Rai, la vergogna della fiction Rai "Di padre in figlia": così umiliano cinque milioni di veneti

Se i veneti avevano intenzione di votare Sì al referendum sull’ autonomia, ora avranno una ragione in più per emanciparsi dallo Stato e dalle sue aziende come la Rai. In questi giorni la tv pubblica sta mandando in onda la fiction Di padre in figlia, ambientata nella Bassano del Grappa degli anni 70 e 80, una narrazione che riesce nel raro intento di raccogliere tutti i peggiori cliché sul popolo veneto: il capofamiglia, Giovanni Franza (Alessio Boni), è un arrivista disposto a tutto pur di avere successo, uomo autoritario, prepotente e fedifrago; nonché titolare di un’impresa accusata di frode fiscale e falsa esportazione; il genero di Franza è un ubriacone e manesco; le donne di famiglia sono tutte vittime di una società maschilista: alla figlia più talentuosa (Maria Teresa, interpretata da Cristiana Capotondi) il padre impedisce di fare carriera come meriterebbe; l’altra figlia, Elena, si vede tarpare a lungo il desiderio di autodeterminazione e il sogno di far la modella, fino all’abbandono liberatorio del tetto coniugale (e dei figli); la moglie di Franza subisce reiterati tradimenti dal marito, salvo poi emanciparsi da lui, tradendolo a sua volta; il riscatto femminile passa sempre dalla lotta per la legalizzazione dell’aborto e del divorzio e da una vita di eccessi, fatta di droghe e assenza di riferimenti tradizionali (è il caso dell’ altra figlia, Sofia); la donna più saggia e mite della fiction è una prostituta; la più sottomessa è una segretaria abusata sessualmente dal padre.

In questo idillio (si fa per dire) il maschio viene descritto sommariamente come un bruto interessato soltanto ai schei, alla mona e al bere; la donna come una figura schiacciata dallo strapotere maschile che deve riscattarsi in tutti i modi (nel lavoro, nel sesso, nelle libere scelte sul proprio corpo). Ne viene fuori una rappresentazione macchiettistica del tipo umano veneto, resa ancora più fastidiosa dall’ accento esasperato, quasi involontariamente caricaturale, di attori che veneti non sono.

La cosa però più irritante è il tentativo di destituzione (e irrisione) di tre principi su cui si è costruito il successo economico del Nord-Est e, ancor prima, di tutta l’Italia nel periodo del boom: l’individuo, la famiglia e l’impresa. L’individuo, espressione del self-made man che mette su una fortuna contando su talento, tenacia e ambizione, è derubricato a una somma di istinti da soddisfare e di egoismi da coltivare; la famiglia, base della tenuta del tessuto sociale negli anni in cui si predicava la rivoluzione e cuore della crescita stessa di molte imprese a conduzione appunto familiare, viene invece dipinta come un’istituzione da archiviare, nel migliore dei casi come un’ unione di facciata fondata unicamente sull’ipocrisia borghese, nel peggiore come un ricettacolo di violenze domestiche, umiliazioni e sottomissioni; da ultimo l’impresa, vero fiore all’occhiello della crescita del Veneto insieme artigianale e industriale, appare animata solo dalla sete di profitto, dalla discriminazione di genere, e da affari loschi che si risolvono nel tentativo di fregare il Fisco.

Un’immagine urtante anche per lo spettatore che veneto non è; ad esempio per chi, pur chiamandosi Veneziani, proviene da ben altra regione. Ma, dopo tutto, è inutile imprecare: la colpa non è Di Padre in Figlia, ma di Mamma Rai.

di Gianluca Veneziani

Fonte: http://www.liberoquotidiano.it/news/sfoglio/12371096/di-padre-in-figlio-fiction-rai-insulto-veneti-ubriaconi-vergogna.html