di Marcello Veneziani

Caporetto è ancora attuale

Fonte: Marcello Veneziani

Cosa resta di Caporetto a cent’anni dal tragico evento? Ieri tutti hanno ricordato – anche Il Tempo – quella pagina terribile della Grande Guerra, ne hanno ricostruito la storia e le responsabilità, a partire da Cadorna.

Vorrei spingermi oltre e chiedermi che segni ha lasciato nell’Italia presente quella battaglia perduta, nella mente e soprattutto nel carattere nazionale.

Per molti anni Caporetto è stata la parola chiave per indicare tutte le nostre disfatte, il simbolo di ogni scollamento e di ogni esercito allo sbando, la psicosi che ci ha accompagnato lungo tutto il Novecento come un peccato originale.

Caporetto era rimasta più famosa di Vittorio Veneto, che celebra invece la nostra Vittoria. Non a caso le grandi opere sulla prima guerra mondiale, da Malaparte a Prezzolini e a Emilio Lussu, gli unici film sulla Prima guerra mondiale, da Uomini contro di Francesco Rosi a Torneranno i Prati di Ermanno Olmi, evocano più Caporetto che il Bollettino della Vittoria, più Cadorna che Diaz.

E quella sconfitta in un anno funesto, come il ’17, a ridosso dei Morti, fu la sintesi di quel che pensiamo dello spirito pubblico e dell’attitudine militare italiana. Le pagine più belle sulla guerra raccontano più il lato tragico o la storia folle di quel tempo che l’euforia e l’entusiasmo per il massacro: dico i versi di Ungaretti, le testimonianze di Rebora e di Campana, le pagine dolenti di Serra.

Poi Caporetto cadde nell’oblio, fu dimenticata, uscì dal linguaggio corrente per indicare le nostre sconfitte, ma restò dentro la nostra indole e la nostra anima come una sindrome di cui si è perso il nome ma non la patologia.

Cosa resta dunque di Caporetto a cent’anni di distanza? Resta in primo luogo il disfattismo come categoria dello spirito. Povera Italia è un’espressione ricorrente, antica, persino precedente all’Unità d’Italia e dunque a Caporetto.

È la password del nostro pessimismo nazionale, del nostro autolesionismo e soprattutto della nostra autodeningrazione.

Il disfattismo però non è solo l’ostentazione, quasi la voluttà, della sconfitta e del tradimento, ma qualcosa di più e perfino di peggio: è l’alibi per badare ai fatti nostri anche a scapito del Paese, è il modo per chiamarsi fuori, per deresponsabilizzarsi, per dire come già diceva il servo della commedia di Goldoni, molto prima, che se la casa brucia voglio scaldarmi anch’io; ossia trarre profitto dalla sconfitta o quantomeno trarre pretesto per chiudersi nel privato.

Di Caporetto resta poi il conflitto tra capi e seguaci, tra vertici e soldati, tra classi dominanti e classi dominate. Un conflitto che sottintende anche il giudizio feroce sull’incapacità e sulla viltà di chi ci guida, la fellonia dei nostri comandanti, l’inadeguatezza, che ci porta al disastro.

E poi magari loro si mettono in salvo mentre mandano gli altri al macello.

È l’Armiamoci e partite dei nostri capi ma anche dei nostri letterati, almeno quelli che istigarono alla guerra e poi finirono imboscati nelle retrovie o addirittura restarono a casa. Non è il caso di tanti, che da D’Annunzio in poi (Soffici, i futuristi, i nazionalisti, i sindacalisti rivoluzionari, Volpe) al fronte ci andarono sul serio e alcuni ci lasciarono la pelle.

Ma altrettanti furono poi coloro che accesero gli animi e poi si defilarono.

Altra pagina infame evocata dalla sindrome di Caporetto è la diserzione, il ripudio della guerra, il boicottaggio di chi è in prima linea,  l’antimilitarismo e l’odio per i soldati, e poi per i combattenti e reduci, nel nome di un pacifismo ipocrita che voleva in realtà spostare la guerra dal fronte alle strade e alle fabbriche, farsi lotta di classe e guerra civile.

In forme diverse quella sindrome è ancora viva e attiva nel nostro presente, in chi disprezza i confini e sottovaluta le minacce straniere per disprezzare i propri connazionali e discriminare chi non è dalla nostra parte.

Caporetto ci lascia però anche un’eredità positiva, quasi religiosa: l’idea che dopo il venerdì santo verrà la Pasqua, dopo la morte e il calvario verrà la resurrezione della patria. La speranza e la fiducia che toccato il punto più basso, si possa poi risalire, fino a risorgere.

Non a caso si parlò di Secondo Risorgimento. In fondo fu dopo Caporetto che un popolo si scoprì nazione, da quella tragedia corale la patria fu condivisa da tutti e non più la patria di lorsignori. Ma quell’eredità che in altri momenti bui della nostra storia ci portò alla rinascita, ora giace ancora inespressa, come una gravidanza di futuro che non riusciamo ancora a intravedere.

Un paese stanco, sfiduciato, smorto che si ferma a Caporetto e non prosegue per Vittorio Veneto.