di Pietro Ferrari

“Accettare la storia dell’altro senza condividerla è l’ossimoro obbligato, il piccolo dazio da pagare per metabolizzare finalmente il passato e per guardare davvero il futuro senza fantasmi in soffitta, chimere in salotto e scheletri nell’ armadio”.

“Lo studioso Elso Simone Serpentini, docente di storia e filosofìa in pensione, ex rautiano, anima libertaria e nicciana del vecchio MSI ed autore di numerose pubblicazioni, è in procinto di dare alle stampe un’opera presentata dal medesimo come appartenente al genere storico ma che non potrà che suggerire alla storiografìa dei nuovi stimoli di completezza e rinnovamento. Dipanare con pazienza il groviglio della guerra civile nel teramano dal ’43 al dopoguerra è stato un regalo voluminoso che Il professor Serpentini ha voluto fare alla sua provincia. Un regalo che non potrà passare inosservato come se fosse un pacco tra i tanti che affollano gli scaffali. Sono le storie, le mille storie degli anonimi e delle vittime, dei protagonisti e degli antagonisti, dei vigliacchi e degli eroi, degli opportunisti e dei carnefici, dei galantuomini che passano per banditi e dei banditi che passano per galantuomini, sono le storie, le mille storie che fanno la storia. Anche quelle soffocate nel tritacarne dell’oblìo. Raccontare una guerra civile è una narrazione lacerante di sangue e di onore, di torti e infamie, tradimenti e tragedie familiari, urbane e paesane, una narrazione che talvolta per turpi profitti annulla come insignificanti quelle tante storie che pur l’hanno prodotta, quelle storie che fluiscono come orrida fiumana e come dignitosa tenuta di un ideale e di una resa dei conti in cui svaniscono illusioni e giovinezze, patrie e canti, amicizie e visioni ma dove altre agiografìe già si impongono come paradigmi del futuro. Un futuro che non sarebbe più stato libero da quel passato. La storia di Stato che si fa propaganda isterica viene a rimuovere vestigia ed a riscrivere la toponomastica ma nella retorica inevitabile assume, come nemesi beffarda, le vesti dell’altro, perché tutti alla fine furono messi nella condizione di dover dare il meglio o il peggio di se stessi. Quando le fanfare emotive dell’imminenza dopo tanti anni si intorpidiscono non reggendo più la retorica sottostante che le fondava, ecco che riaffiora la necessità della verità, la sete di ascoltarla tutta quanta, quella verità stuprata ed infoibata ma che torna poi in modo delicato e non più come incubo perché non vuole vendetta né chiede prebende, ma solo rispetto. Uno storico questo fa: rende conosciuto in modo dettagliato ciò che è accaduto, dipana gli equivoci o li smaschera, smonta falsi miti lasciando ai lettori non solo necessarie revisioni e riscritture ma essenzialmente una visione completa. Il pregio del professor Elso Simone Serpentini consiste nell’essere riuscito, con lucido distacco emotivo che non è però indifferenza, a descriverci nel culmine della sua maturità ed esperienza, il dramma civile di uno scontro esiziale tra un mondo che moriva perché sconfitto con le armi ed un altro che pur disunito avanzava spavaldo, una descrizione sobria e dettagliata che riesce ad unire nella sua penna il ruolo dello storico a quello del cronista giudiziario e del giornalista, per cui le mille storie emancipate dalla mitologìa assumono connotati chiari e sembrano quasi tornare in vita, come novelle che arricchiscono la consapevolezza o come grumi della cattiva coscienza che tornano inattesi. Una storia fatta di mille storie diverse ed opposte, mosse da sentimenti e scelte diverse ed opposte anche all’interno degli stessi fronti in lotta, storie che non vanno imposte reciprocamente nella memoria perché ognuno rivendica la sua ‘resistenza’, ma che devono essere invece e quanto meno accettate, rese agibili perché vere, davanti a quella storia che non potrà mai essere condivisa. Perché fu ed è la storia di una guerra civile. Accettare la storia dell’altro senza condividerla è l’ossimoro obbligato, il piccolo dazio da pagare per metabolizzare finalmente il passato e per guardare davvero il futuro senza fantasmi in soffitta, chimere in salotto e scheletri nell’ armadio”.