Segnalazione di Redazione BastaBugie

Intanto la Pontificia Accademia per la Vita introduce il gender nel proprio statuto
di Cristiano Lugli

Mentre i cinque “dubia” proposti da quattro cardinali di Romana Chiesa restano ancora irrisolti a causa di una diretta mancanza di risposta da parte di Papa Francesco, e mentre le monizioni canoniche paiono avvicinarsi sempre più, i “missionari” di frontiera chiariscono già, indirettamente, le controversie sulla discussa esortazione apostolica Amoris Lætitia.
Seppur non abbia riscosso un granché di pubblicità, è da far presente il Convegno nazionale dell’ufficio famiglia della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), tenutosi ad Assisi dall’11 al 13 novembre scorso.

VI OCCUPERETE DI PASTORALE FAMILIARE
Il titolo “Vi occuperete di pastorale familiare”, pone l’accento proprio sulle sollecitazioni “pastorali” contenute nell’Esortazione post-sinodale, e la direzione dell’evento è stata affidata e diretta dai sacerdoti e dalle coppie di sposi responsabili degli uffici diocesani di pastorale familiare.
All’interno del denso programma della tre giorni di Assisi, non poteva certamente mancare il tema legato all’omosessualità, “dell’esperienza delle famiglie che hanno al loro interno persone con tendenza omosessuale” (AL n. 250) “Quale formazione per sacerdoti e accompagnatori?”.
L’introduzione alla conferenza è stata tenuta da don Paolo Gentile, già presentatore di gran parte del convegno, il quale ha subitamente parlato di “cammini pastorali che non hanno pretesa di rettitudine immorale immediata”, ma che si pongono invece come primo obiettivo “l’accoglienza”.
Nei desideri di don Gentile c’è infatti “una Chiesa samaritana, che attraverso gocce di fede e spiritualità dona il collirio della misericordia”.
La presentazione aveva il semplice scopo di presentare i relatori, come ovvio che sia, ovvero il gesuita padre Pino Piva, coordinatore nazionale per i Gesuiti degli esercizi Ignaziani, e portavoce dell’equipe di “Spiritualità di frontiere”; con lui erano presenti anche due membri di questo gruppo: la suora (laica?) Anna Maria Vitagliani e don Christian Medos, intervenuti ambedue sul tema dell’accoglienza e dell’ascolto.

UN CRISTIANO LGBT???
Durante i tre interventi […] è stato dato spazio anche ad Edoardo, un “cristiano lgbt” il quale ha fatto coming-out nella sua parrocchia e con la famiglia: il suo racconto non vuol fare altro che evidenziare la necessità di “uscire fuori”, vivendo liberamente ed in modo accomodante la propria sessualità senza paura dei pregiudizi, ma vivendo proprio “come Dio ci ha fatti e voluti”. Inutile esaminare le contraddizioni di questo discorso, anche perché la tesi viene fastidiosamente ampliata dagli stessi relatori – di estrazione gesuita appunto – che ammorbano il pensiero di Sant’Ignazio in modo assolutamente falsato ed arbitrario.
La falsa visione dei tre relatori imputerebbe al metodo dei santi Esercizi ignaziani il voler esplicare come l’elezione personale debba essere fatta a seconda della nostra coscienza, così come Dio l’ha voluta per noi, affinché si adempia a pieno regime la Sua volontà. Ergo: un omosessuale è giusto che segua la sua inclinazione se questa lo porta a sentirsi “in pace” con Dio.
È lo stesso padre Pino Piva a sottolinearlo:
“Aiutare prima di tutto le persone in coscienza a fare il loro cammino e soprattutto ad essere poi integrate nella comunità cristiana, come chiede Amoris Lætitia” – giustificando poi così la sua volontà di aver accettato quel ruolo: “La spiritualità ignaziana è una spiritualità di frontiera, per questo ho voluto cercare di abitare in queste frontiere.”
Anche in questo caso non ha senso sottolineare quanto la falsa riga dei gesuiti moderni sia opposta e rovesciata rispetto alla vera Spiritualità del Santo fondatore.

LE APERTURE DI TV2000
All’interno degli interventi è stata riproposta anche una puntata televisiva di qualche mese fa, in cui i membri di “Spiritualità di frontiere” erano ospiti a TV2000 (la tv della CEI), per parlare ovviamente delle tematiche che intercorrono fra Fede ed omosessualità: un connubio non comportante la presa a carico della propria croce, quanto invece la libertà di natura tipicamente liberale che consente di essere se stessi all’interno della Chiesa. Non l’uomo che si conforma alla Legge ma la Legge che deve conformarsi all’uomo.
Durante queste orripilante puntata vi furono smielose testimonianze di due o tre “omosessuali credenti”, i quali proposero null’altro che la visione di una Chiesa aperta, necessità principale per vivere i propri comodi senza disturbo alcuno.
Niente di diverso è stato fondamentalmente detto ad Assisi, nel Convegno nazionale dell’ufficio famiglia della Conferenza Episcopale Italiana. Il diktat è ormai chiaro e lampante, e si insinua sempre di più, proprio dal di dentro, e nemmeno troppo velatamente.
La pubblicità all’esposizione del punto 250 dell’Esortazione non ha mancato di essere fatta su Repubblica, tramite un articolo di Paolo Rodari dal titolo “Al Convegno dei vescovi arriva l’esperienza dei genitori cattolici con figli LGBT”, pubblicato il giorno 16 novembre.
Oltre all’ormai consolidato pilastro laicista di rassegna stampa vaticana, non si è fatto attendere nemmeno “Avvenire”, con un articolo di Luciano Moia dal titolo “Spiritualità di frontiera: omosessuali e fede un percorso in quattro tappe”, pubblicato sempre lo scorso 16 novembre.
Abbiamo un bel da chiederci quale siano le risposte ai “dubia” della controversa – per non dire altro – esortazione apostolica. Da questi avvenimenti sappiamo che l’interpretazione dei “missionari della pastorale di frontiera” è certamente esatta, o meglio ancora consona e corrispondente a ciò che è scritto in Amoris Laetitia.

Nota di BastaBugie: Rodolfo de Mattei nell’articolo sottostante dal titolo “La Pontificia Accademia per la Vita introduce il gender nel proprio statuto” parla della drammatica deriva della Pontificia Accademia creata da San Giovanni Paolo II a difesa della vita e della famiglia.
Ecco dunque l’articolo completo pubblicato su Osservatorio Gender il 12 novembre 2016:
La Pontificia Accademia per la Vita (PAV) adotta il linguaggio “gender”nel proprio statuto scrivendo come sia suo compito studiare “il rispetto reciproco fra generi e generazioni”. Tale sorprendente ed incomprensibile rivoluzione linguistica, difficilmente imputabile ad una svista, è stata resa nota lo scorso 4 novembre, in occasione della pubblicazione del nuovo regolamento del più importante organismo pro-life vaticano, istituito nel 1994 da Giovanni Paolo II.
GENDER MAINSTREAM
L’adozione delle categorie “genderiste” all’interno dello statuto vaticano è un fatto clamoroso ed emblematico di quanto il “gender mainistream” sia riuscito a penetrare ovunque, finanche all’interno delle stesse strutture ecclesiastiche.
La revisione dello statuto in “salsa gender”, messa in atto dal suo neopresidente, monsignor Vincenzo Paglia, fresco di nomina di Papa Francesco, ha per oggetto il paragrafo § 3 completamente revisionato, dell’articolo 1, all’interno del “Titolo I – Natura e finalità”, dove si legge: “L’Accademia ha un compito di natura prevalentemente scientifica, per la promozione e difesa della vita umana (cfr Vitae mysterium, 4). In particolare studia i vari aspetti che riguardano la cura della dignità della persona umana nelle diverse età dell’esistenza, il rispetto reciproco fra generi e generazioni, la difesa della dignità di ogni singolo essere umano, la promozione di una qualità della vita umana che integri il valore materiale e spirituale, nella prospettiva di un’autentica “ecologia umana”, che aiuti a ritrovare l’equilibrio originario della Creazione tra la persona umana e l’intero universo (cfr Chirografo, 15 agosto 2016)”.
ADOZIONE DELLE CATEGORIE GENDER
L’adozione del termine “genere” all’interno dello statuto della PAV, firmato lo scorso 18 ottobre dallo stesso pontefice argentino, rappresenta un’incredibile assunzione delle categorie degli ideologi del gender all’interno della Chiesa cattolica. E’ noto quanto la rivoluzione gender faccia uso della forza persuasiva del linguaggio per portare avanti subdolamente il proprio programma sovversivo e, in tale prospettiva, parlare la neolingua del gender significa fare il gioco degli avversari sottomettendosi in maniera suicida alle sue inaccettabili regole.
LE ALTRE NOVITA’
L’introduzione del vocabolo gender, sebbene sia la più eclatante, non è l’unica novità del nuovo statuto che entrerà in vigore il prossimo 1 gennaio 2017.
Il nuovo articolo1 al § 4 abolisce infatti la Congregazione per la Dottrina della Fede come organismo vaticano di cooperazione con l’Accademia.
Nell’articolo 3 al § 3 viene inoltre stabilito l’ingresso nel consiglio direttivo dell’Accademia del preside del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per studi su matrimonio e famiglia a suo tempo nominato dallo stesso Mons. Paglia.
Spazio ai giovani, con le loro idee “adulte” e a casa i più anziani, magari tutt’oggi ancorati alla tradizione. Sembrano queste le intenzioni dell’articolo 5 che al § 4 introduce le nuove figure dei “Membri giovani ricercatori”, provenienti “da discipline che interessano le aree proprie di ricerca dell’Accademia, con l’età massima di 35 anni, scelti e nominati dal Consiglio Direttivo per la durata di un quinquennio, rinnovabile per un altro mandato”.
Sempre all’articolo 5, al § 1 vengono invece “pensionati” gli accademici ordinari, che in precedenza restavano in carica a vita, divenendo membri “onorari” compiuti gli 80 anni. D’ora in avanti essi saranno nominati per un quinquennio dal Santo Padre e saranno rinnovabili unicamente per espressa volontà del Papa fino al compimento degli 80 anni di età. Saranno invece nominati membri onorari solamente alcuni accademici, “legati in maniera particolare alla vita e all’attività dell’Accademia”.
In tale contesto, è facile prevedere un prossimo repulisti di tutti gli accademici non allineati. Come ha scritto in proposito Sandro Magister: “Tra gli accademici di chiara fama che rischiano la cacciata vi sono ad esempio l’austriaco Josef Maria Seifert e l’inglese Luke Gormally, colpevoli entrambi di aver pubblicato critiche radicali dell’esortazione postsinodale “Amoris laetitia””.
E non è finita qui. Un’altra derubricazione eccellente si è avuta al comma 5 dell’articolo 5 dove al “punto b” è stata depennata la sottoscrizione della vincolate “Attestazione dei Servitori della Vita” fino a ieri obbligatoria per tutti i nuovi membri che d’ora in avanti dovranno genericamente impegnarsi a promuovere “i principi circa il valore della vita e della dignità della persona umana, interpretati in modo conforme al magistero della Chiesa”. Un passo evidentemente ambiguo, in direzione contraria al rafforzamento della difesa della vita senza alcun compromesso.
SVOLTA IN ARRIVO ?
Alla luce di queste importanti novità appena introdotte all’interno del nuovo statuto della “Pontificia Accademia per la Vita”, sembra chiaro come l’intenzione dei “vertici” sia quella di imprimere una brusca e decisa svolta alla linea operativa di questo importante istituto ecclesiastico. Ahinoi, viste le premesse, la direzione imboccata sembra essere purtroppo quella contraria, fianco a fianco con gli acerrimi nemici della chiesa cattolica: gli ideologi del gender.

Titolo originale: La CEI e la netta ammissione dell’omosessualità come punto di partenza nella Chiesa
Fonte: Osservatorio Gender, 19/11/2016