di Massimo Fini – Alessio Mannino

La modernità? Come la droga di Huxley

Fonte: www.vvox.it 

In un’intervista tutta pepe e polemica su questo quotidiano online, l’editore Cesare De Michelis ha paragonato il Veneto allo «scarafaggio di Kafka» della celebre “Metamorfosi”, che un brutto giorno scopre di essersi trasformato (in peggio) senza sapere il perché. E si è scagliato sprezzantemente contro tutti quei soggetti, politici imprenditori e intellettuali, che, vuoi per insipienza o convinzioni, dal suo punto di vista terrebbero Venezia e la regione in una sorta di limbo fuori dalla «modernizzazione». Ora, si dà il caso che di recente, proprio la casa editrice fondata da De Michelis, Marsilio, abbia dato alle stampe un libro con il titolo seguente: «La modernità di un antimoderno».

L’autore é Massimo Fini, giornalista di lungo corso oggi firma del Fatto Quotidiano, che dell’antimodernismo ha fatto una personalissima, pressocché solitaria bandiera. Il volume è infatti la raccolta di sei opere messe in fila in vent’anni, dal 1985 al 2006, in cui Fini ha preso di mira praticamente tutti i totem e tabù del “pensiero unico” occidentale: il razionalismo tardo-illuminista (“La ragione aveva Torto?”), la disumanizzazione e ipocrisia delle guerre contemporanee (“Elogio della guerra”), il modello di sviluppo economico (“Il denaro, sterco del demonio”), la geopolitica e il sistema di vita dell’Occidente (“Il vizio oscuro dell’Occidente”), la democrazia rappresentativa (“Sudditi. Manifesto contro la democrazia”) e il conformismo sul “migliore dei mondi possibili”, quale crediamo essere il nostro (“Il Ribelle dalla A alla Z”).

Venezia è un luogo pre-moderno per eccellenza. Secondo De Michelis è ostaggio di chi vorrebbe tenerla fuori dalla modernità, che in sostanza significa business e masse di turismo globale. Fuor di metafora “lagunare”: perchè invece secondo te la modernità è da combattere?
In questo caso perché, con la globalizzazione, distrugge le diversità, che sono il sale della vita. Il mio amico Cesare non condivide il mio modo di pensare radicale perché è un moderato in tutto. Ma ha pubblicato quasi tutti i miei libri. E’ come erano certi editori di una volta, culturalmente aperto. In Occidente, da Heidegger in poi manca un pensiero che pensi la modernità. Che non vuol dire negarla in toto, ma fare un bilancio su vantaggi e svantaggi. Io sostengo che questo ottimismo da Candide abbia portato il progresso a diventare un regresso. A farci stare peggio. Pensa ai ragazzi “ritirati”, che vivono chiusi in camera davanti al computer, di cui in un bellissimo articolo scriveva l’altro giorno Dario Di Vico sul Corriere

La medicina, la tecnologia, il benessere economico: stiamo peggio in che senso?
In senso esistenziale. Abbiamo perduto il contatto umano, la capacità di comunicare fisicamente (per colpa del web). Non facciamo sforzi fisici e poi ci tocca fare jogging… Il nostro modello di vivere è tale per cui non troviamo mai un punto di equilibrio e di pace, altrimenti collasserebbe tutto il sistema. Von Mises, che era uno dei più estremi ma anche più coerenti teorici del liberal-liberismo, spiegava molto bene già negli anni ’30 che esso si basa sull’invidia, sulla rincorsa di un obiettivo e poi di un altro e di un altro ancora per raggiungere chi è più ricco e ha più successo di te. Ti proibisce la serenità, condannandoti allo stress. E’ un sistema che fa star male anche chi sta bene.

Sì ma chi sta materialmente “bene”, chi ha i comfort e gli agi dell’uomo medio, crede in buona fede di stare bene tout court. Seguendo la tua visione, è come se fosse un tossico sotto effetto di una droga.
Esatto, non ha la libertà di disporre di se stesso, della vera ricchezza della vita che è il tempo. In passato ho scritto che non ho visto la tristezza che domina nel tuo Nordest neanche nel più miserabile tugurio dell’Africa. E questo perchè lì, per quanto noi abbiamo distrutto le loro società, in alcuni luoghi resiste ancora la comunità.

L’obiezione, secondo me corretta in un’ottica strettamente realistica, è che non c’è una vera alternativa.
No, non c’è. O meglio c’è, ed è il collasso di tutto il modello, che secondo me ci sarà perchè le crescite esponenziali su cui si regge tutto l’ambaradam, esistono in matematica ma non natura. Questo i padroni del vapore lo sanno benissimo. Chi parla di crescita o è un delinquente o è un cretino. Detto questo, è umano che si neghi questa realtà, ma quel che ho fatto io è appunto guardare la realtà da un’altra angolatura.

Nella sua introduzione, Salvatore Veca ti obietta che, dopo aver demistificato, hai assunto la prospettiva apocalittica a certezza, rovesciando il dubbio in dogma.
Il mio limite può essere quello di trasformare il dubbio sistematico, che è l’eredità positiva dell’Illuminismo (che i suoi epigoni, facendo torto a se stessi, non praticano più da un pezzo), in una “filosofia negativa”. Ma la mia non è una certezza. E’ una probabilità. Il problema di fondo è che abbiamo perso il senso del limite, che era molto presente nella cultura greca (molto più profonda di quella giudaico-cristiana). In un pezzo sul Fatto ho scritto, per capirci, che il vero pericolo non è l’Isis, è la scienza tecnologicamente applicata, che per un problema che risolve, ne crea un altro.

Ma nella natura umana c’è da sempre la spinta a valicare confini e limiti.
E’ la sua condanna. Il limite estremo è la morte, oggi rimossa dalla cultura del consumo. Le religioni, tutte quante, sono nate per lenire l’angoscia della morte. Ora invece non ti aggrappi più a niente. O vogliamo pensare che si possa vivere sostituendo Dio o le ideologie con quel cosiddetto progresso che ti fa cambiare una Opel con una Bmw? E’ la droga che dicevi tu, che Aldous Huxley chiamava il “soma”. Noi viviamo di soma.

Tu però sei agnostico. E ti definisci alternativamente reazionario e socialista. Ovvero?
Per il qui e ora resto un socialista libertario, nel senso di conciliare le libertà civili con la giustizia sociale, con l’accento su quest’ultima. Con lo sguardo lungo, invece, secondo me è necessario recuperare dal confronto con il passato quel che può insegnarci a correggere la rotta. Prendi lo Stato e la democrazia: c’era più democrazia in un villaggio medievale che in quella di oggi, dove tutto è regolamentato al millesimo dalla mania borghese di controllo.

Il sottotitolo del tuo libro è “tutto il pensiero di un ribelle”. Cos’è la ribellione?
E’ essere ribelli anche a se stessi. Questo porta all’isolamento, in questa società da cui non puoi scappare neanche se te ne vai in capo al mondo. Se vai ad Abu Dhabi, per dire, ritrovi esattamente il tuo mondo di qua. Solo gli indigeni delle Isole Andamane, a suo tempo studiati da Mircea Eliade, anzi la loro parte oer così dire non “civilizzata”, si sono salvati quella volta dallo tsunami, perchè per istinto e conoscenza della natura hanno capito cosa stava arrivando. E questo perchè il governo indiano, saggiamente, li ha sempre lasciati stare facendoli vivere senza la nostra modernità, e senza nemmeno Dio perché a un certo punto capirono che Dio se ne fregava di loro e lo rimossero. Noi abbiamo perso gli istinti naturali.

Lo diceva già Konrad Lorenz, e si beccò pure lui del reazionario, anzi del nazista.
Tutti gli autori, come per esempio anche Polanyi, che sfuggono al mito della Dea Ragione e del Dio Quattrino vengono demonizzati.

Quindi, diciamolo: te la cerchi.
Sì, me la sono cercata. Ma ognuno è responsabile di se stesso. Ripeto: son fatto così. Ma se tutti dicono A, io dico B perchè sento B. Quando sento anch’io A, intervenire è inutile. Solo che in passato le figure “contro”, come Pasolini, o per certi versi anche Bocca e Montanelli, trovavano spazio. Oggi non più. Mi son fatto forza girando a mio favore la forza altrui, come nel judo, cioè avvalendomi un po’ del mito dell’emarginato. Ma mi è costato una fatica pazzesca, sul lavoro, nelle relazioni. Vivo in una casa modesta, come vedi…. non ho i soldi per pagarmi la casa al mare che vorrei. Ma è il prezzo che si paga. Non ho niente a che fare coi rivoluzionari con la mutua. Però, lasciamelo dire: in genere le opere omnie si fanno quando l’autore è defunto, io allo stato risulto vivo. Oddio, è uscita anche quella di Scalfari. Ma non so se Scalfari è diversamente vivo…

Finiamo con una nota di speranza, anche se era l’ultimo e più subdolo dei doni del vaso di Pandora. Hai scritto che la tua vita non ha avuto, a conti fatti, nessun senso. Uno forse sì: aver fatto pensare chi ti legge.
Diciamo che una funzione l’ho avuta: seminare dubbi. Finirei invece con il brano di Nietzsche che ho messo nell’ultima pagina della mia autobiografia: “In un angolo remoto dell’universo scintillante e diffuso attraverso infiniti sistemi solari c’era una volta un astro, su cui animali intelligenti scoprirono la conoscenza. Fu il minuto più tracotante e più menzognero della «storia del mondo»: ma tutto ciò durò soltanto un minuto. Dopo pochi respiri della natura, la stella si irrigidì e gli animali intelligenti dovettero morire. Qualcuno potrebbe inventare una favola di questo genere, ma non riuscirebbe tuttavia a illustrare sufficientemente quanto misero, spettrale, fugace, privo di scopo e arbitrario sia il comportamento dell’intelletto umano entro la natura. Vi furono eternità in cui esso non esisteva; quando per lui tutto sarà nuovamente finito, non sarà avvenuto nulla di notevole”.