di Stefano Vernole

Israele. Geopolitica di una piccola, grande potenza

Fonte: Eurasia

Volume ambizioso e coraggioso quello scritto da Giacomo Gabellini, in quanto si propone di narrare le vicende israeliane dal loro concepimento fino ai giorni nostri.

Di Israele se ne discute molto anche in Italia (dove i luoghi comuni sul sionismo abbondano), spesso a sproposito, eppure l’autore è riuscito a mantenere una forte oggettività senza concedere nulla al “politicamente corretto”.
Non manca ovviamente una nutrita letteratura sull’argomento, dato che l’insediamento degli ebrei nella “Terra Promessa” coincise con la deportazione (Nakba) e la persecuzione di un popolo, quello arabo palestinese, che quella terra l’aveva sempre abitata.
Eppure il libro di Gabellini mescola sapientemente i vari aspetti ed effetti della questione sionista, individuandone il motore nel fattore religioso-messianico ma senza dimenticarne le componenti economiche che anzi assumono qui un certo rilievo.
Altro punto di forza dell’opera è la capacità dell’autore di collegare Israele in un contesto storico e geopolitico all’interno del quale la spregiudicatezza e i cambi di alleanze sono all’ordine del giorno, sempre in funzione però degli interessi della minoranza sionista che comanda a Tel Aviv.
Il capitolo iniziale è perciò dedicato a “genesi e realizzazione del progetto sionista”, quando nel XVII secolo l’avvocato e parlamentare britannico sir Henry Finch chiese al Governo di Sua Maestà di favorire il “ritorno” degli ebrei in Palestina per realizzare le profezie bibliche.
Londra comprese presto l’utilità della proposta: il declino dell’Impero ottomano permetteva di insediarsi in un’area geografica strategica per proteggere le vie di comunicazione verso le Indie e assicurarsi una capacità reale di influenzare il futuro assetto del Medio Oriente.
Quanto il “gioco” potesse diventare pericoloso per gli stessi inglesi, fu subito chiaro; Napoleone Bonaparte pensò di sfruttare a sua volta la suggestione sionista come grimaldello per scardinare le posizioni britanniche nel Mediterraneo.
Tuttavia i francesi non potevano alla lunga competere con lo schieramento bancario inglese: Lionel Rotschild accordò nel 1876 al premier britannico Disraeli il denaro necessario per acquistare dall’Egitto le quote della società che gestiva il canale di Suez, mentre suo cugino Edmond, che ne aveva coperto buona parte delle spese di realizzazione, finanziava una ragguardevole ondata migratoria ebraica verso la Palestina.
Molto più degli sforzi ideologici di Hechler ed Herzl, perciò, poté il denaro dei “baroni maledetti” e se nel 1917 la proporzione della popolazione ebraica rispetto a quella araba era del 9,7%, nel 1946 era già del 35,1%, con una comunità sionista che negli stessi anni era passata da 56.000 a 700.000 unità.
Dopo la fondazione di Israele assunse un certo rilievo il rapporto Roma-Tel Aviv, spesso misconosciuto da un’opinione pubblica nazionale capace di ricordare soltanto il “Lodo Moro” con i gruppi armati palestinesi.
Nella primavera del 1948 si raggiunse un accordo tra il Primo Ministro Alcide De Gasperi e Ada Sereni, ebrea italo-israeliana che imbeccata dai suoi mentori Harari e Azadi (futuri dirigenti del Mossad) aveva chiesto al nostro Governo di chiudere un occhio sulle attività sioniste in Italia 1.
Le ragioni dell’accordo vengono spiegate in un documento redatto nel gennaio 1947 dal Ministero degli Interni di Roma, in cui si legge che “i rappresentanti delle organizzazioni ebraiche internazionali fanno apertamente comprendere di poter influire, a seconda del nostro atteggiamento, sull’opinione pubblica americana nei riguardi dell’Italia.”
Il concetto espresso nel documento ministeriale, spiega Gabellini, venne ribadito con forza dal sottosegretario agli Esteri Alberto Folchi in una lettera inviata ad Enrico Mattei, nella quale esortava il fondatore dell’ENI a desistere nella sua campagna stampa contro Israele (Tsahal aveva danneggiato alcuni impianti dell’azienda italiana durante l’aggressione all’Egitto nel 1956).
Perciò se Aldo Moro si rifiutava di concedere le basi militari italiane agli Stati Uniti per fornire supporto ad Israele durante la Guerra dei Sei Giorni nel 1967, subito spuntava la nomina (voluta da Ugo La Malfa) del noto simpatizzante sionista, colonnello Arnaldo Ferrara, a Capo di Stato Maggiore dell’Arma dei Carabinieri, un incarico che mantenne per ben dieci anni. Lo stesso può dirsi per l’ammiraglio Eugenio Henke alla guida dello Stato Maggiore della Difesa, del capo della polizia Angelo Vicari e di Federico Umberto D’Amato (considerato da molti l’architetto della “strategia della tensione” in Italia) a capo dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero degli Interni.
Il noto giornalista italiano Mino Pecorelli, misteriosamente assassinato, scrisse che “nel 1973 a Bruxelles, dietro gli organismi ufficiali della IV Internazionale, è sorta una centrale rivoluzionaria mondiale, che i servizi politico-militari occidentali hanno indicato con la sigla Think-Tank (TT). In quella struttura operano congiuntamente trozkisti filo-americani e israeliani del Mossad, l’agguerritissimo Servizio Segreto di Tel Aviv, al fine di impedire che in seno a movimenti extraparlamentari europei possa prevalere la componente filo-araba”, probabilmente riferendosi alle operazioni di destabilizzazione compiute da Tel Aviv anche in Portogallo (contro il Primo Ministro Marcello Caetano) e in Spagna (contro il Premier Luis Carrero Blanco).
Un capitolo a parte meriterebbe il ruolo di primissimo piano assunto da Israele nel mercato mondiale delle armi, viste le sue ricadute geopolitiche. Composta da un misto di società sia private che statali, la sua industria bellica assorbe oltre 50.000 impiegati e beneficia dell’osmosi con colossi del complesso militare-industriale statunitensi. Ma se è vero che circa 150.000 famiglie israeliane sarebbero economicamente dipendenti dal commercio bellico (3,5% del PIL più un altro 2% di vendite interne), è altrettanto vero che ogni attacco militare condotto da Tel Aviv per testare i suoi sistemi militari e pubblicizzarli al mondo comporta gravi conseguenze al suo stesso comparto civile: “Ogni attacco produce sempre tagli alla salute, all’educazione, ai trasporti … I missili hanno danneggiato proprietà e le persone hanno paura ad andare al lavoro, numerose fabbriche hanno sospeso le attività e le aziende agricole sono ferme. E infine i costi indiretti, come quelli al settore turistico”. Nel 2016 la quota di popolazione israeliana costretta a vivere al di sotto della soglia di povertà raggiungeva il 21,7%.
1 Sull’argomento segnalo anche il mio articolo: Stefano Vernole, Il Mossad in Italia, www.aljazira.it, 08/07/2005.

 

La responsabilità maggiore della progressiva “degenerazione” della politica sionista viene attribuita da alcuni analisti ai settori nazional-religiosi che, dal 1967 in poi, sono divenuti la forza motrice del Paese; i nuovi arrivati non intendono integrarsi ma comandare, per cui hanno cambiato la natura profonda di Israele in senso sempre più ideologico ed estremista. Anche se ovviamente diventa difficile trovare differenze significative tra il massacro di Deir Yassin nel 1948 e quello di Sabra e Chatila nel 1982, per cui il termine più adatto potrebbe essere quello di “evoluzione”.
A maggior ragione se si pensa che la legittimazione storica di Israele è stata messa seriamente in discussione da autorevolissimi studiosi come Arthur Koestler e Shlomo Sand, secondo i quali gli ashkenaziti (cioè la parte più cospicua della popolazione) non discendono certo dagli ebrei originari della Palestina (sefarditi) ma dai cazari, una popolazione turca discesa dall’area turanica verso il Caucaso e l’Europa Orientale all’epoca delle invasioni mongole e poi convertitasi all’ebraismo.
La visione escatologica di cui ancora Israele si nutre viene ampiamente incoraggiata dalle ricche e  numerose lobby ebraiche presenti negli Stati Uniti: AIPAC, CUFI, CPMJO, la massoneria B’nai B’rith con la sua Anti – Defamation League e dai gruppi evangelici-protestanti cristiano-sionisti. L’ingerenza di Tel Aviv negli affari interni e nella politica estera di Washington, simboleggiati dal noto caso di spionaggio condotto da Jonathan Pollard, ha più volte allarmato i servizi segreti nordamericani che in uno studio del 2012 sulle ricadute strategiche del rapporto tra i due paesi hanno affermato: “Israele rappresenta la più grande minaccia per gli interessi nazionali degli USA perché la sua natura e le sue azioni impediscono agli USA di intrattenere relazioni normali con i Paesi arabi e musulmani e, in misura crescente, con la comunità internazionale allargata”. L’arresto di 140 israeliani nei mesi precedenti all’11 settembre 2001, nell’ambito delle attività di spionaggio ai danni degli Stati Uniti, non fa che rafforzare i sospetti sul ruolo “interessato” di Tel Aviv ad un attentato simbolo che servisse ad allineare la geopolitica di Stati Uniti e Israele in Vicino e Medio Oriente. Secondo Michael Ledeen, esponente ebraico di punta del movimento neocon: “Non vogliamo stabilità in Iran, Iraq, Siria, Libano e anche in Arabia Saudita; vogliamo che le cose cambino. La vera questione non riguarda il se, ma il come portare avanti questa destabilizzazione”.
Non si può dubitare perciò delle affermazioni di Edward Snowden, secondo il quale gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e Israele avrebbero collaborato con Turchia e Monarchie del Golfo Persico per creare e addestrare l’Isis nell’ambito di un’operazione finalizzata a garantire la sicurezza dello Stato ebraico attraverso la formazione di un’entità antisciita (quindi contro l’Iran). Né del fatto che al-Nusra, ala militare dei cosiddetti “ribelli siriani”, più volte sostenuta da Israele contro l’esercito regolare di Damasco, non sia altro che una copertura di al-Qaeda. Come sorprendersi che dopo la liberazione di Aleppo dalle bande islamiste l’esercito siriano abbia scovato e catturato diversi ufficiali della NATO e di Israele rintanati in un seminterrato nella parte orientale della città, da dove istruivano e fornivano copertura alle bande di tagliagole dell’Isis? Come giudicare le parole pronunciate nel gennaio 2016 dal Ministro della Difesa israeliano Moshe Ya’alon: “In Siria, se mi trovo costretto a scegliere tra l’Iran e lo Stato Islamico, io scelgo lo Stato Islamico. Non ha le capacità che ha l’Iran”? Ai lettori l’ardua sentenza …
Il libro di Gabellini non si sofferma solo sul ruolo, pur preponderante, svolto da Israele in Vicino e Medio Oriente ma vuole raccontarci di come la rete sionista si estenda a livello globale in un coacervo di interessi legato non solo al traffico di armi ma anche a quello di droga e di esseri umani 2 .
2 Sul traffico di organi dei prigionieri serbi e sul sospetto coinvolgimento sionista segnalo l’articolo: Steve Brady, Kosovo. Dietro il traffico di organi spunta l’ombra di Israele, www.statopotenza.eu, 24/12/2011.
Ecco, quindi, i riferimenti alla mafia russa incarnata dai vari magnati come Berezovskij, Nevzlin, Malkin, Kantor, Gaydamak, Abramovic, Kogan, Dubov, Brudno, Kolomojsij ecc. i quali, dopo aver ottenuto il passaporto israeliano per sfuggire alla giustizia di Mosca, hanno investito pesantemente nel Paese ebraico. Già nel 2009 l’Ambasciatore statunitense a Tel Aviv, James Cunningham, si sentì in dovere di inviare alle agenzie federali USA un cablogramma intitolato: “Israele: Terra Promessa del crimine organizzato?”, confermando quanto già scritto nel 1979 in un rapporto della CIA: “Il servizio di spionaggio israeliano dipende profondamente dalle comunità e dalle organizzazioni ebraiche all’estero per reclutare agenti e ottenere informazioni”. Negli anni Novanta, invece, fu l’FBI a scoprire che quella di servirsi di istituzioni religiose ebraiche quali sinagoghe e scuole talmudiche per riciclare i proventi del narcotraffico era la prassi comune dei cartelli della droga colombiani.
Gli interessi criminali di Israele si estendono fino all’Africa (ma lo stesso potrebbe dirsi per l’Asia e l’America Latina), dove le sue agenzie militari e spionistiche favoriscono fin dagli anni Settanta golpe, massacri e deportazioni di civili come in Sudan, Uganda, Ciad e Congo (dal Ruanda al Darfour). La Liberia ha ad esempio accordato all’Israeli Diamond Institute di Eli Avidar i diritti di estrazione su diverse cave diamantifere, “contribuendo così a fare dello Stato ebraico il maggiore esportatore di diamanti al mondo”, mentre il magnate russo-israeliano Lev Leviev è riuscito a spezzare lo storico monopolio nel commercio dei preziosi detenuto dalla De Beers, “aggiudicandosi numerosi contratti per lo sfruttamento delle regioni più promettenti dell’Angola e della Namibia”.
Dopo la scoperta del bacino di petrolio Leviathan, il principale obiettivo di Israele è ora diventare non solo autosufficiente ma addirittura un Paese esportatore di energia; lungo una linea immaginaria che solca anche le acque territoriali di Cipro, Libano, Siria e Striscia di Gaza si trovano una quantità di risorse (anche di gas naturale) capaci di ridisegnare la geografia degli approvvigionamenti energetici dell’Europa. Nella strategia sionista, che punta ad includere nella propria “zona economica esclusiva” Grecia e Cipro, risulterebbe esclusa la Turchia; Mosca, come peraltro Pechino, per ora gioca sui due tavoli, mantenendo buoni rapporti economici sia con Ankara che con Tel Aviv, in attesa di conoscere le reali intenzioni di Donald Trump.
Israele mantiene storicamente, salvo episodi sporadici, buoni rapporti con il regno wahabita dell’Arabia Saudita e il legame è oggi più che mai evidente nella cessione da parte dell’Egitto a Ryad delle due isolette Tiran e Sanafir, nelle acque del Mar Rosso, per 23 miliardi di dollari. Il blocco delle due isole, infatti, consentirebbe di imbottigliare la flotta sionista nelle acque del Golfo di Aqaba, compromettendo l’accesso dello Stato ebraico al Mar Rosso e al Golfo Persico. I sauditi vorrebbero collegare inoltre il loro territorio a quello egiziano, allestendo un ponte terrestre in grado di allacciare i propri giacimenti di petrolio e gas al porto israeliano di Haifa, dove approda anche l’oleodotto curdo che si dirama da Kirkuk: così facendo, verrebbe ridotto il “capitale strategico dello stretto di Hormuz, che l’Iran ha più volte minacciato di ostruire in caso di attacco militare”.
Le dinamiche interne, però, potrebbero essere quelle con le quali Tel Aviv si dovrà presto confrontare. Nel 1950 la Knesset approvava la “Legge del Ritorno”, che prevede la cittadinanza israeliana solo ed esclusivamente a qualunque richiedente ebreo sparso nel mondo; nel 2003, lo stesso Parlamento israeliano approvava la “Legge sulla nazionalità e sull’ingresso in Israele”, con la quale è stato introdotto il divieto di ricongiungimento familiare alle coppie di cui almeno un membro risieda lungo la Striscia di Gaza, in Cisgiordania, in Libano, in Iran e in Siria, un provvedimento voluto per limitare il pericolo demografico palestinese. Parallelamente sono stati implementati un muro di separazione, reticolati elettrificati, sentieri di aggiramento, trincee, pareti di cemento armato e rilevatori di movimento in corrispondenza della “Linea Verde” che delimita i confini con i territori palestinesi; una “barriera protettiva” che ha di fatto sancito l’annessione a Israele di alcuni territori della Cisgiordania e di tutta la municipalità di Gerusalemme, in spregio alle varie Risoluzioni dell’ONU e agli Accordi di Pace di Oslo, Madrid ecc.
Secondo quanto calcolato dagli studiosi israeliani, nell’area corrispondente all’antica Palestina entro il 2050 la popolazione ebraica potrebbe arrivare a circa 8,7 milioni di unità, a fronte di 14-15 milioni di arabi palestinesi; una sfida demografica difficilmente sostenibile sul lungo periodo.
In conclusione Gabellini si sofferma allora sulla difficile scelta delle opzioni a disposizione di Israele: grandezza territoriale, ordinamento democratico (in realtà etnocratico) e carattere ebraico: a quale delle tre la leadership sionista sarà disposta a rinunciare, prima che il caos geopolitico circostante, quasi sempre da lei stessa fomentato, si connetta alle complesse dinamiche intestine?

Giacomo Gabellini, Israele. Geopolitica di una piccola, grande potenza, Arianna editrice, Bologna, 2017.