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di Cristiano T. Gomes

Nazionalismo, Impero e Contro-Rivoluzione nel fascismo italiano

Jacques Ploncard D’Assac, tra i massimi teorici del pensiero controrivoluzionario, ha dedicato molti suoi studi alla questione del nazionalismo. Alla conclusione della sua ricerca egli arriva alla conclusione che il nazionalismo di fine ‘800 si è caratterizzato anzitutto come forza di resistenza al mondialismo ed all’utilitarismo massonico e liberale (cfr “Apologia della reazione”, Il Borghese 1970, p. 90). Il Ploncard D’Assac nega che il nazionalismo sia quello giacobino e contrattualistico o quello dei vari moti “risorgimentali” rivoluzionari; mentre queste forme di presunto nazionalismo si basano sulla forma della “nazione contratto”, ovvero su un illusorio volontarismo democratico-popolare che ben si accorda con l’internazionalismo massonico o socialista, il tradizionalismo controrivoluzionario oppone a tale visione quella della “nazione retaggio”. Pio XII ha differenziato il buon nazionalismo dal cattivo nazionalismo; l’ideale della “nazione retaggio” ha unificato il disegno celeste custodito dalle anime dei popoli con il progetto concreto di un popolo risiedente in un determinato territorio (cfr. “Le dottrine del nazionalismo”, Volpe editore 1966, p. 8). Il concetto di Nazione di Mussolini nega quello proprio dell’800, tutto impregnato di naturalismo. Nella “Dottrina del fascismo” (I,9), il Duce dice che la Nazione “non è razza, né regione geograficamente individuata, ma schiatta storicamente perpetuantesi, moltitudine unificata da un’idea, che è volontà di esistenza….”. E’ lo Stato, però, per Mussolini, a realizzare integralmente la Nazione italiana nel punto terminale del suo concreto processo ascensivo, che è l’Impero. L’Impero fascista si storicizza quale “Impero cattolico”, che svolge un’azione di equilibrio e contrasto soprattutto verso gli imperi anglosassoni “protestanti”, liberal-massonici e verso l’impero ateo bolscevico; significativo è che nel contesto della guerra in Etiopia, quando in America inizia a radicalizzarsi quel forte sentimento antifascista, che già la Conciliazione aveva destato, nel gennaio ’36 l’allora segretario di Stato, Eugenio Pacelli, rafforza la propaganda pro-bellica oltreoceano mediante il sacerdote irlandese Charles Coughlin e mediante “America”, influente rivista gesuitica. Il sentimento pressoché unanime della comunità cattolica italiana è invece quello riportato nel settimanale della diocesi di Torino, che mette in guardia da una presunta congiura ebraico-massonica alleata con il bolscevismo e con il protestantesimo “accanitamente unita contro l’Italia, volendo colpire insieme con l’Italia la S.Sede e il cattolicesimo” (M. Reineri, “Cattolici e fascismo a Torino”, Feltrinelli 1978, pp. 170-171). L’ampio sostegno offerto dai cattolici al regime in occasione del conflitto italo-etiopico è un fatto che risalta come pochissimi altri eventi della vita politica italiana. Prelati benedicono le truppe e le navi che si vanno dirigendo in Africa orientale; in prese di posizione pubblica i vescovi esprimono l’adesione più fervida all’azione del governo fascista; la presidenza dell’Azione cattolica adotta una linea di aperto sostegno alla guerra. In una prospettiva che rileva la dimensione confessionale della guerra d’Africa, va interpretato l’attivismo filofascista di Gemelli che consacra, nel giugno 1936, le Forze armate italiane al Sacro Cuore di Gesù. Il Cardinale Guglielmo Massaja è descritto dalla propaganda come il prototipo del patriota missionario e il Cappellano della milizia Reginaldo Giuliani, morto in battaglia a Passo Urieu, viene presentato quale sintesi eroica della virtù soprannaturale. Il momento di massima convergenza tra cattolicesimo e fascismo si ha in occasione della consegna dell’oro alla patria: Vescovi e Cardinali di tutta Italia scendono in campo consegnando alla Nazione collane episcopali, anelli, oggetti di valore, ricordi di famiglia ed invitano anche i più umili fedeli a fare altrettanto (P. Terhoeven, “Oro alla patria. Donne, guerra e propaganda nella giornata della Fede fascista”, il Mulino 2006).Nella lettera enciclica del 1931, il Pontefice Pio XI stigmatizza un certo cesarismo pagano che andava affiorando in talune fazioni del regime, prendendo di mira particolarmente gli estremisti farinacciani e gli ambienti de “Il lavoro fascista”, ma De Felice nota come la stessa posizione “antisemita” (sarebbe più corretto definirla forse antigiudaica, dato che tende proprio a differenziarsi dal razzismo naturalistico-biologico, come riconosce anche il gesuita Brucculeri) del regime fascista trova sostanzialmente consenziente il Vaticano; unica opposizione netta della Santa Sede si ha sul punto dei matrimoni degli ebrei convertiti (R. De Felice, “Mussolini il duce. Lo stato totalitario 1936-1940, Einaudi 1981, p. 494). Padre Martini nei suoi “Studi sulla questione romana e la Conciliazione”, rileva (p. 178) come associazioni ebraiche internazionali avviino un’offensiva anticattolica ed anti-italiana in corrispondenza alla guerra d’Etiopia ed alla guerra di Spagna e dal ’36, a causa di questi attacchi, l’Italia si trovi in gravi difficoltà economiche e in un clima di isolamento internazionale, a cui Mussolini vuole contrapporsi con il fallito tentativo di ridare corpo ad un nuovo Impero asburgico, staccando la Croazia cattolica dalla Jugoslavia, gravitante verso l’Inghilterra. Sebbene il fascismo con i suoi esponenti principali (a parte Giovanni Preziosi, cattolico modernista, non integrale ed anzi sostanzialmente “eretico” per molte posizioni filonaziste) si sia spesso opposto, come nota De Felice, alla persecuzione razzista nazionalsocialista  e nonostante il fatto che i sacerdoti abbiano potuto, anche dopo le “leggi razziali”, celebrare “matrimoni misti”, la legislazione fascista in proposito, per quanto più affine per certi versi alla tradizione cattolica e controrivoluzionaria che al razzismo nazionalsocialista, risente parzialmente di un certo sciagurato vitalismo modernista. De Felice (“Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo”, Einaudi 1988, pp. 292-297) ricostruisce minuziosamente la questione, per arrivare alla conclusione che la S. Sede, presa coscienza che Mussolini non vuole affatto imitare il razzismo materialista nazionalsocialista, si oppone appunto al solo punto , “quello dei matrimoni degli ebrei convertiti” (p. 294). Secondo Miccoli (“I dilemmi ed i silenzi di Pio XII”, BUR 2000, pp. 343-344) sulla stessa questione vi sarebbe stata divergenza tra l’orientamento di Pio XI e il tradizionalismo “preconciliare” di Pio XII, ma non è questa la sede per un approfondimento che richiederebbe altrettanto spazio.

Mussolini: il nuovo Costantino

 In pieno clima imperiale, Eugenio Pacelli, il futuro Pio XII, tiene una conferenza nel 1936: su “Il sacro destino di Roma”, in cui sostiene che “dal profondo dell’oppressione, in cui l’aveva immersa la Roma pagana, più bella uscì la Roma di Cristo, salmodiando e trionfando dietro il labaro di Costantino, bella della porpora dei suoi martiri, bella dell’infula dei suoi Pontefici, bella dei raggi del sole di una vittoria eterna ancora più fulgida dei trionfi secolari di Cesare e di Augusto” (E. Pacelli, Il sacro destino di Roma, in “Roma onde Cristo è romano”, Istituto di studi romani 1937, p. 6). Il futuro Pontefice finisce così per assimilare l’imperatore cristiano al Duce d’Italia. Il richiamo a Costantino, utilizzato per rappresentare simbolicamente e miticamente l’azione di Mussolini quale governante cristiano contro-rivoluzionario, inizialmente evocato dal solo Mons. Benigni, diviene ora un motivo ricorrente del cattolicesimo italiano(L. Braccesi, “Costantino e i Patti lateranensi”, in Studi Storici XXXII, 1991, pp. 151-167). Lo stesso Cardinale Ildefonso Schuster, inaugurando a Milano il corso della Scuola di mistica fascista, propone una simbolica continuità tra il Concordato del febbraio 1929 e l’Editto della pace costantiniana del 313. La collocazione dell’arco che Costantino fece erigere accanto al Colosseo assume così, nella Roma fascista, un aspetto determinante e centrale, al punto che per accentuarne la centralità, all’inizio del 1933, vengono demolite la fontana Meta sudans, risalente all’età flavia, e la base del Colosso di Nerone.

Il fascismo come Controriforma

Curzio Malaparte, nei suoi saggi politici 1921-1931 (cfr “L’Europa vivente”, Firenze 1961) sviluppa una tesi che trova piena rispondenza nel Duce. Il Malaparte considera il fascismo “l’ultimo aspetto della Controriforma, perché tende a restaurare la civiltà propria, naturale e storica, dello spirito italiano, naturalmente antico, classico e improprio alla modernità, contro tutti gli aspetti conseguenti della riforma, perciò contro lo spirito moderno, che è barbarico, settentrionale e occidentale, eretico”. Il fascismo come reazione sociale, politica e religiosa del grande patrimonio della tradizione latina e cattolica al modernismo: ebraico, protestante, puritano. Benito Mussolini, in più eventi, definisce pubblicamente (ad esempio durante la visita al Santuario di Loreto) il Pontefice Sisto V “il primo fascista della storia” ed incentiva il culto italiano alla Santa Vergine, “regina dei martiri”, come nessun presidente del consiglio mai ha fatto nella storia politica italiana (E. Fattorini, “Italia devota: religiosità e culti tra Otto e Novecento”, Carocci Editore 2012).