image-1Segnalazione del Centro Studi Federici

Obama apre all’Isis una via di fuga in Siria per incastrare Putin
La regola, antica quanto «L’Arte della Guerra» di Sun Tsu ed il «Principe» di Macchiavelli, insegna che un assedio sarà tanto più breve e meno sanguinoso quanto più agevole sarà la via di fuga lasciata al nemico.
A Mosul nessuno può ammettere che stia avvenendo, ma tanti incominciano a sospettarlo. E molti sostengono di dedurlo analizzando le esigenze della politica, osservando il dispiegamento degli attaccanti e, soprattutto, seguendo i movimenti di civili e militanti dell’Isis in fuga sull’asse Mosul-frontiera siriana. E così – mentre le avanguardie della coalizione anti-Califfato avanzano a meno di nove chilometri da Mosul e sul campo si contano 74 villaggi liberati e quasi 800 militanti del Califfato uccisi – un machiavellico dubbio agita il presidente francese Francoise Hollande e i vertici dei peshmerga curdi. Dietro quel dubbio s’insinua il sospetto che la grande offensiva irachena nasconda un’inconfessabile, implicita intesa tra lo Stato Islamico e la coalizione a guida americana. Un’intesa che garantirebbe da una parte una rapida caduta di Mosul e dall’altra il trasferimento, sostanzialmente indolore, di buona parte dei vertici e dei combattenti dell’Isis in quel di Raqqa, la capitale del versante siriano del Califfato. L’accordo, ovviamente mai trattato né discusso esplicitamente, garantirebbe vantaggi reciproci ad ambo le parti. Una caduta di Mosul entro metà dicembre permetterebbe a Barack Obama di chiudere la presidenza attribuendosi la conquista della capitale irachena dello Stato Islamico. E gli consentirebbe di venir ricordato come il presidente capace, dopo aver ucciso Bin Laden nel primo mandato, d’infliggere, nel secondo, una sconfitta decisiva allo Stato Islamico. Il Califfo Al Baghdadi potrebbe invece sperare di dilazionare i tempi della propria capitolazione e guadagnare qualche mese di vita arroccandosi in quel di Raqqa. Sul fronte politico-strategico Obama potrebbe annoverare un altro sostanziale vantaggio conseguito proprio su quel fronte siriano dove le iniziative americane sono state sistematicamente annullate da quelle russe. Lo spostamento della partita finale lascerebbe infatti a Vladimir Putin e ai suoi alleati siriani la responsabilità della battaglia finale contro lo Stato Islamico. Uno spostamento che garantirebbe agli Stati Uniti una relativa tranquillità durante i primi mesi del prossimo mandato affidato, nelle speranze di Obama, alla democratica Hillary Clinton. Il primo ad alludere ad un’inconfessabile intesa è stato, come si diceva, il presidente Francoise Hollande. Giovedì scorso – durante un convegno sul «Futuro di Mosul» organizzato da Francia e Iraq al ministero degli esteri di Parigi, il presidente ha denunciato l’inspiegabile fuga di almeno un migliaio di combattenti dell’Isis usciti da Mosul e arrivati a Raqqa senza che nessuno, aerei Usa compresi, abbia mosso un dito per fermarli. «Non possiamo permetterci errori nella caccia ai terroristi che stanno lasciando Mosul per Raqqa» ammonisce il presidente francese rivolgendosi ai rappresentanti della coalizione anti Isis, tra cui alcuni americani, arrivati ad ascoltarlo. L’ammonimento, inequivocabilmente esplicitò, riflette il timore che i «calcoli» statunitensi consentano ai combattenti dell’Isis defluiti sul fronte siriano di rispondere all’offensiva su Mosul con attentati condotti in Francia e in altri paesi europei. Una paura giustificata visto che Raqqa è la capitale del Califfato dove opera la cellula dell’Isis responsabile della pianificazione degli attacchi in Europa. E a confermare i timori di Hollande s’aggiunge Qassim Shesho, un comandante curdo di origine yazide, nemico giurato dello Stato Islamico, che segnala come, nei giorni scorsi, centinaia di civili e combattenti usciti da Mosul si siano mossi lungo la «strada di Ba’aj» un percorso aperto in questi ultimi due anni dallo Stato Islamico per garantire i collegamenti con Raqqa. Altre colonne di veicoli dello Stato Islamico avrebbero invece passato la frontiera di Al Qaim dirigendosi verso Deir El Zor, la regione petrolifera siriana controllata dall’Isis.

 
Mosul e il progetto Usa sull’Isis
Sulla Repubblica del 1 novembre, Giampaolo Cadalanu redige un reportage sulla battaglia di Mosul, che vede le forze della coalizione internazionale guidate dagli Usa impegnate in un’offensiva contro l’Isis. Catadalanu spiega che le truppe regolari irachene hanno iniziato la penetrazione in città «travolgendo le incertezze americane», mentre le milizie sciite sono impegnate a tagliare le vie di fuga all’Isis.
E scrive: «“Il piano delle milizie paramilitari è palese: preferiscono una resa dei conti sanguinosa in Iraq piuttosto che lasciar passare gli integralisti in terra siriana, come forse invece avrebbe fatto piacere agli strateghi della Casa Bianca, contenti di far aumentare la pressione su Bashar Assad e sui suoi alleati russi”».
Nota a margine. In altra nota avevamo accennato al fatto che qualche stranamore di Washington aveva immaginato questa offensiva come ennesima opportunità per mettere in difficoltà Assad. Cosa che questo articolo conferma.
Progetto criminale che usa di criminali per attuare i propri oscuri piani di regime-change in Siria. Basti pensare che anche in questi giorni gli agenti del Terrore asserragliati a Mosul continuano a ostentare al mondo la loro efferatezza, giustiziando senza motivo centinaia di civili innocenti. Cosa che farebbero anche in Siria se tale progetto riuscisse, imperversando sui civili siriani.
Questo particolare la dice lunga sulla sporca guerra scatenata da cinque anni contro il governo di Damasco e sulla mancanza di scrupoli che abita Washington e i suoi alleati riguardo le pedine da usare per ottenere quel successo che ancora gli sfugge.
Se non si fanno scrupoli a usare l’Isis, si può immaginare con quanta prudenza siano arruolati i tanti mercenari jihadisti scatenati in Siria contro Assad… 
Partita complessa quella di Mosul, nella quale convergono le spinte, tra loro confliggenti, dei vari attori impegnati nella sua riconquista: non solo Stati Uniti e milizie sciite, ma anche turchi e curdi si sono impegnati in questa battaglia per scopi diversi da quelli altrui. 
La liberazione di Mosul, quando avverrà, rischia di diventare solo un momento di passaggio foriero di nuove conflittualità. Anche perché fin d’ora c’è chi studia i conflitti latenti come possibili nuove opportunità.
Resta il mistero di una battaglia che doveva essere sanguinosa e non lo è, dal momento che i miliziani dell’Isis, pur armati fino ai denti e provetti nelle tecniche di guerriglia, che hanno imparato nei campi di addestramento per “ribelli” anti-Assad gestiti dall’Occidente e dai suoi alleati, sono in evidente difficoltà.
Peraltro si registrano anche scontri interni: evidentemente, fallita l’opportunità di salvezza loro offerta dagli strateghi Usa, gli agenti del Terrore vivono un momento di confusione.
E resta il mistero sulle vittime civili che sta provocando l’attacco. Non ne parla nessun giornale occidentale (ne riportano solo i media russi), nonostante sia impossibile che i raid aerei e gli scontri a fuoco siano tanto selettivi da evitare incidenti di percorso in aree abitate.  
C’è il fondato dubbio che su questo particolare, non certo secondario, sia caduta la scure della censura: si vuole evitare di equiparare quanto accade a Mosul a quel che accade ad Aleppo, dove ad attaccare i terroristi asserragliati nella parte orientale della città, non dissimili dall’Isis, sono russi e siriani…
Censura che sembra accompagnare anche le immagini di questa battaglia rimandate dai media: ci sono fotografie di attaccanti intenti a sparare o a spostarsi, altre che immortalano  l’accoglienza di rifugiati scappati dalla città, altre il fumo dei pozzi di petrolio incendiati dai miliziani dell’Isis.
Difficile rinvenire fotografie di esplosioni di bombe o di proiettili di artiglieria della coalizione sugli obiettivi (si può agevolmente notare con una ricerca su google immagini: parole chiave “battaglia Mosul” o “Mosul”).