L’intervista ad Avvenire

di Stefania Falasca giovedì 17 novembre 2016
Giubileo, ecumenismo, Concilio: intervista di Avvenire a Francesco alla vigilia della chiusura della Porta Santa: «La Chiesa non è una squadra di calcio che cerca tifosi»
Papa Francesco: non svendo la dottrina, seguo il Concilio

«Il Giubileo? Non ho fatto un piano. Le cose sono venute. Semplicemente mi sono lasciato portare dallo Spirito. La Chiesa è il Vangelo, non è un cammino di idee. Questo Anno sulla misericordia è un processo maturato nel tempo, dal Concilio… Anche in campo ecumenico il cammino viene da lontano, con i passi dei miei predecessori. Questo è il cammino della Chiesa. Non sono io. Non ho dato nessuna accelerazione. Nella misura in cui andiamo avanti, il cammino sembra andare più veloce, è il motus in fine velocior ». Casa Santa Marta, è mezzogiorno. La conversazione con papa Francesco entra diretta nelle dinamiche di un periodo ecclesiale intenso, e non poteva che soffermarsi in particolare sugli incontri e sui passi ecumenici compiuti che hanno costellato anche i viaggi apostolici in questo Anno della misericordia che sta per concludersi e sulla ricerca prioritaria dell’unità dei cristiani, in questo tempo storico lacerato dai conflitti.

Dopo il viaggio in Svezia gli dissi al telefono che, durante il volo di ritorno a Roma, dialogando con i giornalisti su quell’importante incontro riconciliato con i luterani, era rimasta inevasa una sua chiosa, e che da tempo pensavo di rivolgergli alcuni interrogativi proprio sull’ecumenismo. Mi prese in contropiede dicendomi che avrebbe potuto rispondere subito. «Ma adesso?…», gli chiesi, e mi accordò un bonario rinvio.

All’appuntamento almeno arrivo in anticipo. Entro con mio figlio, mentre fuori piove. Ma è già ad attenderci sulla porta. Come già in altre circostanze è sulla soglia che lo ritrovo, come il padre di sempre, come la prima volta che lo incontrai, non pochi anni fa. La pazienza nell’aspettare sembra sia la sua fibra, una ragione d’essere, il suo mestiere. Prende gli occhiali e sfoglia senza fretta la sfilza di domande. A margine ha appuntato qual- che nota. Mentre si alza a disporre i fiori bagnati di pioggia penso agli sgoccioli dell’Anno Santo, alla Porta della misericordia che sta per chiudersi, e rileggo un’osservazione di cinquant’anni fa del patriarca ortodosso Atenagora nel dialogo con Olivier Clément, che mi sorprende: «Dovremmo scrutare più profondamente il destino di Pietro nel Vangelo. Pietro – ha scritto san Gregorio Palamas – è il prototipo stesso dell’uomo nuovo, ovvero il peccatore perdonato. Egli può essere qui solo per ricordare alla Chiesa che essa vive del perdono di Dio e non ha altra forza che la Croce. Se nella Chiesa c’è un vescovo che è “l’analogo” di Pietro allora siamo ben lontani dal potere e dalla gloria mondana. E se Pietro dimenticasse che la sua testimonianza fondamentale è quella del peccatore perdonato allora, a immagine di Paolo ad Antiochia, profeti verranno a opporsi a lui “a viso aperto” ( Gal 2,11)». Guardo il Papa in silenzio, poi gli chiedo:

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