di Filippo Bovo

16 Settembre 1982: inizia il Massacro di Sabra e Shatila. Perché non tramonti la memoria di quell’infamia

Fonte: l’Opinione Pubblica

Il Massacro di Sabra e Shatila fu forse uno dei capitoli più sanguinosi della storia della campagna militare israeliana in Libano avvenuta a partire dai primi Anni ’80. Non l’unico, nemmeno per grado d’infamia, ma sicuramente il più saliente in assoluto.

All’inizio del giugno del 1982 gli israeliani avevano infatti occupato parte del Libano ed iniziato l’assedio di Beirut, allo scopo d’accerchiare i circa 15mila combattenti dell’OLP e i loro alleati libanesi e siriani che si ritrovavano all’interno della capitale. Un mese dopo il Presidente statunitense Ronald Reagan inviava il suo emissario Philip Habib con l’incarico di risolvere la crisi. Le trattative erano in ogni caso complicate dal fatto che nè gli israeliani nè gli americani intendevano trattare coi palestinesi, i quali in ogni caso rifiutavano a priori qualunque ipotesi d’abbandonare la città, temendo comprensibilmente le ritorsioni dei soldati israeliani e dei loro alleati falangisti libanesi.

Malgrado ciò, Habib ottenne a fatica la promessa da parte del premier israeliano Begin che le sue truppe non sarebbero entrate a Beirut Ovest e che quindi non avrebbero attaccato nemmeno i palestinesi rinchiusi nei campi profughi. Contemporaneamente ottenne dal futuro presidente libanese Bashir Gemayel (figlio di Pierre, il fondatore delle falangi cristiane) che i falangisti non si sarebbero mossi a loro volta. Come garanzia per il rispetto di tali accordi, venne stabilito che sarebbe intervenuto, come forza di pacificazione, un contingente statunitense. L’accordo tanto sospirato venne infine firmato il 19 agosto.

Yasser Arafat, non sentendosi comunque rassicurato dai contenuti dell’accordo, insistì affinché a tutela dell’ordine venisse inviata una forza non esclusivamente statunitense ma semmai a composizione multinazionale. La proposta, accolta dal governo libanese e sottoposta a Stati Uniti, Italia e Francia, sfociò in un successivo accordo in base al quale una forza formata da 800 soldati statunitensi, 800 francesi e 400 italiani avrebbero coperto la ritirata delle forze dell’OLP, garantendo così l’ordine sul territorio. Le prime unità della forza multinazionale arrivarono a partire dal 21 agosto.

Il primo giorno di settembre l’evacuazione delle forze dell’OLP dal Libano poteva ormai dirsi completamente effettuata. Infrangendo gli accordi precedentemente firmati, le forze del governo israeliano circondarono subito i campi profughi palestinesi mentre Caspar Weinberger, segretario alla difesa statunitense, ordinava il successivo 3 settembre ai Marines d’abbandonare Beirut. Quello stesso giorno le forze falangiste alleate degli israeliani presero posizione nel quartiere di Bin Hassan, ai margini del campo profughi palestinese di Sabra e Shatila. Tutti i soldati della forza multinazionale, non solo statunitensi ma anche francesi ed italiani, erano ormai già partiti, in anticipo di undici giorni rispetto agli accordi presi. Il giorno dopo il ministro della difesa israeliano Ariel Sharon contestò la presenza, dentro il campo, di duemila combattenti dell’OLP, cosa che i palestinesi immediatamente negarono.

Menachem Begin invitò nel frattempo il nuovo presidente libanese Gemayel a Nahariya per firmare l’accordo di pace con Israele. Con l’occasione, Begin voleva chiedere a Gemayel anche il consenso a tollerare la presenza delle truppe israeliane nel Libano meridionale, e l’impegno a cacciare i duemila combattenti dell’OLP che ancora si trovavano in territorio libanese. Gemayel, anche a causa dei suoi crescenti rapporti con la Siria, rifiutò e non firmò il trattato.

Pochi giorni dopo, il 14 settembre, Gemayel morì in un attentato presso il quartier generale della Falange, nella zona cristiana di Beirut, insieme ad altri 26 capi falangisti. Secondo la versione ufficiale, prontamente sostenuta anche da Israele, l’attentato era stato organizzato dai servizi segreti siriani e s’avvaleva dell’ausilio dei palestinesi. Era però chiaro che si trattava della classica “false flag”, finalizzata a riaccendere il conflitto civile in Libano a vantaggio soprattutto del governo di Tel Aviv. Il giorno successivo, infatti, le truppe israeliane infransero nuovamente gli accordi entrando a Beirut Ovest, presentando questa misura come un’azione “a tutela dei rifugiati palestinesi da eventuali ritorsioni da parte dei gruppi cristiani”, secondo le parole di Begin. Pochi giorni dopo Sharon dichiarò al parlamento che “l’attacco aveva lo scopo di distruggere l’infrastruttura stabilita in Libano dai terroristi”, parole che di fatto contraddicevano quanto espresso precedentemente dal suo stesso primo ministro.

In cerca di vendetta per la morte di Gemayel, e avallate dalle forze israeliane, le milizie dei falangisti libanesi di Elie Hobeika alle ore 18.00 del 16 settembre 1982 entrarono nei campi profughi di Sabra e Shatila. I campi erano stati chiusi il giorno prima dalle forze israeliane, col collocamento di posti d’osservazione sui tetti degli edifici vicini. Le milizie falangiste lasciarono i campi profughi solo due giorni dopo, il 18 settembre, dopo essersi lasciate alle spalle un numero di morti che a seconda delle versioni oscilla fra le 760 e le 3500 unità.

Il successivo 16 dicembre 1982 l’Assemblea Generale dell’ONU condannò il massacro, definendolo “un atto di genocidio” nella Risoluzione 37/123, Sezione D. Nel giugno del 2001, quaranta parenti delle vittime del massacro denunciarono Sharon in una corte belga per crimini di guerra. Il processo si sarebbe poi concluso in un nulla di fatto, dato che nessuna delle parti in causa aveva cittadinanza belga; ma nel frattempo Elie Hobeika, che mai era stato processato e che addirittura aveva ricoperto ruoli politici sempre più importanti in Libano moriva in un attentato, avvenuto il 24 gennaio 2002, guardacaso proprio dopo che s’era dichiarato favorevole a testimoniare a quel processo contro Sharon. “Per 19 anni ho portato il peso di accuse mai dimostrate senza aver l’opportunità di provare la mia innocenza”, aveva detto.

Nel suo messaggio presidenziale del 31 dicembre 1983 ai cittadini italiani, così l’allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini ebbe modo di dire di Sabra e Shatila, e di Ariel Sharon: “Io sono stato nel Libano. Ho visto i cimiteri di Sabra e Chatila. E’ una cosa che angoscia vedere questo cimitero dove sono sepolte le vittime di quell’orrendo massacro. Il responsabile dell’orrendo massacro è ancora al governo in Israele. E quasi va baldanzoso di questo massacro compiuto. E’ un responsabile che dovrebbe essere bandito dalla società”.