terremoro-in-norciaL’EDITORIALE DEL VENERDI

di Arai Daniele

Questa elezione del nuovo presidente americano può bastare per testimoniare oggi uno stato d’incertezze croniche a livello mondiale, di lunga e variegata gestazione storica, da cui è nata quell’americana. Essa è legata alle rivoluzioni europee, sia protestante, sia illuminista liberale, poi americanista, nemiche della Chiesa civilizzatrice e santificatrice.
Cosa definisce quest’incertezza di fronte al degrado spirituale, ormai pluri-secolare? Secondo il Vangelo è il distacco dalla «Parola del Regno», dopo averla inteso, scambiandola con parole del mondo; quindi, distacco dei popoli cristianizzati che scelgono di lasciare i semi evangelici alle spine e tra le rocce; le perle ai porci; la luce dei misteri soprannaturali del Regno in mezzo alla zizzania ecumenista delle superstizioni di false credenze (v. Mt 13).
Essere nella Chiesa Cattolica è voler appartenere al regno dei cieli, simile a un tesoro nascosto nel campo; una perla preziosa.» Trovarli e buttarli … è scambiarla con una setta protestante o massonica, portatrici di squilibri e guerre. Ecco il degrado coinvolgente persone e popoli.
La Dottrina della Chiesa è fondata sul Pensiero del Signore e coltivata dal miglior pensiero prodotto dall’uomo; farne a meno è scegliere quanto contrasta la verità stessa che definisce l’uomo, come creato da Dio; allontanare da questi principi è seguire la via del degrado. Oggi, quali sono e che fanno i veri capi che hanno potere nel mondo? Nel piano dei fatti, non sembra che ci siano molti a governare con la propria testa: Putin, Netanyahu e Erdogan, ai quali si può aggiungere ora, se dura, Trump. Ogn’uno con un pensiero politico religioso diverso; due ancora nell’area cristiana. Intanto, non sarà facile per nessuno affrontare l’instabilità del mondo che vive su delle basi esplosive, mentre manca a Roma chi segni la rotta con principi eterni.
A questo punto preferisco ricordare un eroico sacerdote che tutta la vita operò affinché i capi ricorressero a quelle basi più solide, che solo la Parola del Regno può edificare e che sono oggi nelle parole della Profezia di Fatima. Penso che in essa, cioè nella terza parte – del massacro virtuale del Papa con tutto il suo seguito fedele – siano inclusi queste anime nobile pronte a ogni forma di martirio, anche quello dell’isolamento e «morte civile», per amor di Dio.
La morte di padre Floridi nel 1986 fu una tragica perdita per la Chiesa che soffre del silenzio. Nell’ottobre di quell’anno, Padre Alessio Ulisse Floridi SJ fu internato nella Clinica “Regina Apostolorum” di Albano per accertamenti e analisi. Aveva avuto un’infiammazione renale e i suoi superiori l’avevano consigliato di tornare dagli Stati Uniti, dove era parroco della Chiesa ucraina “Holy Trinity” di Staten lsland (New York), per celebrare, con le sue sorelle e amici, i 50 anni di vita religiosa nella Compagnia di Gesù. Sono stato a visitarlo il 3 novembre, trovandolo discretamente bene, anche se camminava con una certa lentezza, conservava sempre la sua nobile e gentile presenza. Abbiamo parlato del Brasile, dell’Ostpolitik e di Fatima. Il suo libro era stato lanciato in America e lui , se l’operazione del giorno 6 fosse riuscita, voleva accettare inviti per corsi e conferenze su l’argomento “dissidenza”, includendo il Brasile e altri Paesi.
Con quale sorpresa e dolore, il giorno 7, telefonando al!a Clinica ho appreso la notizia della sua morte. Parlando con l’infermiera del reparto sacerdoti mi informò di uno “choc” post-operatorio, estremamente raro, che ancora sorprendeva tutti. Aveva subito una seconda operazione d’urgenza. ma senza risultato. Il suo decesso sorprese e angosciò, ma anche edificò chi era presente. La sua bontà e mansuetudine lo fecero amico di tutti. Dietro la sua giovialità c’era il lottatore, preparato ad ogni sacrificio e persecuzione per la causa della Verità, nella Chiesa che soffre in silenzio. La sua vocazione fu, fin dall’inizio, la difesa dei perseguitati. Chi l’ha conosciuto, sentendo la sua forza ed equilibrio nella fede, lo cercava per risolvere ogni problema. Nella sua parrocchia russa, vicino a Boston, venivano cattolici di tutte le estrazioni a assistere le funzioni nel Rito Bizantino della Chiesa «Uniata» legata a Roma per, in mezzo al vento delle “novità” rimanere saldi nella Tradizione. Non fuggì mai dai grandi problemi.
Ora, quella drammatica operazione causò un tragica perdita per la Chiesa che soffre e conta sempre meno sacerdoti che insegnano il dogma, la preghiera e il precetto della penitenza. La Messa per P. Floridi era in Rito bizantino, al “Russicum”; la sua sepoltura fu tra i Gesuiti, nel Verano di Roma. Lo ricordò la sua ex “Civiltà Cattolica” del 20 dicembre, pur segnalando la sua poca accortezza verso i risultati positivi (!) dell’ostpolitik vaticana (come la nomina dei vescovi oltre cortina, conosciuti collaborazionisti – n.d.r.). L’Osservatore Romano, ne diede la notizia solo a dicembre, riprese parte di quell’articolo nel numero del 4 gennaio, guardandosi bene, però, dal menzionare il suo libro “Mosca e il Vaticano”. Notificava così la sua morte: «Al primo intervento, si scoprì che il male aveva radici molto più profonde di quanto era apparso dagli esami clinici; nel giro di quasi 24 ore si dovette così ricorrere a più di un’operazione nel tentativo estremo di vincere il male. Ma la sua fibra, pur resistente e valida, non ha resistito».
Padre Floridi, pochi anni prima era stato invitato a ministrare un corso della durata di 5 anni, nell’Università Urbaniana su “Ateismo e Marxismo”. Ma era la Roma delle grandi aperture! L’idea portata avanti dal Card. Slipyj aveva trovato il consenso più ampio dei fedeli anche in Vaticano e contava già su l’organizzazione e i fondi necessari, quando, dall’alto, arrivò un secco “niet”. A Roma, perfino il “Russicum”, creato da Pio Xl per affrontare gli errori sparsi dalla Russia, sembra alieno a questa missione, ricordata fin dal 1917, dalla Madonna di Fatima!

ACCORDI “MOSCA- VATICANO”:

IL FUMO SI ADDENSAVA – Nelle successive traduzioni del suo libro “Mosca e il Vaticano”, P. Floridi S.J., ha sempre aggiunto nuove, documentate informazioni, su quella “Ostpolitik” tanto strana, che solo funzionava in detrimento degli oppressi, dei dissidenti, offuscando la credibilità della Roma cattolica. l suoi araldi, Villot. Casaroli, Willebrands e ausiliari minori, come il già rettore del Russicum, P. Mailleux, pretendevano giustificarsi davanti ai cattolici ucraini, per esempio, con pensieri del genere: «Essi non possono aspettarsi che la Santa Sede rischi l’imbarazzo di dover sollevare la questione dell’esistenza della Chiesa cattolica ucraina nell’URSS, quando c’è la possibilità d’instaurare un dialogo ecumenico con la Chiesa ortodossa russa» (op. ct., p. 292). Si vuole lo stesso oggi con la Cina della «chiesa patriotica»!
Con l’incontro del 27 ottobre 1986 ad Assisi, i cattolici hanno visto che la politica che privilegia il dialogo ecumenistico pacifista in detrimento di una Chiesa legata a Roma, con milioni di fedeli , ma spogliata e soppressa dalla tirannide sovietica, è politica “irreversibile” (!) del vertice della Chiesa conciliare. Nella cerimonia suddetta, a destra di Giovanni Paolo Il, c’era Filarete, il metropolita sovietico, vero il boia ecclesiastico dei cattolici ucraini. Un po’ più avanti c’era il Cardinale Lubacivski, successore del Cardinale Slipyj, che aveva dovuto resistere alle insistenze degli altolocati vaticani, desiderosi di arricchire lo spettacolo pacifista con il solito scambio di baci-abbracci tra questi due rappresentanti ucraini degli oppressi e degli oppressori. Ma che pace ci può essere tra la Chiesa di Cristo e quella del KGB di Stalin e compagni? E che nozione di giustizia e pace possono avere gli ecumenici Etchegaray e capi, proponendo l’oblio delle persecuzioni tutt’ora in atto? l fumi di questa strana cerimonia non si sono ancora dispersi nelle memorie mentre nuovi frutti di persecuzioni restano vivi nel mondo.
La ripercussione dei desideri di andare in Russia del antipapa polacco di allora, come di quello argentino ora, deve aver destato nuovi sospetti nei dirigenti sovietici, che attraverso Filarete lo accusano pubblicamente di scarsa simpatia per l’Oriente ortodosso (”Il Tempo”, 30 dicembre 1986). Non solo, ma la Chiesa filosovietica di Filarete comunica la futura canonizzazione del prete ucraino ex-cattolico, Havryil Kosteìnyk (che ha dimostrato la virtù eroica nel tradire Roma e l’Arcivescovo Slipyj, incarcerato ed esiliato in Siberia!).
Oggi, per la testimonianza della figlia di Kostelnyk, si sa che egli finì per essere pedinato e poi ucciso, il 20 settembre 1948, da un agente del NKVD (poi KGB). Ma questo fatto non imbarazza il Patriarcato di Mosca, che attribuisce il crimine ad un agente vaticano, tramite le mani di nazionalisti ucraino-tedeschi (cf. “Il Tempo”, 31 dicembre 1986). Ecco la verità calpestata e I’Ostpolitik ben servita! Si trattava di un prete che ha ubbidito Stalin contro Slipyi!
Padre Floridi ha dedicato la vita alla missione della liberazione dell’Ucraina cattolica e della conversione della Russia comunista, che sono possibili soltanto predicando la verità e accusando l’errore, la menzogna e l’oppressione, come quella sovietica, che oggi riappaiono, ma con altre denominazioni. Le vittime di ciò, come il “martire” Kostelnyk, forse avranno di che scusarsi davanti al Giudice Supremo, ma che scusante hanno i fautori dei compromessi vaticani che servivano allora a stabilizzare il fatiscente impero dei dichiarati nemici di Dio? Non gli sono mai mancate le voci e le testimonianze di quelli che hanno avuto fame e sete di giustizia fino al l’ultimo sospiro. (Pubblicato in “Chiesa viva” Aprile 1987, firmato da Arai Daniele).

L’OSTPOLITIK VATICANA È STATA FATTORE DI PACE?

In quel 1986 era stato liberato Sakharov, ma altri 200 dissidenti furono liberati solo più tardi. Sacharov, liberato dall’esilio di Gorkij nel dicembre 1986, fu eletto nel maggio 1989 deputato del Soviet supremo. Qualcosa cambiava in URSS; non erano legati alla Ostpolitik ma al grande fallimento economico del regime, ora governato da Gorbaciov. Più concreti e significativi sono stati i risultati conseguiti da lui in politica estera. Si proclamava sostenitore della necessità di dar vita a un nuovo ordine internazionale (discorso all’ONU del 7 dicembre 1988), che passi dall’era del confronto, incompatibile con la presenza della minaccia atomica, a quella della cooperazione, così da trovare soluzioni globali ai guai del nostro tempo; troppo bello!
Gorbaciov ha legato il suo nome agli accordi, definiti di portata storica, perché sottoscritti dal governo americano di Ronald Reagan per la riduzione degli arsenali nucleari; ritiro delle truppe dall’Afghanistan; abbandono della politica della presenza sovietica nel Corno d’Africa e nell’Africa australe; l’accordo con la Cina e ricerca di soluzioni politiche per la crisi cambogiana. Riguardo all’Europa, attraverso accordi di cooperazione con i paesi della CEE e il sostegno, nei paesi del Patto di Varsavia, alle forze impegnate in politiche riformiste. Gorbaciov correva ai ripari con iniziative politiche-diplomatiche per pervenire a forme d’integrazione con le sue «glasnost» e «perestroika», ma con nessuna intenzione di pace religiosa. Al centro della sua politica, era la consapevolezza che alla fine doveva misurarsi con il disastroso crollo dei regimi sovietici dell’Europa centrale e orientale, e cioè con la liquidazione delle strutture stesse del sistema di alleanze dell’URSS. Infatti, alla fine del 1989, crollava il regime del muro di Berlino, ma non il comunismo con tutti i suoi errori e tentacoli mondiali. Il problema di Gorbaciov era di riciclare il comunismo facendolo riapparire con una forma migliore. Se questa era una bestia apocalittica, un’altra, “con le corna dell’agnello” sarebbe venuta al suo aiuto.
Chi poteva meglio aiutarlo in quest’inganno che Giovanni Paolo 2º, che operava nella linea di G23 e P6 per far “svolgere la Chiesa come sacramento di unità sinfonica delle molteplici forme di pienezza”? Costui invitò le «grandi religioni del mondo» ad Assisi in vista di una comunione universale di tutte le religioni e credenze. Ma la «libertà religiosa» conciliare contemplava pure l’apertura alle ideologie, o no? È curioso che lo stesso giorno che scomunica Mgr Lefebvre e i fedeli dell’ arcivescovo, che ancora lo riconosciuto come papa, K. Wojtyla riceve in Vaticano un gruppo di giornalisti sovietici, asserendo: “Sicuramente c’è un clima di perestroika che seguiamo con interesse. Questa democratizzazione, questa maggiore partecipazione dei cittadini alla vita politica e sociale, non solo soddisfa le attese del Occidente… corrisponde pure alla dottrina sociale della Chiesa”!
Tuttavia, il capo sovietico Gorbaciov, padre della perestroika corrente, non ha mai nascosto: “La nostra ispirazione viene da Lenin. Sono le idee di Lenin che alimentano la nostra filosofia di relazioni internazionali e il nuovo modo di pensare”. Chi può credere che la ritoccata dialettica del regime sovietico, il leninismo della perestroika, porti alla conversione della Russia, per cui la Madonna ha chiesto la consacrazione? In linea con il Vaticano 2, dopo l’apertura al protestantesimo, alla Massoneria, all’giudaismo, alla democratizzazione religiosa, allora si voleva rifilare ai cattolici anche le idee di Lenin riciclate con la dottrina sociale della Chiesa?
C’è stato allora lo «scisma della perestrojka conciliare», tra questa nuova setta e quelli che si chiedono, come si sono sempre chiesti tutti i cattolici e Padre Floridi; che cosa ha che fare la luce con il buio? Cristo con Belial? Si ricordi, Putin è il successore della lotta di Eltsin con i comunisti, non proprio della perestroika di Gorbaciov, che è stato a punto di scomparire. Ora, Trump ha vinto confrontandosi duramente con la Killary e i suoi miliardari apatridi.
La lotta è tra principi seminati dall’Alto, no su misere strategie, che alla fine producono sempre solo illusione e vergogna. Emulando la nota frase: chi ha raggirato la lotta e la persecuzione con disonore, avrà lotta, persecuzione e disonore. Ecco come finirà la Babilonia conciliare sempre più in bilico: «Vae, vae… civitas (Ap XVIII).
“Un’altra parabola propose loro Gesù: «Il regno dei cieli è paragonato a un uomo che seminò buon seme nel suo campo. Mentre gli uomini dormivano, venne il suo nemico, seminò fra il grano la zizzania e se ne andò. Quando poi crebbe il frumento e portò frutto, allora apparve anche la zizzania. I servi andarono dal padrone e gli dissero: “Signore, non hai forse seminato buon seme nel tuo campo? Come mai c’è della zizzania?”. Egli rispose: “Il nemico ha fatto questo”.I servi gli dicono: “Vuoi che andiamo ad estirparla?”. Ed egli: “No, perché c’è pericolo che estirpando la zizzania sradichiate insieme ad essa anche il grano. Lasciate che crescano entrambi fino al raccolto; al tempo del raccolto dirò ai mietitori: Radunate prima la zizzania e legatela in fasci perché sia bruciata; poi raccogliete il grano per il Mio granaio”». (Mt 13, 24-30) Ecco che il Signore permette che la zizzania infesti il Vaticano, sino la Sede suprema, ma il «non praevalebunt» vale per il grano cattolico.