bergoglio28L’EDITORIALE DEL VENERDI

di Arai Daniele

Siamo al viaggio più emblematico del pontificato anticristico; questo in cui Bergoglio compare in Svezia per commemorare, insieme ai luterani, 500 anni della falsa Riforma di quel monaco agostiniano angosciato che fu Martin Lutero, vissuto e morto sublimando la crapula secolare e religiosa. Una visita internazionale voluta vistosa e solo per finta controcorrente, perché non rompe nemmeno con i tabù già «lavorati» dai predecessori conciliareschi e da prelati diversi, eminentissimi nelle eresie che accelerano in varie lingue con la solita ipocrisia conciliare.
Perciò attenzione, le critiche a quest’ennesima buffonata della bacata mente bergogliosa non è da contare come voce nuova nel nuovo Vaticano; la sbragata riabilitazione di Lutero era già avvenuta apertamente con Giovanni Paolo 2º di ignea memoria, che si era limitato ad andare al tempio luterano di Roma, dove l’ho visto arrivare anche un po’ prima dell’ora programmata!
La Sede era già scandalosamente vacante nel 1983, quando Karol Wojtyla, detto papa Giovanni Paolo 2º e pure «santo subito» (la fretta è d’obbligo) scrisse un speciale messaggio a un altro grande dell’olimpo di là giù, il cardinale Giovanni Willebrands, presidente dell’allora nuovo segretariato per l’unione luterana dei cristiani, per i 500 anni dalla nascita di Lutero: “In questa occasione numerosi cristiani, specialmente di confessione evangelico-luterana, ricordano quel teologo che, alla soglia del tempo moderno, ha in modo sostanziale contribuito al radicale cambiamento della realtà ecclesiale e sacrale occidentale. Il nostro mondo fa ancora oggi l’esperienza del suo grande impatto sulla storia”.
Sottolineava: “per la Chiesa cattolica il nome di Martin Lutero è legato, attraverso i secoli, al ricordo di un periodo doloroso e, in particolare, all’esperienza dell’origine di profonde divisioni ecclesiali. Per questa ragione, il 500° della nascita di Martin Lutero deve essere per noi motivo di meditazione, nella verità e nella carità cristiana, su quell’avvenimento gravido di storia che fu l’epoca della Riforma. Perché è il tempo che, distanziandoci dagli eventi storici, fa sì che essi siano spesso meglio compresi ed evocati. Pertanto, note personalità e istituzioni della cristianità luterana hanno indicato l’opportunità che l’anno dedicato a Lutero sia improntato a un genuino spirito ecumen[ist]ico e che il discorso su Lutero contribuisca all’unità dei cristiani. Accolgo con soddisfazione questa intenzione e vi scorgo un invito fraterno per giungere insieme a un’approfondita e più completa visione degli avvenimenti storici e a una riflessione critica sulla molteplice eredità di Lutero”.
È curioso questo ripensamento – solo in apparenza tardivo in rapporto al Vaticano 2, perché in verità è fondamentale per la nuova «unità e libertà» conciliari che mette in primo piano quello che unisce, declassando quanto divide, dai Sacramenti ai dogmi mariani.
Certo, ci sono cose che uniscono tutti, ci mancherebbe altro riguardo all’essere creature umane. Del resto, già il Papa dell’epoca, Leone X, che subì le angherie dell’arrabbiato monaco agostiniano, trovò che più della metà delle famigerate 95 erano accettabili. Perciò l’invitò al monaco Lutero a ritrattarne 41 di esse. Le altre 54 passavano l’esame, restando condannabile solo il cattivo rapporto con le altre, dove traspariva l’intenzione di sfida e drastica rottura.
Per Wojtyla allora: “le ricerche scientifiche di studiosi evangelici e cattolici, i cui risultati hanno già raggiunto notevoli punti di convergenza, hanno condotto a delineare un quadro più completo e più differenziato della personalità di Lutero e della trama complessa della realtà storica, sociale, politica ed ecclesiale della prima metà del Cinquecento. Di conseguenza si è delineata chiaramente la profonda religiosità di Lutero che, con bruciante passione era sospinto dall’interrogativo sulla salvezza eterna. Parimenti è risultato chiaro che la rottura dell’unità ecclesiale non si può ridurre né alla mancanza di comprensione da parte delle autorità della Chiesa cattolica, né solamente alla scarsa comprensione del vero cattolicesimo da parte di Lutero, anche se entrambe le cose hanno avuto un loro ruolo”.
Per l’anticristo polacco “le decisioni prese avevano radici ben più profonde. Nella disputa sulla relazione tra fede e tradizione, erano in gioco questioni di fondo sulla retta interpretazione e sulla ricezione della fede cristiana, le quali avevano in sé un potenziale di divisione ecclesiale non spiegabile con sole ragioni storiche.
“Pertanto – affermò ancora Wojtyla – un duplice sforzo è necessario, sia nei confronti di Martin Lutero, che nella ricerca del ristabilimento dell’unità. In primo luogo è importante continuare un accurato lavoro storico. Si tratta di giungere, attraverso un’investigazione senza pregiudizi, motivata solo dalla ricerca della verità, a un’immagine giusta del riformatore, di tutta l’epoca della Riforma e delle persone che vi furono coinvolte. La colpa, dove esiste, dev’essere riconosciuta, da qualsiasi parte si trovi, laddove la polemica ha offuscato lo sguardo, la direzione di questo sguardo deve essere corretta indipendentemente dall’una o dall’altra parte. Inoltre non dobbiamo lasciarci guidare dall’intento di ergerci a giudici della storia, ma unicamente da quello di comprendere meglio gli eventi e di diventare portatori di verità. Solo ponendoci, senza riserve, in un atteggiamento di purificazione attraverso la verità, possiamo trovare una comune interpretazione del passato e raggiungere allo stesso tempo un nuovo punto di partenza per il dialogo di oggi”.

Voce alle scienze e tacciano i Papi

Il 6 giugno 1989 K. Wojtyla a Roskilde in Danimarca, incontra i vescovi luterani, affermando: “Esistono ancora, in tempi di dialogo ecumeni[sti]co, dei grandi ostacoli. Molti ne individuano uno nella persona di Martin Lutero e nella condanna di alcuni suoi insegnamenti che la Chiesa cattolica aveva in quei tempi pronunciato. I risultati della sua scomunica hanno prodotto ferite profonde che, ancora, dopo più di 450 anni non si sono rimarginate e che non possono esser sanate attraverso un atto giuridico. Dopo che la Chiesa cattolica ha compreso [!?]che la scomunica ha fine con la morte di ogni uomo questo tipo di provvedimenti sono visti come misure nei confronti di qualcuno finché è in vita. Quello di cui oggi noi abbiamo bisogno soprattutto è una valutazione nuova e comune dei molti interrogativi che sono sorti da Lutero e dal suo messaggio … è comunque emerso in modo convincente è la profonda religiosità di Lutero che ardeva dell’ansia bruciante per il problema della salvezza eterna’”
Allora l’anticristo polacco ha scoperto e ripreso quel che è detto sopra, “che alcune richieste di Lutero relative a una riforma e a un rinnovamento hanno trovato risonanza presso i cattolici da diversi punti di vista: così quando il Concilio Vaticano II parla della necessità di una permanente riforma e di un rinnovamento: ‘La Chiesa pellegrinante è chiamata da Cristo a questa continua riforma di cui essa stessa, in quanto istituzione umana e terrena, ha sempre bisogno in modo che se alcune cose sia nei costumi che nella disciplina ecclesiastica e anche nel modo di esporre la dottrina – il quale deve essere diligentemente distinto dallo stesso deposito della fede – sono state, secondo le circostanze di fatto e di tempo, osservate meno accuratamente, siano in tempo opportuno rimesse nel giusto e debito ordine’. Il desiderio di ascoltare nuovamente la parola del Vangelo e di convincersi della sua veridicità che animava anche Lutero deve guidarci a cercare il bene negli altri, a donare il perdono, e a rinunciare a visioni che sono in contrasto e nemiche della fede”.
Insomma, parole vibranti per ribadire quanto non ci sarebbe bisogno di aggiungere: che il Vaticano 2 essendosi svolto con un sorriso aperto verso Lutero dovrebbe veramente essere riconosciuto come »Luterano 2»; nome evidentissimo che i viaggi di Bergoglio non devono fare altro che confermare, riconoscendo le radici profonde nel «magistero» dei suoi predecessori diretti. Sì, perché anche Ratzinger, Benedetto 16, incontrando i rappresentanti del Consiglio della Chiesa evangelica in Germania, il 23 settembre 2011, allegramente affermò:
“Per me, come vescovo di Roma, è un momento di profonda emozione incontrarvi qui, nell’antico convento agostiniano di Erfurt. Abbiamo appena sentito che qui Lutero ha studiato teologia. Qui ha celebrato la sua prima messa. Contro il desiderio del padre, egli non continuò gli studi di giurisprudenza, ma studiò teologia e si incamminò verso il sacerdozio nell’Ordine di sant’Agostino. E in questo cammino non gli interessava questo o quello. Ciò che non gli dava pace era la questione su Dio, che fu la passione profonda e la molla della sua vita e dell’intero suo cammino. ‘Come posso avere un Dio misericordioso?’: questa domanda gli penetrava nel cuore e stava dietro ogni sua ricerca teologica e ogni lotta interiore. Per Lutero – sottolineò Ratzinger – la teologia non era una questione accademica, ma la lotta interiore con se stesso, e questo, poi, era una lotta riguardo a Dio e con Dio”.
Non si sa quanto la sua allegrezza fosse spontanea perché in seguito confessò: “Qual è la posizione di Dio nei miei confronti, come mi trovo io davanti a Dio? Questa scottante domanda di Lutero deve diventare di nuovo, e certamente in forma nuova, anche la nostra domanda, non accademica, ma concreta. Penso che questo sia il primo appello che dovremmo sentire nell’incontro con Martin Lutero. E poi è importante: Dio, l’unico Dio, il creatore del cielo e della terra, è qualcosa di diverso da un’ipotesi filosofica sull’origine del cosmo. Questo Dio ha un volto e ci ha parlato. Nell’uomo Gesù Cristo è diventato uno di noi, insieme vero Dio e vero uomo. Il pensiero di Lutero, l’intera sua spiritualità era del tutto [un inquisitorio] cristocentrico: ‘Ciò che promuove la causa di Cristo’ era per Lutero il criterio ermeneutico [e dalla con i soliti specchietti per le allodole] decisivo nell’interpretazione della Sacra Scrittura. Questo, però, presuppone che Cristo sia il centro della nostra spiritualità e che l’amore per lui, il vivere insieme con lui orienti la nostra vita”.
Come si vede, Bergoglio non aveva molto da inventare, anche se nel suo linguaggio strambo è capace di tante trovate per stupire i giornalai; nella sua conferenza stampa per aria di ritorno dall’Armenia a Roma il 26 giugno scorso disse: “Io credo che le intenzioni di Martin Lutero non fossero sbagliate: era un riformatore. Forse alcuni metodi non erano giusti, ma in quel tempo, se leggiamo la storia del Pastor, per esempio – un tedesco luterano che poi si è convertito quando ha visto la realtà di quel tempo, e si è fatto cattolico – vediamo che la Chiesa non era proprio un modello da imitare: c’era corruzione nella Chiesa, c’era mondanità, c’era attaccamento ai soldi e al potere. E per questo lui ha protestato. Poi era intelligente, e ha fatto un passo avanti giustificando il perché faceva questo. E oggi luterani e cattolici, con tutti i protestanti, siamo d’accordo sulla dottrina della giustificazione: su questo punto tanto importante lui non aveva sbagliato. Lui ha fatto una ‘medicina’ per la Chiesa, poi questa medicina si è consolidata in uno stato di cose, in una disciplina, in un modo di credere, in un modo di fare, in modo liturgico. Ma non era lui solo: c’era Zwingli, c’era Calvino… E dietro di loro chi c’era? I principi, ‘cuius regio eius religio’. Dobbiamo metterci nella storia di quel tempo. E’ una storia non facile da capire, non facile. Poi sono andate avanti le cose.”
Oggi ? C’è Bergoglio vestito da Papa, che contro i veri Papi aggiunge: “il dialogo è molto buono e quel documento sulla giustificazione credo che sia uno dei documenti ecumeni[sti]ci più ricchi, più ricchi e più profondi. D’accordo, ci sono divisioni, ma dipendono anche dalle Chiese. A Buenos Aires c’erano due chiese luterane: una pensava in un modo e l’altra in un altro. Anche nella stessa Chiesa luterana non c’è unità. Si rispettano, si a[r]mano … La diversità è quello che forse ha fatto tanto male a tutti noi e oggi cerchiamo di riprendere la strada per incontrarci dopo 500 anni. Io credo che dobbiamo pregare insieme, pregare. Per questo la preghiera è importante. Secondo: lavorare per i poveri, per i perseguitati, per tanta gente che soffre, per i profughi … lavorare insieme e pregare insieme. E che i teologi studino insieme, cercando sempre … Ma questa è una strada lunga, lunghissima. Una volta ho scherzato: ‘Io so quando sarà il giorno dell’unità piena’ – ‘Quale?’ – ‘Il giorno dopo la venuta del Figlio dell’uomo!’. Perché non si sa … Lo Spirito Santo farà questa grazia. Ma nel frattempo bisogna pregare, amarci e lavorare insieme, soprattutto per i poveri, per la gente che soffre, per la pace e tante altre cose, contro lo sfruttamento della gente … Tante cose per le quali si sta lavorando congiuntamente”. Che i cardinali e la Curia romana lo vogliano o no!”
E viva la sua unità congiunta, che ha solo un avversario nel «Dio cattolico», che negano, mai nei cardinali e nella Curia patetica dei cani muti, che non hanno né l’audacia d’abbaiare, né vergogna d’essere assimilati al mercenario, né timore della pena per i cattivi agricoltori! Sono e restano volontari servi, utili solo nella complicità, non di certo nella Chiesa di Dio, ma nella indegna gerarchia degli anticristi!