1979. Durante questo periodo pur la minima comunicazione era quasi impossibile. Così, quando Giovanni 23 convocò il Vaticano 2 nel 1962, i vescovi della Cina in esilio non vi potevano far partecipare i residenti, con il risultato che sapevano poco di ciò che stava succedendo con le iniziative conciliari per aggiornare la Chiesa al mondo moderno. Inoltre, la fine del Vaticano 2 nel 1965 coincise con l’inizio della «rivoluzione culturale», inizio di un decennio di caos che portò la Cina a uno stallo completo. «Coincidenza storica», tale scatenarsi di rivoluzioni «culturali», dal sessantotto occidentale a quella conciliare romana. Era il periodo che segue il 1960 di Fatima, in cui il «Segreto» della «soppressione papale» sarebbe più chiaro!

Ma il processo della penetrazione di quelli errori nella Chiesa in Cina è stato lento. Nei primi anni di quell’interregno, chierici e laici concentrano energie a recuperare i beni confiscati o distrutti e alla ricostruzione dei luoghi di culto, dove i cattolici potessero nuovamente riunirsi. Di modo che ciò ebbe la precedenza su ogni possibile voce di aggiornamento dottrinale o riforma liturgica. La Santa Messa in Latino era conservata immune dallo scempio conciliare.

Era naturale che, come la Chiesa in Cina cominciò a cercare di riaffermarsi nella società dopo la rivoluzione culturale, facesse rivivere le sue strutture e si ricostruisse lungo le linee tradizionali. All’estero correva voce tra noi che la Chiesa in Cina era preservata dalla tempesta del Vaticano 2, al contrario di tante altre in tutto il mondo cattolico, dove l’influenza della riforma conciliare in cui dominavano i nuovi modelli massonici-modernisti, ispirati da Roncalli e successori.

Tuttavia, i leader della Chiesa in Cina iniziarono poco a poco a mostrare un interesse per le riforme che dicevano, poteva educare i cinesi a quella migliore comprensione del mondo moderno tanto strombazzata. A proposito di tale situazione Padre Aloysius Chang, S.J. ha sottolineato: “Perché la Chiesa cattolica nella Repubblica popolare cinese era stata tagliata fuori dal normale comunione con la Chiesa universale, i suoi membri non hanno avuto la possibilità di vivere gli eventi del Vaticano II. Di conseguenza hanno mostrato una certa diffidenza e riluttanza a seguire il rinnovamento mondiale della Chiesa avviato dal concilio.”

Era quello che volevano, un’attualizzazione nella linea dei vari Rahner, Ratzinger e compagnia. Ma dall’altra parte, questo isolamento poteva essere il modo con cui lo Spirito Santo preserva almeno un popolo distante, isolato e sofferto dalla disgrazia di una Fede alterata. Ciò poteva includere la presenza di vescovi fedeli fino al martirio, spariti in Occidente, per preservare la legittima continuazione apostolica e la giurisdizione nella Chiesa rimasta.

In questo senso, l’amico, Tom Chapman, della nostra Fondazione, ha fatto due viaggi in Cina, dove sperava di trovare un vescovo che avesse capito che cosa accadeva nella nuova Roma ecumenista.  Tom era l’editore del «Catholic Crusader» di Londra, poi curatore della «Britons Catholic Library» (oggi nella nostra Casa di Nazareth a Fatima). È stato sempre un cattolico senza paura¸ amico del valente padre Baker della vera resistenza cattolica in Inghilterra. Ci ha lasciato nel 2011, dopo, nell’ultima riunione della nostra Fondazione Pro Roma Mariana, averci narrato questi viaggi andati a vuoto. Vediamo perché, dato che il problema si ripresenta oggi sempre più spaventoso con la devastante politica ecumenista di Bergoglio.

Erano gli anni ‘novanta e stabilire contatto con la Chiesa clandestina in Cina non era facile. Tom, avendo mezzi finanziari sufficienti in quel periodo, ha escogitato l’idea di una sostanziale donazione all’organizzazione della «Chiesa che soffre» in Cina, ma da consegnarla sul posto. In questo senso siamo partiti insieme per l’incontro a Parigi con due preti dell’organizzazione, che hanno concordato e fornito le indicazioni sul posto, necessarie per i contatti iniziali.

Tom partì per la Cina insieme al suo genero, anche con la scusa di una iniziativa commerciale. Purtroppo, i possibili vescovi resistenti erano o in prigione o in ospedale. Il problema principale è stato allora la resistenza dei fedeli, increduli all’informazione che la Roma ecumenista era in vena d’invitare, se non imporre ai Cattolici della perseguitata «Chiesa clandestina» di fondersi con quelli della «chiesa patriottica» controllata dal governo comunista, i cui vescovi sono scelti dal Partito, perciò accusati dall’enciclica «Ad Sinarum Gentes» dal 1954 da Pio XII.

Come si sa, dai primi anni conciliari, la politica di benevolenza verso gli aggressori della Chiesa, sincronizzata con l’abbandono dei vescovi Resistenti al comunismo e quant’altro, è in atto. Casi clamorosi come quelli degli arcivescovi Mindszenty, Slipyi, Beran, Thuc, sono noti. Era la nuova ostpolitik vaticana di apertura al mondo dei nemici della Fede, continuata anche dopo la caduta del muro di Berlino in Ucraina ecc., la presenza dei resistenti ai nemici della Chiesa dava fastidio ai loro nuovi amici in Vaticano. Ciò già dovrebbe bastare per sapere da che parte sono!

La Cina non poteva essere dimenticata e infatti non lo è stato perché tale politica era già nella mente di Montini e compagni. Ora si dimostra con Bergoglio, con la sola novità di trovare la Chiesa già profondamente minata e dimezzata; nei nuovi tempi ha perso le ragioni di resistere. In questo senso è illustrativo l’articolo di Sandro Magister – «Primavera diplomatica tra Roma e Pechino. Ma per la Chiesa cinese è inverno».

ROMA, 1 settembre 2016 – Le anticipazioni su un possibile accordo tra la Santa Sede e Pechino riguardo alla nomina dei vescovi hanno trovato una conferma indiretta in due interventi consecutivi del segretario di Stato vaticano, cardinale Pietro Parolin, numero uno della diplomazia pontificia. Il primo è l’intervista rilasciata il 24 agosto dal cardinale al quotidiano della conferenza episcopale italiana “Avvenire”:  con l’accoglienza si costruisce la pace! Infatti, sono arrivati i buffoni! Parolin esalta l’opera del cardinale Celso Costantini, primo delegato apostolico in Cina dal 1922 al 1933 e ardente fautore di relazioni diplomatiche in piena regola tra la Santa Sede e l’allora regime repubblicano cinese, relazioni effettivamente allacciate nel 1946 ma poco dopo annichilite dall’avvento di Mao Zedong al potere.

Parolin esalta la politica esattamente opposta alla loro attuale del card. Costantini che era acceso anticomunista, al punto di nel giugno del 1941, lodare l’Operazione Barbarossa, l’aggressione nazifascista contro l’URSScomunista: «Ieri sul suolo della Spagna, ogni nella stessa terra del bolsceviscmo, in queste lande incommensurabili nella quali Satana parrebbe aver trovato i suoi rappresentanti in Terra»! Ma Parolin s’è guardato dall’entrare nella polemica riguardo al negoziato in corso, ai quali hanno dato voce rispettivamente – tra altri – i due cardinali cinesi John Tong e Joseph Zen Zekiun, ultimo e penultimo vescovo di Hong Kong: Nella nomina dei vescovi il papa si inchina a Pechino! Ad “Avvenire”, interpellato circa i negoziati in corso, Parolin ha risposto così: “I contatti tra la Santa Sede e la Cina continuano con spirito di buona volontà da entrambe le parti. Alla Santa Sede sta particolarmente a cuore che i cattolici cinesi possano vivere in modo positivo la loro appartenenza alla Chiesa e, nello stesso tempo, essere buoni cittadini e contribuire a rafforzare l’armonia dell’intera società cinese. E questo proprio perché i cattolici in Cina sono pienamente cinesi e, al contempo, pienamente cattolici. Il cammino della conoscenza e della fiducia reciproca richiede tempo, pazienza da entrambe le parti. Si tratta di trovare soluzioni realistiche per il bene di tutti”.

Magister sulle trattative conclude: « Una differenza rispetto ai tempi di Costantini è che oggi le parti sono rovesciate. A resistere alle profferte della controparte era allora la Santa Sede, mentre oggi è il governo cinese che è più restio a cedere dalle sue posizioni di forza e resta fermo  – come ha detto il suo portavoce – su alcuni suoi “principi” praticamente non negoziabili, tutt’altro che facili ad essere smussati e accettati dalla Chiesa. (!)

Principi? Sentiamo ancora Parolin sulle “due” Chiese presenti in Cina, quella subalterna al regime e quella senza riconoscimento ufficiale ed esposta a ogni vessazione, ha detto: “Sostenere che in Cina esistono due differenti Chiese non corrisponde né alla realtà storica né alla vita di fede dei cattolici cinesi. Si tratta piuttosto di due comunità entrambe desiderose di vivere in piena comunione con il Successore di Pietro.» Ecco, ci siamo in pieno nel «guaio apocalittico»: riconoscere Bergoglio come vero papa è peggio che consegnarsi ai comunisti!