di Franco Cardini

Tra le vecchie consuetudini ormai in disuso delle nostre campagne e delle nostre città c’era quella secondo la quale nella sera del 10 novembre – ai vespri della festa di san Martino cavaliere, benefattore dei poveri (a uno infreddolito, com’è noto, donò metà mantello) quindi vescovo di Tours e patrono della gente franca – i bambini andavano in giro percotendo pentole e tegami e chiedendo con rumorosa, allegra cortesia un po’ di dolci in regalo. A Venezia i bravi pasticceri fanno ancora il “cavallo di san Martino” coperto di cotognata o di cioccolato.

Era una bella tradizione. In autunno, negli ultimi giorni ancora miti – “l’estate di san Martino”, appunto – ci si preparava a svernare, non senza un ricordo per i poveri. Al santo cavaliere di Tours, appunto in onore del celebre episodio che lo aveva visto donatore generoso, erano intitolati molti ospizi; a Firenze c’era l’oratorio di san Martino – a un passo dalla “Casa di Dante”, con splendidi affreschi quattrocenteschi – dove si somministrava la carità ai “poveri vergognosi”, quelli cioè che – per esser magari caduti in povertà da posizioni di rilievo e di dignità sociale – mancavano del coraggio necessario a stender la mano.

C’era e c’è ancora, dunque, un punto di contatto morfologico obiettivo tra la vigilia di san Martino e la festa di Halloween che, proveniente dall’America e ben sostenuta da cinema e media, ha ormai conquistato la nostra società: i ragazzini che chiedono dolci – o magari anche qualche soldo – in regalo, anche se quelli italiani non pronunziavano, in origine, l’allegro ricatto Trick or treat?, “Dolci o scherzi?”, significando che l’interlocutore avaro avrebbe ricevuto una lezione. Ora qualcuno ha imparato la giaculatoria britannica.

Com’è noto, sociologi e antropologi insegnano che quando ci si trova dinanzi a due riti o a due tradizioni che si somigliano, la valutazione comparativa va fatta tenendo presenti non solo la somiglianza morfologica, ma anche i rispettivi contesti e funzioni in cui riti e tradizioni appunto si collocano. E qui i conti non tornano più.

Zucche svuotate e illuminate e bambini vestiti da folletti, diavoletti, spiritelli e streghine ci rimandano a una tradizione statunitense, anzi più propriamente del New England: bella e fortunata regione del nord-est degli States, là dove c’è anche il Massachussets, e pare che lì, a Salem, nel Seicento gliela facessero sul serio la festa alle streghe. Altro che dolci in regalo…

Alla Nuova Inghilterra dei profughi e dei coloni puritani, la festa era arrivata dall’Inghilterra attraverso un complesso giro non solo geografico, bensì anche religioso-culturale. L’inizio del mese di novembre corrisponde col Samhain del calendario celtico, la ricorrenza rituale dell’inizio del quadrimestre invernale: vi si celebravano gli antenati e con essi la terra seminata che si addormenta nella stagione fredda pronta a risorgere di nuovo in aprile, all’entrata del tens clar, come dicevano i trovatori. Per questo la festa aveva un carattere funebre, connotato dai riti propiziatori per gli spiriti degli antenati che, come succedeva in febbraio nell’Antica Atene con le Antesterie e a Roma in dicembre, tornavano a vagare sulla terra e dovevano essere trattati con rispetto, affetto ma anche attenzione.

La leggenda celto-germanica della Signora dell’Abbondanza si ricollega evidentemente alla tradizione del cibo e della sete dei defunti: le anime dei morti (perché di questo si tratta) visitano le case in determinati giorni dell’anno e per proteggersi è necessario lasciar loro cibo, acqua, latte. Il tema è bene attestato sino a tempi moderni; non è un caso infatti che in molte tradizioni europee i doni fossero portati, nel periodo dedicato ai morti, direttamente da costoro; come avveniva ancora nel Novecento inoltrato in Sicilia, dove dolcetti, sovente in forma di ossa, venivano regalati ai bambini il 2 novembre; è la stessa tradizione che ricompare, in forma commercializzata e tramite la cultura statunitense, nella festa di Halloween, che trae la sua origine dalla ricorrenza celtica di Samhain, nella quale la celebrazione per il nuovo anno, il primo novembre, si univa a quella per i morti e per la rinascita. Gia i romani nel I secolo d.C. avevano unito la festa dei celti, a quel punto sottomessi dall’impero, con quelle romane dei Feralia, che commemorava i morti, e di Pomona, divinità legata alla fertilità. C’è da chiedersi se la somiglianza di tradizioni che si ritrova tra le aree mediterranee d’Europa e quelle celto-germaniche appartenga a un sostrato arcaico comune, o se invece non sia stata proprio l’acculturazione romana a uniformarle (un’ipotesi peraltro non esclude l’altra). Nella lotta al paganesimo condotta dalla Chiesa durante l’Alto medioevo, fu papa Bonifacio IV a dichiarare il primo novembre giorno di celebrazione dei santi; più tardi, a partire dall’XI secolo fu istituita la festa dei morti, fissata al due novembre; la nuova festa, presumibilmente con lo stesso intento che aveva mosso papa Bonifacio, fu istituita dal vescovo Oddone di Cluny nei monasteri dell’Ordine nel 998 e da lì si diffuse nel resto d’Europa.

Il tema della festa notturna e dei doni trova un parallelo germanico nelle figure di Holda e Perchta, i cui nomi pure faranno capolino in molti processi per stregoneria di quell’area e di secoli più tardi, a proposito delle quali Jacob Grimm aveva raccolto diverse tradizioni: sostanzialmente, in alcuni momenti dell’anno (in particolare nella dodicesima notte tra Natale e l’Epifania) si credeva che queste divinità, in compagnia di un seguito, visitassero le case propiziando l’abbondanza in cambio di doni.

Il cristianesimo non riuscì a sradicare queste tradizioni dai celti, che pur si erano convertiti tutti abbastanza facilmente ma che avevano trasferito nella loro Chiesa un buon numero di tradizioni avite. Fu quindi un’abile mossa acculturativa quella dei monaci di Cluny, che appunto nell’XI secolo, come si è detto, inventarono le ricorrenze dei santi e dei morti – agganciando la seconda a una devozione che allora (come ha dimostrato Jacques le Goff in un suo celebre saggio) era recente, quella del Purgatorio – in modo da consentire ai fedeli di mantenere le antiche usanze conferendo loro un significato specifico nella nuova religione.

Ma la Riforma protestante combatté con intransigente rigore tutte le “superstizioni”, svuotò il paradiso dei santi, proibì le messe in suffragio. E i sepolcri tornarono ad essere infestati dalle antiche larve pagane, con in più un elemento diabolico che nel paganesimo non c’era ma che i cristiani avevano seminato a piene mani. Con la laicizzazione della società, gli spiriti ricacciati in un folklore non più tenuto a bada dal sacro e dal rito, e ormai demonizzati, furono liberi d’impadronirsi delle notti.

Oggi, ormai, il folklore desacralizzato si associa alle fantasie terrifico-consumistiche del genere horror: un mondo ateizzato rifiuta di tornare al cristianesimo, irride e trascura il culto dei santi e la memoria dei cari che non sono più ma si dà al carnevale macabro che, partito dall’Europa pagana e convertita, attraverso gli Stati Uniti si è riversato tardivamente su un’Europa atea e superstiziosa, che ha perduto la fede ma che – come ben dice Chesterton – avendo cessato di credere in Dio ormai crede in tutto. Un’Europa cocacolizzata e macdonaldizzata, consumista e shoppingolatra, che ha smarrito non solo il senso della Tradizione, ma anche il buon gusto. Un’Europa nella quale alcuni scellerati blaterano di difendere l’identità dai poveracci che vengono da noi a cercar un pezzo di pane dopo che, al loro paese, le lobbies multinazionali li hanno derubati di tutto, ma che si sono fatti tranquillamente scippare la loro identità più autentica dall’invasione delle mode venute da oltreoceano.

Sembra infatti andare di moda, oggi, combattere per la difesa della nostra identità. Bene: essa non è minacciata dalle moschee musulmane, edifici nei quali si prega il Dio d’Abramo secondo consuetudini molto lontane dalle nostre e che non possono entrare con esse in conflitto; non è minacciata dai profughi che si affollano a Lampedusa e che, se stesse in loro, cercherebbero pane e dignità. Ma a minacciare quell’identità sono stati quelli che ci hanno impestati con fantasmini, stregucce, zombetti, vampirelli e diavoletti: quelli che hanno corrotto l’immaginario e la fantasia dei nostri ragazzini ai quali non abbiamo trasmesso il linguaggio alto e profondo delle nostre fiabe e delle nostre leggende, della nostra fede e delle nostre tradizioni. I ragazzini che vedono la TV con noi, che si rimpinzano ogni sera di films e di fiction pensati apposta per tagliar le radici della loro cultura e portarli, insensibilmente, a diventar cittadini dell’Impero Mondializzato, al servizio della ricerca della felicità attraverso i sempre più alti consumi.

Badate: queste considerazioni non hanno nulla a che fare con il solito spauracchio dell’antiamericanismo, con il quale oggi va di moda chiuder la bocca a tutti quelli che hanno da eccepire contro l’americanizzazione dei nostri costumi o contro la politica di chi ci ha riempito di Centri Commerciali e li ha sostituiti alle cattedrali. Il problema è quello delle identità, che sono dinamiche e aperte all’influsso delle identità altrui, d’accordo, ma che non debbono né perdersi, né adulterarsi. E’ anche questione dei tempi e dei modi in cui un’identità viene invasa da quelle altrui. Ed è questo il pericolo che perdiamo noialtri europei.

Volete allora una bella battaglia da combattere, o difensori dell’Identità, verdi, bianchi, azzurri o neri che vi professiate? Ecco qua. Halloween è parola che deriva da Allhallows, che nel bel vecchio idioma dei sassoni insulari significa appunto Ognissanti, la festa con la quale i monaci di Cluny obliterarono e perpetuarono la solennità degli antenati dell’inizio celtico dell’autunno. Nemmeno con i celti, a dire il vero, noialtri italici c’entriamo granché (salvo magari nel nord: però sui costumi celtici della penisola siamo ben poco informati). Comunque, la Chiesa romana ha fatto propria fin dall’XI secolo la tradizione cluniacense e l’ha radicata nella nostra tradizione. Perché barattarla con una festa altrui, che si è per giunta laicizzata e ateizzata fino a divenire una mascherata horror della quale i nostri bambini non hanno proprio bisogno, visti anche gli effetti devastanti che quel tipo di cultura sta già provocando nel loro immaginario?

Riprendiamoci Ognissanti, la messa col Tantum Ergo, la lettura dell’Apocalisse e il Vangelo delle Beatitudini; e il giorno dopo, portiamo per mano i nostri ragazzini al cimitero, una volta l’anno, a rinnovare i fiori e ad accendere un piccolo lume sulle tombe di chi ci ha amato, di chi ha lavorato e sofferto per noi e ora non è più tra noi ma, come dicevano i nostri vecchi, “da lassù ci guarda”. E’ questa appunto la “comunione dei santi” il rapporto che collega tutti coloro che, vivi o morti, sono in grazia di Dio.

Ma è proprio questo, la ripresa “convenzionale” di certe care consuetudini che troppi ormai abbandonano, che fa scandalo nella felice società dei consumi. Portar i bambini al cimitero?, mi disse qualche anno fa una signora di fieri e severi princìpi catto-destrorsi con cui parlavo di queste cose: ma è così macabro! Perché intristire i bambini, mettendoli tropo presto dinanzi allo spettacolo della morte? E nel dir così andava accarezzandosi con gli occhi il suo frugoletto vestito da scheletrino, che faceva tanto New England…

Fonte: http://www.identitaeuropea.it/?p=2828