facebook_1478713319638Abbiamo voluto aspettare un giorno a commentare la vittoria di Donald Trump per due motivi: 1) Su queste cose, i commenti a caldo si rischiano di pagare cari nel tempo. Abbiamo suscitato la curiosità dei lettori che per tutto ieri hanno visitato il sito, con migliaia di ritorni di visita degli stessi utenti, favorendo, dati alla mano, la lettura di altri articoli, soprattutto di tematica religiosa. 2) Abbiamo preferito star fuori dalla sbornia dei commenti e, quindi, differenziarci, raccogliendo maggiori elementi di giudizio, per fornirvi oggi un’analisi più completa. Opinabilissibila, perché la politica è l’arte del possibile. L’ articolo è di Alessio Mannino, Direttore del quotidiano on-line www.vvox.it cui collabora anche il nostro Responsabile Matteo Castagna, che qui scrive la sua opinione e la vignetta, sagace e azzeccatissima, è dell’amico Alfio Krancic. 

di Alessio Mannino

5 motivi per cui la vittoria dell’inaffidabile miliardario istrione donnaiolo è una buona notizia per noi. sempre che mantenga le promesse

Ogni buon europeo non dovrebbe essere scontento della vittoria di Donald Trump. Perché all’Europa, e dunque anche all’Italia, conviene. Almeno stando alle idee di politica internazionale esposte da “The Donald”, che ora come ora non possiamo sapere se saranno le classiche, elettorali, promesse da marinaio. Dandole per buone con scettica riserva (l’uomo non è esattamente un campione di affidabilità), passiamole in rassegna e vediamo cosa potrebbe comportare la presidenza Trump per noi.

NO GLOBAL
1. «L’americanismo, non il globalismo, sarà il nostro credo». Prima vengono gli Americani («America First»), poi tutto il resto. Il miliardario statunitense è un no global. Sembra paradossale, ma è così. All’origine delle cause sociali che l’hanno portato a battere l’odiosa Hillary Clinton (il tasso reale di disoccupazione più alto dei numeri statistici, l’aumento da 28 a 45 milioni dal 2008 a oggi degli americani che per mangiare ricorrono ai buoni alimentari, il divario fra ricchi e poveri aumentato, tutto questo in barba alle magnifiche sorti progressive del bluff Obama, che sarà ricordato in positivo solo per l’insufficiente Obamacare) c’è proprio la globalizzazione. Mentre i Democratici e le sinistre benpensanti di tutto il mondo hanno sposato l’omologazione e il mercato unico mondiali, scambiandoli per un progresso, mister Trump ha detto chiaro e tondo un bel no. Anche per questo motivo si è attirata l’ostilità dei Repubblicani che sulla scia delle guerrefondaie teorie neocon identificano, come in effetti é, il globalismo e l’americanismo. Il vincitore, invece, è tornato al nazionalismo vecchio stampo.Per mere ragioni economiche, di deficit, non certo ideali («non ha senso impegnarsi in giro per il mondo per poi registrare 800 miliardi di dollari di deficit commerciale»). Ma, dal nostro punto di vista, é il risultato che conta. Di qui il suo protezionismo nel commercio con l’estero («il libero scambio ci ha rovinato») e l’identificazione del nemico principale nel concorrente industriale Cina. Il terrorismo islamico (spesso uno spauracchio strumentale da cui si è originata l’aberrante “guerra infinita” di Bush e le ipocrite “guerre democratiche” di Obama) dev’essere combattuto più come problema di sicurezza interna che di belligeranza esterna.

ISOLAZIONISMO
2. «Gli Stati Uniti devono risolvere i loro problemi, prima di cercare di cambiare il comportamento degli altri paesi». Ma ancora più questa: «Quando il mondo vede quanto male le cose vanno negli Stati Uniti e si comincia a parlare di libertà civili, non penso che noi siamo dei messaggeri credibili». Sarà un volgare molestatore razzista, sessista e fimminarucome si dice in Sicilia, ma solo per queste due dichiarazioni per l’Europa rimaneva preferibile il clownesco Briatore d’America (hanno condotto entrambi, lui e l’ex titolare del Billionaire, un identico rivoltante reality show per imparare come si diventa dei manager senz’anima, al grido di “you are fired!”, “sei fuori!”). Perché significa dire in faccia agli Americani che la loro superiorità morale non esiste, e che l’interventismo delle ingerenze umanitarie va sostituito con un tendenziale isolazionismo. Una svolta epocale, se messa in pratica. Con Hillary, che ha politicamente e moralmente sulla coscienza (non solo lei, ovvio) i civili morti in Siria, la cretina e sbagliata equiparazione Assad-Isis, lo scriteriato abbattimento di Gheddafi, la democraticissima repressione in Egitto, la continuazione della guerra in Afghanistan, eccetera eccetera eccetera, dubbi non ce n’erano: avremmo seguitato a vedere i soldati della prima democrazia d’Occidente a spargere sangue in nome del Bene. E il Male assoluto, addirittura il nuovo “fascismo”, sarebbe Trump? Ma per piacere.

BASTA NATO
3. «La Nato ci costa una fortuna e sì, stiamo proteggendo l’Europa, ma stiamo spendendo un sacco di soldi. Punterò alla ridistribuzione dei costi ed assicuro che gli Stati Uniti non sopporteranno ancora il totale peso della difesa in Europa». Mentre il duo Obama-Clinton ha fatto arrivare le installazioni e le truppe Nato fino in Ucraina (con una indecente propaganda mistificatoria sul Donbass) e nei Paesi Baltici, in un’evidente provocazione contro i russi, Trump vuole smobilitare. Se andrà così, sarà un fatto senza precedenti: un patto di mutua difesa militare – che in realtà è servito più volte a legittimare aggressioni espansionistiche – che come Paese-guida ha gli Stati Uniti, che viene svuotato di mezzi dagli stessi Stati Uniti. Significherebbe innescarne la crisi, costringendo l’Unione Europea a fare con le cattive quello che avrebbe dovuto fare da tempo con le buone: sbarazzarsi di questa pelosa e castrante “protezione” atlantica e dotarsi di un esercito tutto suo. Potremmo vedere il ridimensionamento della presenza di basi Usa, di cui per esempio l’Italia è cosparsa come fosse sotto occupazione. Trump non lo sa, ma è molto più europeista lui di Juncker, Schultz e di tutta la cricca di Bruxelles.

DIALOGO CON MOSCA
4. «Avremo delle relazioni davvero ottime con la Russia». L’apprezzamento di Vladimir Putin sarà anche il feeling fra un autocrate e un aspirante autocrate (che, ammesso sia così, rimarrà ad aspirare: gli Americani sono geneticamente ultra-individualisti e non sopporteranno mai un regime palesemente autoritario), ma, sempre dalla nostra angolatura europea, è foriero di novità positive. Perchè noi abbiamo tutto l’interesse ad una riconciliazione dei rapporti con Mosca: primo, per evitare rischi di catastrofici conflitti potenzialmente nucleari, per la verità improbabili; secondo, perchè la Russia è un nostro partner necessario e naturale, ed un attore decisivo sullo scacchiere mediorientale. Ma Donald è contraddittorio: l’accordo con l’Iran, indubbiamente una mossa azzeccata dell’amministrazione uscente, a lui non piace. E con gli ayatollah iraniani, che fra l’altro tornano utilissimi in funzione anti-Isis, si rischia grosso.

CRITICA A FINANZA E LOBBY
5. «Questa elezione deciderà se restiamo un paese libero nel più vero senso della parola o se diventeremo una repubblica delle banane corrotta, controllata da grossi donatori e governi esteri». Apriti cielo: per questa affermazione hanno subissato Trump di critiche dandogli perfino dell’antisemita. In realtà il palazzinaro ha fotografato la realtà: quando Hillary era Segretario di Stato, la Fondazione Clinton ha ricevuto cospicue donazioni dagli Emirati Arabi, dai Sauditi, dal Qatar e, per la campagna elettorale, da ebrei (lo ha scritto qui un ebreo, mica l’ignobile Ku Klux Klan che, purtroppo per lui, ha appoggiato Trump). E’ il gioco interessato delle lobby, che quanto meno negli Usa è più trasparente che da noi. Ma mentre Trump, riecheggiando il socialista Bernie Sanders (accomunati entrambi dall’accusa di populismo, che ormai è diventato un titolo d’onore), ha attaccato il capitalismo americano «venduto agli interessi delle grandi lobby», i famosi “mercati” hanno spudoratamente fatto il tifo per la Clinton, schierando all’unisono i megafoni del clero giornalistico (che ci hanno fatto una figura da chiodi, loro e quei bufalari dei sondaggisti). Resta una fesseria la tesi trumpiana, che circolava anche riguardo Berlusconi, per cui un uomo già ricco non avrebbe appetiti di usare la politica per arricchirsi ancora di più: l’avidità è la molla di ogni capitalista che si rispetti, e il bad guy Donald è tutto fuorché un santo.

LA DURA REALTA’
Tirando le somme, in quello show da circo che sono le elezioni americane ha vinto, pur con tutti i suoi difetti, il principio di realtà. Gli United States sono in declino, perciò meglio che pensino (e restino) a casa propria. Anche la cosiddetta “pancia”, formula riduttiva, ha i suoi diritti. La globalizzazione ha fallito. La destra e la sinistra sono categorie che sopravvivono ormai nella testa di incalliti nostalgici. La classe media proletarizzata ha usato l’unica arma che ha in mano, la misera scheda elettorale, per mandare un sacrosanto “fuck the establishment” a Washington succursale di Wall Street. In democrazia il popolo è sovrano, anche se per i nasi delicati delle fighette liberal emana odore di strada, povertà, modi popolani, immigrazione obiettivamente illimitata, ingiustizia sociale. Gli Usa non sono soltanto Manhattan e gli Stati dell’Est. Non basta essere donna e parlare di diritti civili, se poi ci si dimentica l’esistenza dei minatori del Kentucky. La Clinton era ed è rimasta invotabile non solo per il maschio bianco non più alpha, ma non ha convinto neppure le donne, neppure tutti i famosi ispanici, e ci sa tanto neppure gli elettori più a sinistra, nonostante Sanders abbia dovuto appoggiarla. E soprattutto, come ha scritto un critico di Trump, con Trump gli Usa perdono «l’afflato imperiale». O almeno speriamo. Cioè il mondo potrebbe essere più libero da questa America invadente e prepotente che non ha alcun diritto di sentirsene il gendarme. «Dovete smetterla di vivere nella negazione e guardare in faccia una verità che sapete essere profondamente attuale», aveva scritto cinque mesi fa il compagno Micheal Moore pronosticando quel che è avvenuto. Ora vedremo cosa farà, il nuovo Presidente. Sempre che glielo lascino fare…

di Matteo Castagna

“I personaggi nella vignetta di Krancic si sentono i veri grandi sconfitti e, probabilmente, lo sono davvero, anche se non va sottovalutata la loro capacità camaleontica di riciclarsi ed adattarsi a eventuali nuovi scenari. I leaders nostrani, storicamente avversari della mia Area, sia del centrodestra che del centrosinistra e della sinistra radicale si sono stracciati le vesti. Hanno tutti lo sguardo di Fassino, proiettato il 2 di Novembre. Ma il motivo di quelle reazioni e di quella mestizia non è solo politico-economico, per quanto riguarda l’Italia. Hanno capito che si tratta di un forte segnale che da Oltreoceano spinge virtualmente gli italiani al voto per il NO al referendum costituzionale del 4 dicembre, così da seguire l’onda di discontinuità e di protesta contro l’establishment, che è formato da quelli con le mani in alto nella vignetta di Krancic.

Bergoglio e sodali modernisti sono da due giorni chiusi a Santa Marta e nelle parrocchie, probabilmente a fare gli scongiuri. Sarei un ipocrita se non ammettessi che queste scenette mi fanno sì un po’ ridere, ma mi danno anche un po’ di soddisfazione, costretto da anni alla minestra avvelenata dei conciliari da un lato e della Ue dall’altro, di Merkel, Hollande, Monti, Letta, Napolitano, Renzi, Alfano… Non credo sia peccato, perché mi attengo ad un “piacere” ironico e meramente politico nel vederli rabbiosi, attoniti o imbarazzati perché stavolta la macchina propagandistica del politicamente corretto ha fallito e una buona fetta di persone ha dato un calcio nel sedere al moderatismo. Quest’ultima cosa sì che è una boccata d’ossigeno! Leggo le agenzie e non posso non evidenziare che Donald Trump, in campagna elettorale ha fatto tante promesse, che sa, come noi, che non potrà mantenere se non a rischio dell’implosione, è passato dai muri al confine col Messico e ai toni da comizio ad un diplomatico: “ora sarò il Presidente di tutti… per unire l’America”. Unire su che basi? Con chi? O si ricuce con la nutrita comunità ispanica statunitense o si fa il muro. Tertium non datur.  E con le lobbies dei soliti noti? Se si deve unire con tutti, come si potranno trascurare le potentissime lobbies americane e la loro influenza? Potrebbe trattarsi di una frase di circostanza, per tranquillizzare i mercati crollati a picco nella nottata e tutti coloro che lo ritengono, dichiaratamente o no “un pericolo”, anche all’estero, ad esclusione di Russia e Corea del Nord? E’ presto per saper rispondere. Dobbiamo aspettare i fatti. In campagna elettorale si è detto che gli antisionisti erano con Trump. Ora, però, egli dovrà fare i conti con i potentissimi legami sionisti degli USA che non esistono certo da ieri, se vorrà davvero fare il “Presidente di tutti gli americani”. E sono dei giornali di oggi, infatti, le dichiarazioni di Netanyahu su Trump: “Un amico sincero dello Stato Ebraico” e di Naftali Bennett, leader di “Focolare ebraico”, nonché Ministro dell’Educazione israelita:”E’ finita l’era dello Stato Palestinese”. In risposta, l’istrionico neo-eletto ha inviato il talmudico amico negli Stati Uniti. Quindi, anche su questo fronte, si tratterà di mera diplomazia o di continuità con le politiche degli altri 44 predecessori, che differivano solo nella tattica ma non nella sostanza? Continuo nella linea prudenziale pubblicata da Vvox e su questo sito nel precedente post: “ha vinto il meno peggio, che ora ha la grande responsabilità di dover dimostrare”.

PER UN’ULTERIORE CURIOSITA’:

http://www.vvox.it/2016/11/09/cara-sinistra-ti-sei-dimenticata-dei-minatori-del-kentucky/