Accertare i fatti o processare le opinioni?“L’Oxford Dictionaries ha eletto vocabolo dell’anno “post-verità”, definito come l’aggettivo «relativo a o denotante circostanze in cui i fatti oggettivi sono meno influenti del formare l’opinione pubblica rispetto agli appelli alle emozioni e alle credenze personali». Secondo la narrativa dominante, tale inclinazione alla “post-verità” sarebbe sfruttata politicamente dalla Destra “populista”, la quale, grazie alla diffusione di false notizie (“fake news” secondo la popolare dizione inglese), sarebbe riuscita a cogliere grandi successi elettorali come la vittoria referendaria della Brexit e l’elezione alla presidenza di Donald Trump. Non a caso la formula “politica della post-verità” origina nel 2010, a opera del blogger David Roberts, come atto d’accusa contro i Repubblicani, freschi vincitori (anche allora) di consultazioni popolari. Secondo Roberts gli elettori ragionano non sulla base dei fatti, bensì del fazionalismo: perciò un elettore di Destra sarà sempre ostile a proposte provenienti dalla Sinistra. La proposta di Roberts è dunque quella che la Sinistra sia chiusa a ogni mediazione con le istanze della Destra, spingendo invece per proprie risoluzioni radicali.

Secondo Mario Pireddu dell’Università di Roma Tre, la tesi della “politica della post-verità” si baserebbe su una visione malintesa, deterministica e in ultima analisi falsa del funzionamento dei social media digitali. Non è vero che gli spazi della Rete creano isolamento autoreferenziale e assenza di confronto con le opinioni differenti (tesi delle echo chambers e della filter bubble).

Al contrario, mai come oggi è facile accedere a una pluralità di informazioni e opinioni, e verificare quanto si apprende. Emblematico del potere dei motori di ricerca è il caso di Stephen Glass, oggetto anche di una trasposizione cinematografica. Astro nascente del giornalismo Usa negli anni ‘90, Glass fondò la sua fortuna su un sistematico ricorso a notizie inventate.

La sua carriera terminò bruscamente nel 1998, quando un giornalista riuscì infine a scoprirlo: il primo strumento utilizzato dal giornalista autore della richiesta furono proprio i motori di ricerca in Internet.

Internet rende forse più veloce la diffusione di false notizie, ma le diluisce in mezzo a una gran messe di altre informazioni, e soprattutto permette di reperire velocemente i riferimenti che le sbugiardano. Grandi casi di fake news nel giornalismo sono attestati nell’Ottocento e nel Novecento4, ma quelle storie avrebbero oggi vita più breve. Difficilmente una falsa notizia come quella della scoperta di animali e uomini alati sulla Luna, propagata dal “New York Sun” nel 1835, richiederebbe anche oggi intere settimane per essere sbugiardata. Al contrario, la clamorosa gaffe di molti media italiani, che lo scorso novembre hanno preso per vera la narrazione satirica di una conferenza stampa di Trump chiaramente inventata, è stata denunciata nel giro di poche ore grazie alla facilità con cui si è potuto risalire alla fonte (un blogger de “The Huffington Post”) tramite Internet.

La biblioteca dell’Università di Harvard ha pubblicato una “guida di ricerca” dedicata a “false notizie, disinformazione e propaganda”. Essa rimanda a una “lista informale”8, compilata da una ricercatrice, nella quale a fianco di siti realmente produttori di bufale, sono elencati anche “Wikileaks” e “Breitbart”. In particolare, quest’ultimo (il sito di riferimento della Destra trumpiana) è messo all’indice perché “political”, “unreliable” e con “bias”. Se si consulta la legenda, si scopre che tali etichette si riferiscono rispettivamente al fatto di supportare una determinata visione politica pur fornendo informazioni verificabili, a quello che le fonti potrebbero essere affidabili ma è meglio verificarle, e al fatto che le fonti hanno un loro punto di vista. Sostanzialmente, appunti validi per qualsiasi fonte d’informazione, a meno di confidare in un’oggettività assoluta in cui da tempo non crede più nessun giornalista, mediologo o scienziato. […]

L’industria del fact-checking nasce negli Usa nel 2003 col sito “FactCheck.com”, cui fanno seguito nel 2007 “PolitiFact” (vincitore poi di un Premio Pulitzer) e “The Fact Checker” del “Washington Post”. Questi sono, com’è attestato fino a qualche anno fa, i più attivi nel fact-checking americano. Se questi tre sono fondati da giornalisti e accademici, lo stesso non vale per “Snopes.com”, un altro popolarissimo sito di accertamento fatti incluso da “Facebook” nella sua lista di partner contro le fake news. […]

Al di là delle vicende personali, la cosa da notare è che i fondatori di “Snopes” non provengono né dal giornalismo né dall’accademia. Se ciò rappresenta un’eccezione nel panorama del fact-checking americano, risulta invece la norma in quello italiano.

Una rapida ricerca sull’identità dei proprietari dei più famosi siti di fact-checking nostrani e dei loro contributori rivela come si tratti in buona parte dei casi di dilettanti, estranei a giornalismo e accademia. Il dilettantismo o la mancanza di formazione specifica non autorizza a liquidare queste realtà come totalmente inaffidabili, ma solleva però alcuni dubbi sulla loro autorevolezza e capacità di rispettare tutti i criteri, epistemologici e di utilizzo delle fonti, che la funzione richiederebbe.

A prescindere da chi lo pratichi, il fact-checking si espone a critiche. Uscinski e Butler hanno elencato una serie di problemi di metodo: la pretesa di sentenziare su asserzioni che non sono fatti e non sono verificabili; la forzata riduzione della complessità del reale al “bianco e nero” del vero o falso; la mancanza di criteri di selezione dei casi da esaminare così come delle fonti e definizioni da utilizzare; l’ignoranza dei metodi scientifici necessari a valutare complesse relazioni causali in ambito politico-sociale; il fondare valutazioni su previsioni del futuro, per definizione inverificabili. La loro conclusione è che i fact-checker, diffondendo la nozione che la realtà non sia ambigua ma facilmente inquadrabile in uno schema binario vero-falso, non stiano rendendo un buon servizio alla società.

In un altro studio si sono rilevate, nei tre maggiori accertatori di fatti americani, incoerenze rivelatrici di pregiudizi nella selezione delle notizie da valutare, mancanza di metodologia scientifica o quanto meno di procedure standardizzate nella valutazione, differenti valutazioni fornite rispetto alla medesima asserzione. Confrontando i verdetti politici di due importanti siti di fact-checking, si è osservato come esso coinvolga giudizi soggettivi, «come qualsiasi altra forma di giornalismo», e che perciò «gli elettori dovrebbero ancora decidere da sé stessi di quali fatti fidarsi».

Il fact-checking è stato descritto come giornalismo d’opinione travestito da giornalismo oggettivo o, peggio, velata continuazione della politica per mezzo del giornalismo. Il potente linguaggio della valutazione dei fatti oggettivi è portato al di fuori del suo ambito ristretto, quello appunto dei fatti oggettivi, e utilizzato per nobilitare quelle che sono semplici contro-argomentazioni a opinioni altrui. Quando si occupa di politica, il fact-checker più che verificare i fatti soppesa gli argomenti: il che è compito d’un normale commentatore, che non dovrebbe pretendere l’autorevolezza assoluta di chi “accerta i fatti”. Le opinioni del fact-hecker, o di determinati analisti, sono contrapposte a quelle del politico di turno, ma le prime presentate come la verità indiscutibile. È questionabile la tendenza dei factchecker a non perdonare l’uso di iperboli e altri artifici retorici ai politici, focalizzandosi sulle minuzie del linguaggio più che sul senso delle loro asserzioni per giudicare queste ultime “false”. Altre volte, asserzioni letteralmente vere sono giudicate come fallaci poiché i fact-checker vi leggono arbitrariamente significati ulteriori. […]

Prendiamo ad esempio la rete di fact-checker patrocinata dal marchio Poynter, cui “Facebook” ad esempio si appoggia per decidere se una notizia sia falsa, etichettandola di conseguenza come “disputed” e limitandone automaticamente la diffusione. Poynter è un’entità autorevole nel mondo del giornalismo, ma non necessariamente super partes. Il 9 novembre scorso, ad esempio, pubblicava a firma di Kelly McBride (non una penna occasionale, ma una sua alta dirigente) un commento all’elezione di Donald Trump che cominciava così: «Talvolta il peggio accade». E continuava descrivendo il presidente eletto come una persona che «usa gli stranieri quali capri espiatori, marginalizza le donne, invoca la violenza contro le minoranze religiose […] è più bugiardo dei suoi rivali». E incitava i colleghi giornalisti a perseverare nella lotta. Un articolo di Melody Kramer, pubblicato prima delle elezioni, negava invece che i media fossero faziosi nella contesa tra Trump e la Clinton, malgrado evidenze in senso contrario. La rete ha vari finanziatori, tra cui il non certo apolitico George Soros tramite la Open Society Foundation.

Varie componenti della rete di Poynter hanno ricevuto accuse di essere schierati politicamente, e tutti dalla stessa parte. È il caso ad esempio di “ABC News”, il cui principale corrispondente politico durante la recente campagna presidenziale negli Usa, George Stephanapoulos, oltre a essere ex portavoce di Bill Clinton, era un abituale donatore alla Clinton Foundation – fatto non rivelato agli spettatori come buona condotta etica avrebbe richiesto. Secondo il Pew Center, la ABC è considerata una fonte attendibile dalla maggioranza di spettatori liberal ma da una minoranza di quelli conservatori.

“Politifact” è indirettamente di proprietà del Poynter Institute che dovrebbe poi valutarne l’aderenza ai princìpi etici necessari a far parte della rete. Poynter ha infatti la proprietà del promotore di “Politifact”, il giornale “Tampa Bay Times”, che alle ultime elezioni ha dato il suo endorsement a Hillary Clinton e al locale candidato democratico al Senato. È stato calcolato che “Politifact” si focalizza maggiormente su, e con maggior frequenza giudica come false, le affermazioni di politici repubblicani rispetto a quelle di democratici. Forse questi ultimi mentono davvero di più, ma i critici ritengono invece che “Politifact” interpreti le loro asserzioni in maniera più letterale, trovando così quasi sempre una virgola cui aggrapparsi per invalidarle. Il pregiudizio potrebbe essere non solo di natura ideologica, ma talvolta anche determinato da conflitti d’interessi: “Politifact” ha difeso un programma della Fondazione Clinton in Africa da talune accuse, omettendo però di rivelare ai lettori che un loro finanziatore ha sovvenzionato anche quello stesso programma (la buona etica giornalistica impone di dichiarare sempre possibili conflitti di interesse).

Non solo i gestori dei servizi Internet, ma pure i politici si stanno muovendo sul tema delle fake news con proposte ad hoc.

In Italia uno schieramento trasversale di senatori ha avanzato il disegno di legge S. 2688 sulla «prevenzione della manipolazione dell’informazione online». Esso presenta aspetti problematici fin dalla relazione. I firmatari considerano «peggio ancora» delle bufale le «opinioni che […] rischiano di apparire più come fatti conclamati che come idee». I quattro senatori giudicano queste opinioni «legittime», ma è comunque un campanello d’allarme che, in un documento ufficiale, le opinioni siano accostate alle fake news – tra l’altro in una proposta di punire queste ultime come reato. Non meno problematici i richiami ai contenuti «considerati falsi» che misteriosi «selettori software» dovrebbero rimuovere. I senatori sembrano rendersi conto di quanto sia spesso insidioso distinguere tra vero e falso, laddove lamentano che «notizie relative a fatti eclatanti, anche di cronaca, sono state considerate ‘fake news’ con conseguenti ritardi dei relativi interventi», ma non pare che tale consapevolezza si traduca in una riflessione autocritica sulla propria tesi.

A livello di proposte normative, si comincia con l’art. 656 c.p., quello sulla diffusione di notizie false, esagerate o tendenziose, che è duplicato in un bis dedicato esplicitamente all’utilizzo di mezzi elettronici/telematici. Eliminando però un discrimine fondamentale: l’art. 656 configura il reato solo qualora «possa essere turbato l’ordine pubblico», mentre il proposto bis elimina tale requisito.

L’aggiunta di un bis e di un ter all’art. 265 c.p. andrebbe a punire con la carcerazione la diffusione di «voci o notizie false, esagerate o tendenziose che possano destare pubblico allarme» o «recare nocumento agli interessi pubblici» o «fuorviare settori dell’opinione pubblica». Il punto è che l’attuale art. 265 è quello sul «disfattismo politico», che punisce la diffusione delle suddette voci o notizie false, esagerate e tendenziose ma «in tempo di guerra». I proponenti vorrebbero insomma traslare in tempo di pace una norma pensata per il tempo di guerra. Così il «menomare la resistenza della nazione di fronte al nemico» è trasformato, nella casistica più grave pensata dai proponenti (con pena detentiva non inferiore ai due anni), in «minare il processo democratico, anche a fini politici». Una formulazione pericolosamente ambigua, se si pensa ai preoccupati richiami, fatti nella relazione illustrativa, all’ascesa (pur democratica e legale) dei movimenti populisti.

L’ultima importante disposizione del ddl è quella di rendere i gestori delle piattaforme informatiche una sorta di sceriffi del web. Essi non solo potranno, ma anzi avranno il dovere di monitorare costantemente i contenuti pubblicati dagli utenti, e avranno il diritto/dovere di cancellarli prontamente laddove «ne stabiliscono la non attendibilità». Con tale norma la decisione di ciò che è vero e ciò che è falso si sposterebbe da uno strumento istituzionale, costituzionalmente regolato, quali sono i tribunali, a privati sui quali non vi è alcun controllo democratico.

Non solo si incoraggiano, ma anzi si rendono obbligatorie ed estremizzate (non più la semplice indicazione di “controversia” ma la cancellazione d’autorità) mosse come quella di “Facebook” sul controllo dei propri contenuti. Un controllo che, come si è illustrato trattando degli enti terzi cui è appaltato, appare privo di qualsiasi garanzia di scientificità e neutralità. […]

Non si può ignorare, né mostrarle indulgenza, la proliferazione di siti e blog sensazionalistici, o incentrati su false notizie, che deteriorano la qualità dell’informazione. Tuttavia, bisogna dare il giusto peso alle cose, e riconoscere che questi ben noti fenomeni hanno un impatto meno grave rispetto allo scadimento di qualità che ormai da anni interessa i media mainstream. In ciò Internet può aver avuto un ruolo, ma il click-baiting non è che la versione digitale del vecchio ricorso a titoli sensazionalistici per attirare l’occhio del lettore nelle edicole.

A questi mali si può rispondere incentivando nei cittadini, tramite l’educazione, l’interesse verso le questioni politicamente rilevanti (rispetto al gossip e alle curiosità) e lo spirito critico nel valutare ciò si legge, vede o ascolta. Con la consapevolezza che manipolazione, propaganda, false credenze, sono costanti nella storia umana e che non siamo dunque di fronte a una svolta epocale.

Quest’idea della svolta epocale serve, del resto, a legittimare misure e tesi eccezionali, le quali costituiscono, più che una cura, autentici veleni per la democrazia. L’idea che tutti o quasi i pensieri e le espressioni siano facilmente distinguibili lungo il discrimine binario del vero e del falso, e che ciò che un’autorità giudica falso vada sempre bandito o peggio punito, rimanda a epoche oscure della storia umana. In teoria applicare ciò solo ai casi in cui sia manifesta, palese e conclamata la falsità di un’affermazione, può risultare accettabile. Tutti i nostri sistemi giuridici puniscono già, ad esempio, la diffamazione, senza bisogno di nuove leggi. Il problema è che la pratica del fact-checking ha già dimostrato come il giudizio straripi nel campo dell’opinione, e come anzi il giudizio sulle opinioni divenga persino prevalente. Il lavoro di fact-checking è dunque prezioso, da tutelare e incentivare nella misura in cui davvero si dedichi all’accertamento dei fatti, ma va evitata la sua strumentalizzazione politicoideologica, come giudice falsamente oggettivo delle opinioni, né tanto meno si possono elevarne i verdetti a legge.

Oltre ai chiari effetti censori, il pericolo deriva dall’idea stessa di interpretare la politica non più come contesa tra valori e opinioni differenti, ma tra Vero e Falso. Il primo è il carattere della democrazia, il secondo delle guerre di religione. Evitare la delegittimazione dell’interlocutore politico è non meno importante che garantire un’informazione il più possibile corretta.”

Segnalazione di Daniele Scalea