Archivio per ottobre 2016

RITORNO AL 1960 : EFFETTI DEL DILEGGIO CATTOLICO VERSO IL TEMPO DELLA PROFEZIA DI FATIMA

profezia-1L’EDITORIALE DEL VENERDI

di Arai Daniele

Nell’ora presente nessun cattolico può negare il fatto che dal 1958 la situazione della Chiesa è cambiata radicalmente con l’elezione di Giovanni 23. Se molti gradirono il cambio, altri son rimasti perplessi con le strane novità divenute «più chiare» nel 1960 profetizzato dalla Madonna di Fatima. Come ignorarlo se da allora cresce nella Chiesa e nel mondo, a pari di progressi materiali, un universale degrado spirituale che, nell’attuale clima di menzogne e di delitti, evoca una disgrazia per un’intera generazione. Sarà stata questa innescata da quel tempo a causa del velato disprezzo umano per l’aiuto divino?

Retour à 1960 : effets du mépris catholique face au temps de la Prophétie de Fatima.

Lorsque Notre-Dame a révélé sur la montagne de la Salette « Rome perdra la foi et deviendra le siège de l’Antichrist», si elle avait donné une date, les catholiques auraient évidemment consacré à cette date la plus grande attention. Pourtant, dans le message prophétique de Fatima, une telle date a été donnée pour la période de 1960, parce qu’alors la 3ème partie du Secret, la grande punition prévue, serait plus claire. Cela signifie : quand Rome perd la foi et devient le siège des antichrists, le monde est plongé dans le plus funeste châtiment. C’est là un mal pire que les grandes guerres et les révolutions ensemble, parce que cette catastrophe inouïe se produit dans le silence sépulcral des tromperies par le fait des faux pasteurs qui ont usurpé les fonctions ecclésiastiques. 

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Grandi Opere, nella maxi-retata arrestati anche il progettista e il manager del ponte sullo Stretto

Grandi Opere, nella maxi-retata arrestati anche il progettista e il manager del ponte sullo StrettoProprio un mese fa, nel giorno in cui Matteo Renzi rilanciava il progetto, Michele Longo ed Ettore Pagani erano al suo fianco. Da ieri sono agli arresti nell’ambito dell’inchiesta che ha portato in manette anche il figlio dell’ex ragioniere dello Stato Monorchio e in cui è finito indagato Lunardi jr. Il premier minimizza: “Processo sia rapido. Stiamo parlando di arresti legati a vicende del passato”

di

A un mese esatto dal roboante annuncio del rilancio del progetto del Ponte sullo Stretto, la maxi-retata di mercoledì 26 ottobre ha tolto dalla circolazione alcuni di quelli che erano gli uomini chiave del progetto e che erano proprio di fianco al premier Matteo Renzi a Milano nel giorno dell’annuncio. Si tratta del presidente e del vice-presidente del Consorzio Cociv, Michele Longo ed Ettore Pagani. Due uomini espressione del gruppo Salini-Impregilo. Il primo, Longo, ne è una delle figure apicali essendo general manager domestic operation e avendo quindi la responsabilità non solo delle opere del cosiddetto Terzo Valico, ma anche di tutte le altre operazioni italiane che coinvolgono il gruppo. Di più, è l’uomo del Ponte, colui con il quale lo Stato deve parlare se l’argomento è la maxi opera tra Sicilia e Calabria. E Pagani è il suo braccio destro, nonché “responsabile del progetto Ponte sullo Stretto” per conto di Impregilo, come recita il suo curriculum.

Le misure di custodia cautelare sono scattate nell’ambito di un’operazione sulle Grandi Opere, dove – secondo i magistrati – non c’è solo la solita gigantesca corruttela, ma anche e soprattutto la sistematica violazione delle normative di sicurezza, con lavori non fatti a regola e uso di materiali scadenti (“il cemento sembrava colla”, intercettano gli inquirenti). Opere costosissime, spesso inutili e soprattutto pericolose. Opere su cui il governo Renzi si è esposto molto. Prosegui la lettura »

Vogue sostiene la Clinton perché è “gay friendly”

Segnalazione di Redazione BastaBugie

Altre notizie: Luxuria pretende matrimoni gay in chiesa, unioni civili parificate al matrimonio anche in sede penale, le nozze gay dovranno attendere in Australia, i gay sono intolleranti
da Osservatorio Gender

Che la stampa americana sia tutta dalla parte dei progressisti Dem, e quindi della candidata Hilary Clinton, è un dato ormai consolidato. Ora però dalla parte di quella che i sondaggi danno faziosamente in vantaggio, ci si mette pure il mondo delle moda e dei pettegolezzi. Anche Vogue infatti, la rivista americana guidata da Anna Wintour, appoggia spudoratamente Hillary Clinton: “Sappiamo che Clinton non è sempre stata una candidata perfetta, ma la sua intelligenza e la sua considerevole esperienza sono riflesse nelle sue politiche e nelle sue posizioni, che sono chiare e solide” – afferma accoratamente la rivista – sottolineando che le “due parole che danno speranza sono: Madame President. Vogue non ha una storia di sostegni politici concessi a candidati, ma data l’alta posta in gioco in questa elezione – continua – ci sentiamo di dover cambiare. Vogue appoggia Hillary Clinton. Abbiamo seguito la carriera di Hillary Clinton, la sua ascesa da Yale a First Lady e segretario di stato.”
Ma quali sono le vere ed importanti motivazioni per cui Vogue sostiene spudoratamente la candidata Dem? “Hilary sostiene un’ampia riforma dell’immigrazione. Sostiene i diritti Lgbt, inclusa la fine delle discriminazioni contro i transgender”.
Ecco dunque spiegata la questione che, come volevasi dimostrare, è giustificata dai due temi oggi giorno più in auge, e a cui evidentemente i fautori della dissoluzione tengono molto. Una cosa è certa: per attuarli hanno scelto la candidata migliore!

Nota di BastaBugie: ecco altre notizie dal gaio mondo gay (sempre meno gaio). Prosegui la lettura »

Gli USA ed i loro alleati massacrano a volontà ma… condannano la Russia

di Finian Cunningham – 25/10/2016

Gli USA ed i loro alleati massacrano a volontà ma… condannano la Russia

Fonte: controinformazione

Realmente siamo entrati in una zona davvero crepuscolare e macabra quando aerei da guerra statunitensi stanno massacrando i civili in vari paesi- e tuttavia Washington ed i suoi alleati condannano  altri per presunti “crimini di guerra”.
Naturalmente non è possibile aspettarsi che i governi che operano in modo criminale siano onesti. Tuttavia le organizzazioni indipendenti così come i media occidentali e le Nazioni Unite che fanno?   L’inganno collettivo è schiacciante per la complicità sistematica con i crimini da parte di queste organizzazioni.
Quello che risulta più preoccupante è il fatto che, se la criminalità può essere tanto capricciosamente  coperta dalle istituzioni che sono state create per far rispettare il diritto internazionale e le responsabilità degli Stati, allora si comprende che il mondo è davvero diventato pericoloso ed oscuro.

L’ultima atrocità ha coinvolto gli aerei della coalizione diretta dagli USA  che presumibilmente hanno ucciso 15 donne e ferito altre 50 quando seguivano una processione funeraria vicino alla città irachena di Kirkuk lo scorso Venerdì.
La coalizione degli aerei a guida USA , inclusi quelli provenienti da Gran Bretagna, Francia e Turchia per bombarare l’Iraq, presumibilmente per aiutare a sgominare il gruppo terrorista dello Stato Islamico (Daesh).

In modo vergognoso i media occidentali, che avevano clamorosamente denunciato i crimini di guerra contro la Russia durante le operazioni militari in Siria, sono rimasti per la maggior parte in silenzio circa l’avvenuto massacro di Kirkuk.
Soltanto alcuni giorni prima della barbarie, si sono verificate varie atrocità commesse dagli alleati degli USA in altre parti del Medio Oriente. Prosegui la lettura »

Le elezioni fantasma e il fantasma del senato

di Francesco Mario Agnoli 

Le elezioni fantasma e il fantasma del senato

Fonte: Francesco Mario Agnoli

Domenica 9 ottobre si sono svolte, secondo le procedure previste dalla legge Delrio, le elezioni  dei componenti dei Consigli delle Città Metropolitane  (di fatto la nuova denominazione delle “abolite” provincie) di Roma, Milano, Bologna, Napoli e Torino, ma pochi se ne  sono accorti, perché, al contrario di quanto avveniva per le provincie, che coinvolgevano direttamente (come vuole la democrazia) i cittadini interessati,  si tratta di elezioni di secondo grado, nelle quali tanto l’elettorato passivo quanto quello attivo spettano esclusivamente ai  sindaci e ai consiglieri comunali dell’area metropolitana.

Tutto quindi nelle mani  di oligarchie politiche  locali, che se la sono detta e cantata fra di loro, nemmeno senza troppo impegno dal momento che nell’area metropolitana di Milano  su un totale di 2.025 aventi diritto hanno votato solo in 1.510, lasciando sospettare o che, in mancanza di retribuzioni aggiuntive, gli incarichi non interessino o, più probabilmente, che  ripartizioni e nomi fossero già stati decisi di comune accordo dalle segreterie dei partiti o che comunque il risultato fosse scontato.  Non per nulla alcuni commentatori hanno parlato di “elezioni fantasma”

     I  cittadini  che, pur confinati al ruolo di semplici spettatori, sono andati a cercare l’esito  nelle pagine dei giornali hanno  avuto  un anticipo di quanto avverrà  con l’elezione dei nuovi senatori, perché il sistema Delrio è molto simile a quello previsto dall’art. 2 della  Riforma costituzionale Renzi-Boschi (“I Consigli regionali e i Consigli delle Province autonome di Trento e di Bolzano eleggono, con metodo proporzionale, i senatori tra i propri componenti e, nella misura di uno per ciascuno, tra i sindaci dei Comuni dei rispettivi territori”). Anche in questo caso il “popolo sovrano” potrà  cercare, se ne avrà voglia, sui quotidiani  o in internet   nomi e  appartenenze dei senatori che altri avranno scelto per lui. In sostanza un’anticipata e plastica smentita  dell’affermazione renziana che la riforma costituzionale esalterà la sovranità popolare.

    E’ possibile, ma non certo, perché  arroganti e  “bulli” sono  anche ottusi, che quanto avvenuto  il 9 ottobre con i consigli metropolitani abbia fatto capire, se non a Renzi, ai suoi consiglieri, di avere tirato troppo la corda e che era  opportuno salvare almeno le forme della democrazia, lasciando l’elettorato attivo per la nomina dei senatori ai cittadini. Difatti, ai fini del risultato perseguito (la miniaturizzazione del Senato) era sufficiente, una volta decisa la sua quanto meno  formale  sopravvivenza, restringere a consiglieri regionali e sindaci l’elettorato  passivo, in modo da limitare ai loro nomi la possibilità di scelta dei cittadini elettori.

     E’ proprio il testo della riforma costituzionale a dimostrare  che ciò che preme al governo  è di avere senatori per i quali la partecipazione  ai lavori del Senato risulti marginale e, quindi, sacrificabile  alla loro principale attività, oltre tutto l’unica per la quale vengono retribuiti (forse più  per questa ragione che  per una riduzione – del resto meno che modesta – delle spese della politica, si è prevista la gratuità dell’incarico senatoriale). Lo ha implicitamente  confessato,   nei corso dei dibattiti televisivi più  di un parlamentare pd, affermando che, a differenza dell’attuale, il nuovo Senato, trasformato  in  una sorta di Camera delle Regioni o degli enti locali territoriali, si riunirà di rado, forse  una volta al  mese e per pochissimi giorni, perché le sue competenze  sono ristrette e i senatori-sindaci e consiglieri regionali hanno, in prima battuta, altro da fare.

     In effetti questa  scarsità di riunioni e la brevità delle sedute del nuovo Senato sono l’unico mezzo che può consentire  alla pasticciata riforma  dell’aspirante costituzionalista Boschi   di raggiungere lo scopo che dovrebbe giustificarla, cioè la rapidità  del procedimento decisionale,

    Occupiamoci allora  del nuovo Senato  con riferimento  ai limiti adesso posto alla sua partecipazione alla funzione legislativa, della quale non è più contitolare a pari titolo con la Camera dei deputati, come previsto invece dal cosiddetto “bicameralismo perfetto”  adottato dalla Costituzione del 1948 fino a qualche tempo fa “la più bella del mondo”. Funzione tuttavia non  unica e comunque da  definire alla luce del nuovo testo dell’art. 55, per il quale “il Senato della Repubblica rappresenta le istituzioni territoriali ed esercita funzioni di raccordo tra lo Stato e gli altri enti costitutivi della Repubblica. Concorre all’esercizio  della funzione legislativa nei casi e secondo le modalità stabiliti dalla Costituzione, nonché all’esercizio delle funzioni di raccordo tra lo Stato, gli altri enti costitutivi  della Repubblica e l’Unione europea. Partecipa alle decisioni dirette alla formazione e all’attuazione degli atti normativi e delle politiche dell’Unione europea. Valuta le politiche  pubbliche e le attività delle pubbliche amministrazioni e verifica l’impatto  delle politiche dell’Unione europea sui territori. Concorre ad esprimere pareri sulle nomine di competenza del Governo nei casi previsti dalla legge e a verificare l’attuazione delle leggi dello Stato”.

     Per quanto riguarda specificamente la partecipazione alla funzione legislativa il nuovo testo dell’art. 70 della Costituzione prevede (una volta superato l’ostacolo della difficile lettura) che per un certo numero di leggi continui a valere il bicameralismo paritario. Di conseguenza, vanno approvate, modificate e abrogate come attualmente  da Camera e Senato le leggi di revisione della Costituzione; le altre leggi costituzionali; le  leggi di attuazione delle disposizioni costituzionali concernenti la tutela delle minoranze linguistiche, i referendum popolari, le altre forme di consultazione di cui all’articolo 71; le leggi che determinano l’ordinamento, la legislazione elettorale, gli organi di governo, le funzioni fondamentali dei Comuni e delle Città metropolitane e le disposizioni di principio sulle forme associative dei Comuni; la legge che stabilisce le norme generali, le forme e i termini della partecipazione dell’Italia alla formazione e all’attuazione della normativa e delle politiche dell’Unione europea; la legge che stabilisce i casi di ineleggibilità e di incompatibilità con l’ufficio di senatore; le leggi che regolano le modalità di attribuzione dei seggi e di elezione dei membri del Senato della Repubblica tra i consiglieri e i sindaci: le leggi che autorizzano la ratifica dei trattati relativi all’appartenenza dell’Italia all’Unione europea;  la legge che disciplina l’ordinamento di Roma capitale; la legge per attribuire forme e condizioni particolari di autonomia ad alcune Regioni a statuto ordinario in alcune materie previste dall’art. 116;  le leggi che disciplinano la procedura per i rapporti tra le Regioni e altri Stati; la legge che disciplina la gestione del patrimonio di Regioni ed Enti Locali; la legge che disciplina i poteri sostitutivi dello Stato; la legge che stabilisce la durata degli organi elettivi delle Regioni e i relativi emolumenti; le leggi che prevedono il distacco dei Comuni da una Regione e la loro aggregazione ad altra Regione.

     Non si fermano però qui le competenze attribuite dalla nuova Costituzione al nuovo Senato, che ha potere di dire la sua su ogni disegno di legge.  Difatti il  terzo comma del nuovo art. 70  dispone che  ogni disegno di legge approvato dalla Camera dei deputati è immedia­tamente trasmesso al Senato della Repubblica, il quale entro dieci giorni, su richiesta di un terzo dei suoi compo­nenti,  può disporre di esaminarlo per eventualmente  deliberare nei successivi trenta giorni proposte di modifica. Su queste   la Camera dei deputati deciderà, come precisa la norma,  in via definitiva (ci si può chiedere se questo significai che non vi sarà un nuovo rinvio al Senato nemmeno nel caso che le proposte di modifica vengano solo parzialmente accolte).

     In altri casi  sono previste, senza che sia sempre facile comprenderne la ragione, procedure e termini diversi. Così avviene per le leggi che, in conformità all’art. 117/4° comma e in attuazione della cosiddetta “supremazia dello Stato”, dispongono, su proposta del governo a tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica ovvero  dell’inte­resse nazionale, un intervento statale in materie di competenze regionale. In questi casi, che coinvolgono materie di interesse specifico di un Senato-Camera delle Regioni,  potrebbe sostenersi, in base anche alla lettera della norma, che il  suo esame sia  obbligatorio, senza necessità  cioè di una previa delibera su richiesta di almeno un terzo dei senatori (a differenza del 3° comma, che recita  “può disporre di esaminarlo” ii 4° dice: “l’esame del Senato (…) è disposto nel termine di dieci giorni dalla data di trasmissione”).  Non viene specificato il termine entro il quale il Senato deve  deliberare le   eventuali proposte di modifica, sicché si può presumere che si applichi quello di trenta giorni previsto dal 3° comma. Di conseguenza, se si ritiene che l’esame del disegno sia comunque condizionato alla richiesta di un terzo dei senatori, la differenza fra le due disposizioni si limita al fatto  che qualora il Senato abbia deliberato  a maggioranza assoluta dei suoi componenti (si noti: non dei votanti, ma dei componenti) la Camera per non conformarsi debba  ugualmente pronunciarsi nella votazione finale  con analoga maggioranza assoluta. La norma trascura però di specificare, come sarebbe stato invece indispensabile, se nel caso che alla Camera non si raggiunga  la maggioranza richiesta la legge deve intendersi approvata con le modificazioni deliberate dal Senato o invece definitivamente affossata.

     Per le leggi di bilancio (art. 81/4° comma: “La Camera dei deputati ogni anno ap­prova con legge il bilancio e il rendicon­to consuntivo presentati dal Governo”)  il nuovo testo dell’art. 70/5° comma dispone che “I disegni di legge approvati dalla Camera dei deputati, sono esaminati dal Senato della Repubblica, che può deliberare proposte di modificazione entro quindici giorni dalla data della trasmissione”. Si pone, come per il comma precedente, ma con ancora maggiore urgenza. la questione della obbligatorietà o facoltatività dell’esame del  Senato (”sono esaminati”) dal momento che la norma contiene un unico (brevissimo) termine  di quindici giorni  dalla data della trasmissione per la delibera di   proposte di modificazione.

   In entrambi i casi (art. 117 e art. 81) così come per le leggi ordinarie è certamente possibile  che, oltre ad accoglierle o respingerle in toto, la Camera dei deputati recepisca solo in parte le  proposte dal Senato, Nel silenzio delle norme    ci si chiede se  il testo modificato vada nuovamente trasmesso al Senato per un ulteriore esame  o se valga, interpretata nel senso, sopra indicato come possibile, di esclusione di un nuovo invio, la regola della “pronuncia in via definitiva”.

    Ancora diverse le procedure e le forme d’intervento del Senato  per la conversione dei decreti  legge. L’art. 77, settimo comma, prevede che “l’esame, a norma dell’articolo 70, terzo e quarto comma, dei disegni di legge di conversione dei decreti è disposto dal Senato della Repubblica entro trenta giorni dalla loro presentazione alla Camera dei deputati. Le proposte di modificazione possono essere deliberate entro dieci giorni dalla data di trasmissione del disegno di legge di conversione, che deve avvenire non oltre quaranta giorni dalla presentazione”. La trasmissione dei disegni di legge  da parte della Camera  è, come sempre, obbligatoria, ma  non è chiaro il senso del  richiamo al terzo e quarto comma dell’art. 70, che, dicono in parte cose diverse (il terzo comma riguarda le leggi ordinarie, il quarto quelle di attuazione dell’art. 117/4° comma). In particolare rimane il dubbio se il  richiamo al  quarto comma comporti  l’applicazione della regola della maggioranza assoluta in sede di votazione finale.  Perplessità suscita anche il fatto che per la delibera finalizzata all’esame del disegni di legge di conversione è previsto un termine di 30 giorni e appena un termine di 10 giorni per la delibera delle eventuali proposte di modificazione. Per tentare di dare un senso a una norma comunque di ardua interpretazione occorre fissare momenti diversi  per la decorrenza dei termini, facendo decorrere i 30 giorni dalla presentazione dei disegni di  legge  alla Camera dei deputati (evidentemente tenuta – anche se la norma non lo dice – a darne immediata comunicazione al Senato per rendere possibile la decorrenza del termine) e i 10 dalla loro approvazione da parte della Camera, che, a sua volta, deve avere provveduto all’approvazione entro quaranta giorni falla presentazione.

     Per quanto riguarda i rapporti fra Stato e enti territoriali il Senato è coinvolto anche nei casi previsti dall’art. 120, perché il governo, prima di sostituirsi  a organi delle  Regioni e degli altri enti territoriali deve acquisire “salvi i casi di motivata urgenza, il parere del Senato della Repubblica, che deve essere reso entro quindici giorni dalla richiesta”.

    Tranne che  per le leggi  di competenza bicamerale e in materia elettorale, quelle di amnistia e indulto e di bilancio, il nuovo articolo 72/7° comma  attribuisce al governo la facoltà di chiedere alla Camera “che un disegno di legge, indicato come essenziale per l’attuazione del programma di governo, sia iscritto con priorità all’ordine del giorno e sottoposto alla pronuncia in  via definitiva della Camera dei deputati entro il termine di settanta giorni dalla deliberazione”. In questo caso i termini concessi al Senato per le sue decisioni (delibera di esame e proposte di modifica) sono ridotti alla metà, senza possibilità  di proroga. Sembra difatti che  la possibilità prevista dallo stesso  comma dell’art. 72 di differimento del termine “di non oltre quindici giorni, in relazione ai tempi di esame da parte della Commissione nonché alla complessità del disegno di legge” riguardi soltanto il termine di settanta  fissato per la pronuncia  della Camera.

    Problemi di ardua soluzione sono posti dal nuovo testo dell’art. 71, che individua i soggetti  titolari dell’iniziativa legislativa.  Il primo comma, che l’attribuisce  “al Governo, a ciascun membro delle Camere ed agli organi ed enti ai quali sia conferita da legge  costituzionale”, è rimasto invariato, ma, dal momento  che il potere d’iniziativa è  correlato (anche se non sempre) al “normale” esercizio della funzione legislativa,   logica vuole (o vorrebbe?) che ai senatori spetti soltanto  nell’ambito delle materie  rimaste di competenza bicamerale. Dopo questo comma è stato inserito il seguente: “Il Senato della Repubblica può, con deliberazione adottata a maggioranza assoluta dei suoi componenti, richiedere alla Camera dei deputati di procedere all’esame di un disegno di legge, In tal caso la Camera dei deputati procede all’esame e si pronuncia entro il termine di sei mesi dalla data di deliberazione del Senato della Repubblica”.  Nel silenzio della disposizione difficile dire se questo potere di sollecito  spetti al Senato  per tutti i disegni di legge, purché ovviamente  pendenti davanti alla Camera,  da chiunque proposti (inclusi quelli di iniziativa popolare, di cui al successivo terzo comma – secondo del testo originario -) oppure soltanto per quelli riguardanti materie  di competenza bicamerale o  solo quelli che abbia lui stesso previamente  deliberato.

  Infine, sempre nell’ambito della funzione  legislativa il Senato può “secondo quanto previsto dal proprio regolamento, svolgere attività conoscitive, nonché formulare osservazioni su atti o documenti all’esame della  Camera dei deputati” (art. 70/ultimo comma).,  e inoltre, verosimilmente anche oltre i limiti della funzione legislativa,  “disporre inchieste su materie di pubblico interesse concernenti le autonomie territoriali”(art. 82).

   Si è fornita indicazione  della diversità di procedure previste in modo che ci si possa rendere conto  delle complicazioni, suscettibili di produrre conflitti di competenza  guai e ritardi di ogni genere nei rapporti fra Camera e Senato in funzione del varo delle leggi. Tuttavia quello che qui interessa è sottolineare  non tanto il “pasticciaccio brutto” combinato  dalla neo-costituzionalista Maria Elena Boschi, ma l’importanza fondamentale che vi rivestono, per il funzionamento  del meccanismo  costituzionale nel senso auspicato dai riformatori, i criteri di scelta e nomina dei senatori  e la loro  pluralità di incarichi con conseguente  ruolo marginale, quasi de residuo, di quello senatorio, E’ difatti evidente che  già l’impegno  conseguente al varo delle leggi bicamerali  comporta per i senatori la necessità di  accantonare  per lunghi periodi   il loro lavoro principale in regione o in comune. E’ vero che  le materie di competenza bicamerale e forse anche gli interventi dello Stato nelle competenze regionali, dei quali il Senato nella sua qualità di Camera delle Regioni non può evidentemente disinteressarsi, dando per buoni senza esaminarli i relativi disegni di legge, non sono fra i più frequenti  all’ordine del giorno  del Parlamento, ma quando capitano quasi tutti   comportano   lavori lunghi e complessi tanto in Commissione quanto in aula. Si pensi  alla “ratifica dei trattati conseguenti all’appartenenza dell’Italia all’Unione Europea” di cui all’art. 80. una competenza suscettibile di essere interpretata in senso restrittivo, ma anche in termini molto ampi, fino ad includervi l’attuazione di tutte le direttive comunitarie. O ancora si considerino la complessità dei problemi e  i  possibili contrasti conseguenti sia  agli interventi statali nelle competenze regionali (particolarmente quanto il governo regionale abbia composizione politica diversa da quello nazionale) sia alle leggi costituzionali. Fra l’altro a queste ultime verosimilmente si dovrà mettere mano più volte  già nei prossimi mesi e  anni, dal momento che gli stessi fautori della riforma ammettono  che alcune cose – loro magari pensano “cosette” – non funzioneranno e sarà necessario intervenire con qualche modifica. “Cose” o “cosette”, i senatori non potranno cavarsela in un paio di giorni e nemmeno  di settimane, per cui, se non vogliono  lasciare sguarniti regioni  e  comuni, saranno necessari  per giungere al voto finale  rinvii di molti mesi e più. Con tanti saluti alla rapidità decisionale (ma è probabile che al governo, al potere centrale, gli aggiustamenti della Costituzione, una volta varata la grande riforma, fortemente voluta da Renzi e dal fondo d’investimento J. P. Morgan,  non interessino troppo).

     Una quantità di compiti che non comporterebbe problemi se il Senato lavorasse come oggi a tempo pieno, ma se la regola di prassi (del resto, come si è detto, necessitata) è quella di una o anche due  riunioni mensili, per di più di breve durata, i senatori non avranno la possibilità di esaminare nemmeno superficialmente    tutti i disegni legge  loro trasmessi (forse nessuno o quasi) in tempo utile e discuterne per potere decidere  anzitutto se chiederne l’esame  e tanto meno di  formulare proposte di modifica, che, pur se la norma non lo dice, dovranno, per venire accolte, essere accompagnate quanto meno da uno straccio di motivazione.

   Di qui molto di più del sospetto  che  la particolare composizione del Senato,  con i senatori a corrente alternata sparsi per tutta Italia e impegnati nei compiti del loro ufficio principale,  sia stata volutamente strutturata in modo da rendere   difficile, al limite dell’impossibile, anche per la brevità dei termini assegnati, lo svolgimento di quella che si configurerebbe come un’importante  funzione di controllo sul contenuto delle leggi approvate dai deputati e, indirettamente, anche del governo.  Si è voluto, prevedendola, salvare le apparenze, ma nella sostanza bloccarne l’operatività, perché il suo esercizio diminuirebbe  quella rapidità decisionale e quel ruolo centrale del governo che costituiscono le principali finalità perseguite dalla riforma.

    Va tuttavia detto che  le norme vi sono e che, d’altra parte, in mancanza di contraria disposizione a tutti i termini di cui si è detto va attribuita natura  ordinatoria   e non perentoria, sicché la loro inosservanza non comporta decadenza del potere (non è escluso  che, di volta in volta, la Corte costituzionale – che, nonostante si sia affermato il contrario, con la nuova Costituzione avrà probabilmente più da lavorare che con l’attuale – possa essere chiamata a decidere  sulla legittimità  di una legge conseguente alla inosservanza dei termini assegnati al Senato – o, se è per questo, anche alla Camera). Esiste, quindi, la pur teorica possibilità che i senatori, sacrificando, col posporli,  i loro compiti di sindaci e consiglieri,  decidano, non necessariamente (pur se anche questo è possibile)  per la volontà “politica” di contrastare  il governo, ma  per adempiere ad un ruolo che in quanto riguardante l’intera nazione  sovrasta quelli di ambito regionale o comunale,  di utilizzare fino in fondo tutti i poteri  attribuiti al Senato. Si avrebbero ripercussioni sia nelle Regioni sia nei Comuni (la prolungata assenza dei sindaci non sarebbe poca cosa), ma soprattutto i tempi del procedimento decisionale, anche a causa della pessima formulazione delle norme e dei conseguenti conflitti di competenza fra le  Camere, nella maggior dei casi risolvibili in via definitiva non dalle intese fra i rispettivi presidenti previste dal penultimo comma dell’art. 70, ma unicamente dalla Corte costituzionale, diventerebbero più lunghi e complicati di quanto siano mai stati fino alla possibilità (difficile prevedere fin dove possano portare  norme la cui pessima  formulazione ha rari precedenti – forse nessuno – nella pur poco brillante storia dello Stato italiano) di una vera e propria paralisi dei procedimenti legislativi.

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Usa, una dipendenza che paghiamo sempre

Usa, una dipendenza che paghiamo sempre

Fonte: Massimo Fini

Gli interventi del Governo degli Stati Uniti negli affari interni della politica italiana si fanno sempre più frequenti e pesanti. Ma ormai ci siamo così assuefatti e mitridatizzati che non ci facciamo più caso. Quando più di un mese fa l’ambasciatore degli Stati Uniti a Roma, John Phillips, che certamente non parlava a titolo personale ma in nome del suo Presidente, ‘consigliò’ agli italiani di votare Sì al referendum costituzionale, qualche sia pur flebile voce si levò contro questa inaudita ingerenza. Adesso è lo stesso Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, a dire senza mezzi termini che gli italiani devono votare Sì e tenersi comunque l’attuale presidente del Consiglio, Matteo Renzi, anche se in quel referendum dovesse prevalere il No. Insomma, come si dice adesso che non usiamo più nemmeno la nostra lingua, gli ha dato il suo endorsement. Ma da noi tutto questo è passato sotto silenzio e non c’è stata nessuna reazione non dico delle nostre Istituzioni ma nemmeno di qualche autorevole commentatore. Perfino Duterte, presidente delle Filippine che fino a ieri erano alleate degli americani, gli ha mandati al diavolo quando hanno cercato di inserirsi nella vita interna di quel Paese.

Da un altro versante bisogna però riconoscere a Matteo Renzi e al suo pragmatismo di essere riuscito nel vertice del Consiglio europeo a far passare la linea di non imporre nuove sanzioni economiche alla Russia di Putin per la questione siriana, dopo quelle già in atto per l’annessione dell’Ucraina e delle regioni russofone, trascinando sulla sua posizione anche i più importanti leader europei da Angela Merkel a Francois Hollande a Theresa May. E’ quasi inutile aggiungere che dietro la linea dura contro la Russia c’erano e ci sono gli americani. Per una volta l’Europa ha dato un segno di indipendenza.

Per l’Italia le sanzioni alla Russia comportano già un danno economico rilevante in parecchi settori delle nostre esportazioni che si concretizzano in una perdita secca, nel giro di due anni, del 39,1 per cento.

Ma è l’intera politica europea che dovrebbe trovare una maggior compattezza e i Paesi che ne fanno parte smettere di dilaniarsi fra di loro. Ho partecipato alla bella trasmissione di Andrea Pancani Coffee Break e tutti i politici italiani presenti hanno puntato il dito contro la Germania per la politica di austerity che ci impone. Per la verità non si vede perché i cittadini tedeschi dovrebbero pagare le trentennali dilapidazioni degli italiani e delle loro classi dirigenti. Ma il problema non è questo. E’ da quel dì che l’Europa avrebbe dovuto allontanarsi dagli Stati Uniti, con cautela perché quelli hanno basi militari dappertutto, in particolare in Germania e in Italia, a favore della Russia. Certo bisogna ingoiare molti rospi e come dicevano i latini Incidit in Scyllam qui vult vitare Charybdim, e cioè c’è il rischio che per evitare un male si incappi in un male anche peggiore. La Russia ha la grave responsabilità del genocidio ceceno (250.000 vittime su un milione di abitanti) Putin è un autocrate senza scrupoli e inoltre, come si discuteva nel Consiglio europeo, per proteggere il suo alleato Assad sta facendo scempio di civili ad Aleppo ed altrove. Peraltro invitato a nozze dal precedente intervento americano che ha creato, fra l’altro, quella furibonda mischia attorno a Mosul cui partecipano peshmerga curdi, pasdaran iraniani, il fasullo esercito iracheno, truppe turche, reparti speciali francesi, inglesi, americani oltre agli immancabili bombardieri e droni lanciati dagli Usa dalle loro basi di terra e di mare. Di tutta questa brava gente solo i curdi hanno legittimità perché Mosul fa parte del Kurdistan, una regione da sempre abitata da curdi come dice il nome stesso, un territorio diviso arbitrariamente fra Iraq, Turchia, Iran, Siria. E saranno proprio i curdi dopo aver speso il loro sangue, anche in Libia per aiutare gli occidentali che non hanno più il coraggio di combattere sul terreno, contro l’Isis, a uscire beffati da questa storia perché la Turchia, che ne ha 14 milioni in casa, non permetterà mai la costituzione di uno Stato curdo indipendente ai suoi confini.

Detto di Putin tutto il male che andava detto è però indubbio che i nostri interessi, di noi europei, convergono molto di più verso la Russia che verso gli Stati Uniti. Per vicinanza geografica, per questioni energetiche ed economiche ed anche culturali (Dostoevskij, Tolstoj, Puskin, Cechov, Gogol fanno parte della cultura europea molto più della filiera, non certo disprezzabile ma ad altezze di gran lunga inferiori, degli scrittori americani). L’ideale sarebbe trovare una equidistanza fra le due superpotenze. E in questo senso, pur sottobanco, lavora Angela Merkel di cui si capisce da vari segni che, dovendo scegliere fra due mali, preferisce quello russo a quello americano.

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Il gioco internazionale di Renzi tra Washington, Mosca e Tel Aviv

Il gioco internazionale di Renzi tra Washington, Mosca e Tel Aviv

Fonte: Aldo Giannuli.

di Aldo Giannulli
Nel giro di una decina di giorni, Renzi ha:
– deciso l’invio di un contingente di 400 uomini in Lituania
– reso visita ed omaggio ad Obama per riceverne la paterna benedizione
– bloccato le nuove sanzioni contro la Russia sostenute dalla Merkel
– sostenuto un vigoroso contrasto con la Ue tanto sulla questione dello sforamento di bilancio quanto sulla questione degli immigrati
– fatto il muso duro con Londra sulla questione della Brexit
– incassato l’appoggio referendario dell’internazionale “socialista”
– preso nettamente le distanze dalla delibera Unesco su Gerusalemme (che in effetti è una vera porcheria)
Un grande attivismo, non c’è che dire, ma vale la pena di spendere qualche parola sul significato di passi la cui coerenza sfugge a prima vista.
Infatti, da un lato ribadisce il tradizionale allineamento con gli amici di Mosca e di Tel Aviv (in perfetta continuità con l’eredità berlusconiana), dall’altro si imbarca nell’avventura militare ai confini della Russia. Che coerenza c’è fra le due cose. Poi: ripete il mantra “ce lo chiede l’Europa” per sollecitare il Si alla riforma costituzionale ed incassa l’appoggio dei socialisti europei, ma insieme attacca briga con la Merkel e con la May, fa il capitan fracassa contro la Ue sfidandola (per il tramite di Padoan ) a scegliere fra Italia ed Ungheria. Anche qui, sembra di essere in presenza di uno spericolato gioco funambolico. Ed in effetti di ciò si tratta.

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IMMIGRAZIONE: Aveva ragione Franco Freda già 21 anni fa?

di Matteo Castagna per www.veronanews.net

“Nelle estenuate società nazionali europee, ormai profondamente disanimate, gli esponenti della cultura della decadenza vogliono imporre a noi ‘vecchi europei’ l’integrazione razziale con i ‘nuovi europei’ e a questi ultimi l’assimilazione. Nel loro invasamento cosmopolitico, essi considerano la ‘società’ multirazziale necessaria allo sviluppo della loro volontà di potere mondiale. Non considerano invece che l’assimilazione e l’integrazione genereranno ben presto cortocircuiti di forze etniche: con la rapida disgregazione dei nostri popoli e la tremenda deformazione della nostra vita. Noi, come tutti i buoni europei, dalla Sicilia alla Norvegia, sentiamo invece l’invasione degli stranieri extra-europei come il più catastrofico strumento di sfiguramento dell’anima etnica delle nostre comunità – i cui connotati storici, durante migliaia di anni, si sono formati nella tradizione della loro natura e della loro cultura -, e intendiamo contrastare l’aggressione migratoria e l’integrazione razziale con la nostra volontà di resistenza e di integrità etnica.” Così si espresse Franco Giorgio Freda ben 21 anni fa davanti alla Corte d’Appello di Verona, in occasione della condanna del suo Fronte Nazionale per propaganda ostile all’integrità razziale e all’integrazione razziale. (Ce lo ricorda Tassinari in Fascinazione.info)

E’ evidente, che la lungimiranza in tema di pericolo invasione migratoria, in questo Sistema malato è considerata addirittura un reato. Oggi, però, è la gente comune che, ovunque, da Pescantina a Legnago, passando per Castel d’Azzano, Bosco di Zevio e molti altri paesi sta prendendo il coraggio di scendere in strada contro l’invasione perché questa Europa dei poteri forti e dei banchieri vuole imporre la società multietnica, costi quel che costi. Esempio fra tutti, ci sono le città ferraresi di Goro e Gorino, che hanno alzato le barricate, a difesa della loro comunità ed hanno respinto i supposti “profughi”. Ci sarà un effetto domino in tutto il Paese? Ora il Sistema è a un bivio: metterà fuori legge la maggior parte degli italiani, come fece con “i lungimiranti” degli anni 90′, o troverà dei compromessi economici con albergatori e affini, che spesso hanno dimostrato di sapersi lamentare tanto quanto di essere sensibili al vil denaro?

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IMMIGRAZIONE: Il risveglio dal torpore borghese

verona-ai-veronesi-castel-d-azzano-2-jpg_1728446027di Matteo Castagna per www.vvox.it (quotidiano on-line) http://www.vvox.it/2016/10/29/goro-e-castel-dazzano-dove-sono-le-soluzioni-dei-buonisti/ ARTICOLO PIU’ LETTO DELLA SETTIMANA SU VVOX.IT

Nell’ultimo periodo assistiamo ad una sorta di risveglio di buona parte della popolazione dal torpore borghese nel quale la nostra società dei consumi è sprofondata da decenni, e vediamo famiglie con bambini nel passeggino, pensionati e lavoratori, dall’operaio al professionista, dallo studente al professore universitario, scendere in piazza a gridare la propria protesta contro il governo, che impone un’immigrazione fuori controllo, che desta timori, non solo per d’ordine pubblico, ma per vere e proprie incompatibilità culturali e religiose, che potrebbero sfociare in un ingestibile caos.

Questa fetta di popolazione, prima abituata a protestare in casa o al bar, oggi sfila a centinaia tra le vie di Pescantina, di Legnago, di Castel d’Azzano, attraverso comitati spontanei, iniziati con qualche decina di partecipanti un anno fa, ma che oggi spaventano l’establischment, i media controllati dai soliti noti, la Chiesa di Bergoglio da un lato e le cooperative rosse dall’altro, che sui migranti hanno creato un business.

Requisire l’Hotel Cristallo a Castel d’Azzano è stato un grave errore, che ricorda l’esproprio proletario dei regimi comunisti e che ha visto la vigorosa risposta del paese, sceso in piazza a protestare e a vincere la prima battaglia, inducendo il prefetto a sospendere il provvedimento. Goro e Gorino sono andati oltre, passando alle vie di fatto, cacciando gli immigrati. I radical chic che bollano questi fenomeni come forme di razzismo sono gli stessi o gli amici di coloro che non volevano i “profughi” a Capalbio perché gli disturbavano la villeggiatura, non sanno interpretare e fornire soluzioni concrete all’esasperazione della gente, che non ne può più di una palese disparità di trattamento tra gli italiani disoccupati a fronte di stranieri nullafacenti ospitati a spese del contribuente negli alberghi, del buonismo soffocante e dell’ ipocrisia di chi guarda allo straniero in cambio di denaro, ma snobba il vicino di casa che non ha nulla. Si vergogni certa satira maleodorante, che mette alla gogna la disperazione e l’ansia del nostro popolo! Prosegui la lettura »

“Tornate a casa vostra”. Quando la sinistra sputava sui profughi istriani

Il Pci non conobbe la parola “accoglienza”. Per gli italiani di Pola e Fiume solo odio. L’Unità scriveva: “Non meritano la nostra solidarietà né hanno diritto a rubarci il pane” (ma con loro i comunisti non avrebbero potuto creare alcun business, n.d.r.)

di Giuseppe De Lorenzo

“Poi una mattina, mentre attraversavamo piazza Venezia per andare a mangiare alla mensa dei poveri, ci trovammo circondati da qualche centinaio di persone che manifestavano.

 Da un lato della strada un gruppo gridava: ‘Fuori i fascisti da Trieste’, ‘Viva il comunismo e la libertà’ sventolando bandiere rosse e innalzando striscioni che osannavano Stalin, Tito e Togliatti“. Stefano Zecchi, nel suo romanzo sugli esuli istriani (Quando ci batteva forte il cuore), racconta così il benvenuto del Pci agli italiani che abbandonarono la Jugoslavia per trovare ostilità in Italia. Quella che fino a pochi attimi prima era la loro Patria.

Quando alla fine della seconda guerra mondiale, il 10 febbraio 1947, l’Italia firmò il trattato di pace che consegnava le terre dell’Istria e della Dalmazia alla Jugoslavia di Tito, la sinistranon conobbe la parola ‘accoglienza’. Tutt’altro. Si scaglio con rabbia e ferocia contro quei “clandestini” che avevano osato lasciare il paradiso comunista.

Trecentocinquantamila profughi istriani e dalmati. Trecentocinquantamila italiani che la sinistra ha trattato come invasori, come traditori. Ad attenderli nei porti di Bari e Venezia c’erano sì i comunisti, ma per dedicargli insulti, fischi e sputi. A Bologna invece per evitare che il treno con gli esuli si fermasse, i ferrovieri minacciarono uno sciopero. E poi roversciarono il latte raccolto per le donne e i bambini affamati.

Ecco. Bisogna dire che Giorgio Napolitano ha ragione: il Pd è l’erede del Pci. Ma oggi la sinistra italiana, che di quella storia è figlia legittima, dimentica gli orrori del febbraio del ’47. Ora si cosparge il capo di cenere e chiede a gran voce che l’Italia apra le porte a tutti i migranti del mondo. Predica l’acccoglienza verso lo straniero che considera un fratello, quando per anni ha considerato stranieri i suoi fratelli. Ma gli unici profughi che la sinistra italiana ha rigettato con violenza erano italiani. Istriani e Dalmati. Prosegui la lettura »

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