di Alessio Mannino

Deroghe su deroghe e miliardi che saltano fuori come se piovessero. E pure la Ue scopre che le norme hanno «spazi». Da interpretare politicamente

Con la liquidazione delle due ex banche popolari venete, il governo Gentiloni ha liquidato ogni residua, già debolissima fiducia nella legalità in questo Paese, patria del diritto e soprattutto del rovescio. Il decreto-legge 99 è una mostruosità giuridica: prevede talmente tante deroghe che a questo punto c’è da aspettarsi la rivalutazione dell’abominio nazista del Führerprinzip, “la legge del capo” che decideva sopra e nello sprezzo di ogni norma scritta. Il provvedimento del 25 giugnoschiaccia come un panzer svariati articoli del codice civile, la parità di diritto dei creditori ad essere risarciti, il Testo unico bancario, la legge antitrust, la legge sui trasferimenti aziendali dei dipendenti, la contabilità dello Stato, le norme di correttezza e concorrenzialità sulla scelta del “cessionario”, perfino la certificazione energetica degli edifici e le normative urbanistiche e ambientali. Il rischio, se per caso la Corte Costituzionale dovesse farlo decadere, è che caschi tutto il palco della liquidazione coatta amministrativa, altrimenti nota come fallimento pilotato.

Tuttavia, anche quando ciò dovesse succedere, Intesa avrà già avuto tempo e modo di digerire e assaporare i frutti di un’operazione che le consente di incamerare non solo tutti gli asset positivi di Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca (come spiegavamo qui), ma anche la cospicua dote governativa: 5,2 miliardi, in cui sono conteggiati i soldi per gli esuberi (1,3 miliardi) attraverso il fondo di incentivo all’esodo, e 12 miliardi di garanzia. Totale: 17 miliarducci (nota a margine: il ministro dell’economia Padoan lo dice, e subito dopo il vicedirettore di Bankitalia, Fabio Panetta, lo smentisce: ma che bel quadretto). Ci sta anche un ruttino di soddisfazione, per Carlo Messina che ha portato a casa, lindo e pulito, un affarone. Non si può biasimarlo: da uomo di business ha fatto business, sfruttando la posizione di mercato di Ca’ de Sass e soprattutto la disperazione in cui versava Padoan, arrivato all’ultimo giorno prima dell’apocalisse senza aver ancora trovato la quadra. E di conseguenza, il banchiere ha fatto il banchiere nel modo cinico che è tipico di chi traffica nel mondo dell’alta finanza. «È vero che saranno dei grandi manager – ha commentato l’ex presidente della BpVi, Gianni Mion, che ha il difetto/pregio di dire quel che pensa ad alta voce – ma un’operazione così non si fa in 24 ore. Quindi vuol dire che l’avevano studiata». C’erano stati, infatti, contatti giunti alla soglia della trattativa fra il Tesoro e quattro fondi (Sound Point Capital, Cerberus, Attestor, Varde, con advisor Deutsche Bank): iniziati il 5 maggio con l’invio di offerta informale che prevedeva un’iniezione di capitale per 1,6 miliardi, si sono dispersi nel nulla quando, come ha raccontato il Fatto Quotidiano il 25 giugno scorso, il governo avrebbe richiesto più capitale. Il tutto, si badi bene, senza che mai nè governo nè Banca d’Italia abbiano messo per iscritto una riga.

Così, tutto in una notte, l’Italia ha avuto l’ennesima conferma che fatto il buco, si trova sempre una toppa più o meno indecorosa per riempirlo alla meno peggio. E non solo l’Italia, anche l’Europa. L’Unione Europea ha sempre tenuto fermo il divieto di aiuti di Stato (bail-out), costringendo prima Matteo Renzi e ora Paolo Gentiloni a trovare la via, anzi il vicolo stretto, in questo monopoli per nulla divertente, onde evitare il tragico bail-in. Cioè per non far pagare il conto agli obbligazionisti e ai correntisti sopra i 100 mila euro (gli azionisti hanno già perso tutto), cioè ai risparmiatori. Prospettiva semplicemente incontemplabile per motivi politici, visto che l’anno scorso si era sotto referendum, e quest’anno ci si avvia alla campagna elettorale per le elezioni 2018. Solo che alla fine, anche l’idoleggiata Europa si è italianizzata: checchè ne dica la commissaria alla Concorrenza, la danese Margrethe Vestager («abbiamo approvato l’operazione per mitigare l’impatto conseguente alla liquidazione delle due banche. Ovviamente rispettando le nostre regole sul burden sharing, che hanno aiutato a ridurre di oltre 5 miliardi di euro il costo per lo Stato. Stiamo usando il nostro set di regole, che lasciano spazio agli Stati e alle differenze che ci sono nelle varie legislazioni fallimentari. Le autorità italiane hanno riconosciuto che c’era una motivazione per un aiuto alla liquidazione delle due venete, per preservare il valore che c’era nelle due banche e per assicurarsi la tutela dei clienti»), giunti sull’orlo del burrone la valutazione è stata più economica che finanziaria, più politica che normativa. Precisamente questa, ovvia, dettata alla stampa dal nostro governo: «l’aiuto di Stato è necessario per evitare turbolenze economiche nel Veneto» (La Repubblica, 26 giugno). Per forza: una liquidazione non ordinata ma “disordinata” avrebbe provocato, con la chiusura di fidi e naufragio delle sofferenze in bonis, un terremoto le cui onde si sarebbero abbattute non solo, per la verità, sull’economia locale, ma sull’intero sistema bancario italiano e quindi europeo.

Ma allora, dovrebbero illustrare dall’alto della loro pignoleria, l’ottima Vestager e l’eccellente Padoan, che differenza qualitativa ci sia fra uno Stato-pantalone che poteva investire 4,7 miliardi per nazionalizzare le due banche e rivenderle secondo il modello adottato negli anni scorsi in Usa, e uno Stato-pantalone che mette a bilancio una spesa di ben 17, regalando a Intesa tutta la polpa (“good bank”) alla simbolica e ridicola cifra di 1 euro (mentre ricordiamo che fino a una settimana fa Bruxelles si era impuntata: 1,2 miliardi devono venire dai privati! – e li abbiamo visti…). Non c’erano abbastanza «spazio», commissaria Vestager? O non c’era abbastanza volontà e forza politica, ministro Padoan? Le perdite sono scaricate su contribuenti e risparmiatori, lo Stato sborsa una caterva di quattrini per coprire tutto il copribile, e i vantaggi vanno solo ad uno, guardacaso il primo gruppo bancario italiano. Il tutto mettendo un macroscopisco frego a una dozzina di norme. Non si poteva proprio, allora, infrangere quelle europee anzichè le nostre, e affrontare pure l’infrazione pur di gestire in maniera meno maldestra e controproducente questa vicenda finita in grottesco? Per non dire poi dell’incertezza, veramente pazzesca, che riguarda il destino degli Npl, la sofferenze. I 17 miliardi di crediti deteriorati finiranno nella bad bank guidata dal team di commissari liquidatori di Fabrizio Viola. Di essi, 8,4 sono probabili inadempienze o scaduti (di cui 2,6 in bonis), quindi non ancora passati a sofferenza. Ma i liquidatori, per legge, sono costretti a trattare tutti alla stessa maniera. La delega operativa è alla Sga (Società Gestione Attività), che il Tesoro ha rilevato proprio da Intesa nel maggio 2016, e i crediti sono al 56%, valore tenuto a bilancio da BpVi e Vb. Valore ottimisticamente molto alto. Come si farà a recuperare quei crediti, allora? Mistero.

Ora, se fa rabbia che dobbiamo essere noi tutti a tirar fuori, per dirla in veneto, gli schei, quello che fa ancora più rabbia è che questi scheici siano sempre e saltino immancabilmente fuori quando a guadagnarci è qualche solito noto, qualche potentato finanziario, mentre per i poveracci che magari non sono clientes di nessun gruppo d’interesse o nessun politico maneggione, per loro si fa sempre una fatica bestiale, a scovarli. Se c’è una deroga e una montagna di miliardi per le banche, deve esserci anche per me, cittadino comune – che magari ha perso una barca di risparmi nelle due ex popolari. La legge è uguale per tutti, sta scritto nei tribunali. Ma non diciamo fesserie.

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