di Antonio Carioti

La Russia segue le orme degli zar

Fonte: Il Corriere delle Sera

Se volete ascoltare dei giudizi spiazzanti, Sergio Romano fa per voi. Non esita a definire il Kgb sovietico «una fucina di talenti» o a escludere che la Russia possa diventare una democrazia, non solo per la sua storia imperiale, ma per le stesse dimensioni geografiche di quell’immenso Paese. Se poi gli si ricorda, come ha fatto ieri il direttore del «Corriere della Sera» Luciano Fontana, che Vladimir Putin ha il vizio di mettere gli oppositori in galera, per non parlare dei personaggi scomodi misteriosamente assassinati, Romano nota che sul leader turco Recep Tayyip Erdogan gravano ombre dello stesso genere, ma gli occidentali verso di lui sono assai più indulgenti.
L’incontro tenuto al Museo del Risorgimento di Milano nell’ambito di BookCity, che ha visto l’ex ambasciatore a Mosca interloquire con Fontana, non ha avuto soltanto la funzione di presentare il nuovo libro di Romano Putin e la ricostruzione della Grande Russia (Longanesi): è stato anche un’occasione per fare il punto su una situazione internazionale ulteriormente complicata dal prossimo arrivo alla Casa Bianca del vulcanico Donald Trump.
Romano non si stupisce della soddisfazione con cui il Cremlino ha accolto l’esito delle elezioni americane: «Anche in epoca sovietica — ha osservato — Mosca preferiva avere a che fare con presidenti repubblicani, più realisti e meno interventisti. Non bisogna dimenticare che George Bush senior, dopo la caduta del Muro di Berlino, aveva promesso a Mikhail Gorbaciov che la Nato non si sarebbe allargata verso Est. Disattendere quell’impegno è stato un errore, che ha acuito la diffidenza e il risentimento dei russi».
A tal proposito Fontana ha ricordato l’intervista concessagli al Cremlino nel giugno 2015, in cui Putin aveva manifestato tutto il suo disappunto per l’estensione dell’alleanza militare occidentale fin dentro i confini di quella che un tempo era l’Unione Sovietica. «C’è un evidente contrasto tra il modo in cui la Russia si percepisce, cioè come una grande potenza, e la considerazione che ne ha la dottrina militare americana, nella quale non le viene riconosciuto un ruolo di primo piano», ha rilevato il direttore del «Corriere».
«Mosca — ha aggiunto Romano — non poteva rimanere inerte di fronte all’ipotesi che Georgia e Ucraina entrassero nella Nato. Né poteva tollerare il modo in cui gli occidentali hanno rinunciato al ruolo di garanti che si erano assunti a Kiev, lasciando che i nazionalisti ucraini stracciassero un accordo appena raggiunto e prendessero il sopravvento con un colpo di mano».
Così Putin ha rilanciato la vocazione imperiale russa, con l’appoggio della Chiesa. Nel suo ufficio al Cremlino, ha sottolineato Fontana, nulla ricorda il passato comunista, ma ci sono i busti degli zar più importanti e anche un’immagine dell’apostolo Andrea, che la tradizione religiosa cristiana ortodossa considera superiore a San Pietro.
Tuttavia Putin, ha osservato Romano, inizialmente si presentò soprattutto come un modernizzatore: «Era consapevole che la Russia necessitava di una rivoluzione economica per disfarsi dell’eredità sovietica e impiantare industrie competitive. Sarebbe stata possibile una proficua collaborazione con l’Europa e molti in Italia lo capirono. Ma le nuove tensioni l’hanno resa impossibile. Per giunta ora ci sono le sanzioni contro Mosca, che hanno un doppio effetto negativo: favoriscono i traffici illeciti dell’economia occulta e inaspriscono il rancore nazionalista dei russi».
Quando poi Fontana gli ha domandato se non gli dia fastidio apparire come l’avvocato del Cremlino, Romano non si è tirato indietro: «Sono così annoiato e irritato dai pregiudizi di chi dimentica gli errori dell’Occidente che mi sono quasi sentito chiamato a fare il difensore d’ufficio di un imputato sulla cui colpevolezza nutro più di un dubbio».