L’EDITORIALE DEL VENERDI

di Arai Daniele

Mai è stato tanImagem inline 1to chiaro, in scala planetaria: «quos Deus vult perdere prius dementat»

È il caos della prossima grande guerra globale, che si profila come finale. Ma i «grandi» dell’ora presente vedono soltanto come la grande bagarre del prossimo scontro d’ottobre.

Intanto, non si trova nessuno capace di rispondere con argomenti di ragione alle due grandi questioni incombenti:

– quale mega interesse internazionale possa essere confessato per giustificare la distruzione totale con la guerra permanente, in Siria?

— Quale il vero assassino degli attentati kamikaze che sconvolgono l’Occidente?

Può non essere la credenza che sia azione lodevole colpire crociati e i loro alleati; opera religiosa meritevole di quel paradiso delle settanta uri? Che rinunciare alla propria vita per recidere alla cieca quella altrui, sia eroismo puro?

Sulla guerra in Siria si sono avanzate ipotesi geopolitiche interessate nell’«Assad must go», ma per giustificare la dimensione della distruzione locale e le sue conseguenze internazionali in eccidi, dolore e fuga di popoli interi, ci vorrebbero dei mega argomenti proporzionali, decenti e descrivibili. No, ci sono solo quelli oscuri della strategia americana a oltranza contro la Russia.

Quanto all’angosciante seconda questione sul vero assassino degli attentati kamikaze che sconvolgono i’Occidente, nemmeno una parola della grande comunicazione perché esso è tabù; le «voci» oggi sono autorizzate a sparlare solo dello «stato islamico».

Ma vediamo qualcosa del discorso erudito pronunciato da Ratzinger, Benedetto 16, il 12 settembre 2006 nell’Aula magna dell’Università di Regensburg, sull’Islam e la jihad. (qui la pubblicazione è de «Il Foglio» del 15 Novembre 2015).

Ratzinger ricorda: “L’università, senza dubbio, era fiera anche delle sue due facoltà teologiche. Era chiaro che anch’esse, interrogandosi sulla ragionevolezza della fede, svolgono un lavoro che necessariamente fa parte del “tutto” dell’universitas scientiarum, anche se non tutti potevano condividere la fede, per la cui correlazione con la ragione comune si impegnano i teologi. Questa coesione interiore nel cosmo della ragione non venne disturbata neanche quando una volta trapelò la notizia che uno dei colleghi aveva detto che nella nostra università c’era una stranezza: due facoltà che si occupavano di una cosa che non esisteva – di Dio. Che anche di fronte ad uno scetticismo così radicale resti necessario e ragionevole interrogarsi su Dio per mezzo della ragione e ciò debba essere fatto nel contesto della tradizione della fede cristiana: questo, nell’insieme dell’università, era una convinzione indiscussa. Tutto ciò mi tornò in mente, quando recentemente lessi la parte edita dal professore Theodore Khoury (Münster) del dialogo che il dotto imperatore bizantino Manuele II Paleologo, forse durante i quartieri d’inverno del 1391 presso Ankara, ebbe con un persiano colto su cristianesimo e islam e sulla verità di ambedue. Fu poi presumibilmente l’imperatore stesso ad annotare, durante l’assedio di Costantinopoli tra il 1394 e il 1402, questo dialogo; si spiega così perché i suoi ragionamenti siano riportati in modo molto più dettagliato che non quelli del suo interlocutore persiano. Il dialogo si estende su tutto l’ambito delle strutture della fede contenute nella Bibbia e nel Corano e si sofferma soprattutto sull’immagine di Dio e dell’uomo, ma necessariamente anche sempre di nuovo sulla relazione tra le – come si diceva – tre “Leggi” o tre “ordini di vita”: Antico Testamento – Nuovo Testamento – Corano.  Di ciò non intendo parlare ora in questa lezione ; vorrei toccare solo un argomento – piuttosto marginale nella struttura dell’intero dialogo – che, nel contesto del tema “fede e ragione”, mi ha affascinato e che mi servirà come punto di partenza per le mie riflessioni su questo tema.

Nel settimo colloquio (διάλεξις – controversia) edito dal prof. Khoury, l’imperatore tocca il tema della jihād, della guerra santa. Sicuramente l’imperatore sapeva che nella sura 2, 256 si legge: “Nessuna costrizione nelle cose di fede”. È probabilmente una delle sure del periodo iniziale, dice una parte degli esperti, in cui Maometto stesso era ancora senza potere e minacciato. Ma, naturalmente, l’imperatore conosceva anche le disposizioni, sviluppate successivamente e fissate nel Corano, circa la guerra santa. Senza soffermarsi sui particolari, come la differenza di trattamento tra coloro che possiedono il “Libro” e gli “increduli”, egli, in modo sorprendentemente brusco, brusco al punto da essere per noi inaccettabile [?], si rivolge al suo interlocutore semplicemente con la domanda centrale sul rapporto tra religione e violenza in genere, dicendo: “Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava”. [3] L’imperatore, dopo essersi pronunciato in modo così pesante, spiega poi minuziosamente le ragioni per cui la diffusione della fede mediante la violenza è cosa irragionevole. La violenza è in contrasto con la natura di Dio e la natura dell’anima. “Dio non si compiace del sangue – egli dice -, non agire secondo ragione, „σὺν λόγω”, è contrario alla natura di Dio. La fede è frutto dell’anima, non del corpo. Chi quindi vuole condurre qualcuno alla fede ha bisogno della capacità di parlare bene e di ragionare correttamente, non invece della violenza e della minaccia … Per convincere un’anima ragionevole non è necessario disporre né del proprio braccio, né di strumenti per colpire né di qualunque altro mezzo con cui si possa minacciare una persona di morte…”

Ratzinger voleva, ma non era sicuro di poter osare di dire la sua attraverso l’Imperatore. E infatti, fino ad oggi è criticato, malgrado le sue scuse, per averlo osato attraverso tanta interessante erudizione accademica, come sempre. Voleva forse ricordare che lo «stato islamico», il califfato, è quello più fedele all’idea autentica di Maometto? […] “Nel profondo, vi si tratta dell’incontro tra fede e ragione, tra autentico illuminismo e religione.”

“Partendo veramente dall’intima natura della fede cristiana e, al contempo, dalla natura del pensiero greco fuso ormai con la fede, Manuele II poteva dire: Non agire “con il logos” è contrario alla natura di Dio”.

Ecco la difficoltà immane di un «grande» a difendere – tra le righe di un discorso erudito – la Fede cristiana. Figuriamoci accusare la credenza religiosa di un allucinato che « rinuncia alla propria vita per recidere alla cieca quella altrui», come meritevole eroismo legato a qualche rivelazione divina? E l’idea assassina continua a passare per religione, non di uno, ma di molti!

Ma adesso tutti al sole, spensierati: tanto la gran bagarre è per ottobre.