LAPRESSE_20170927210424_24428618Segnalazione di F.F.

La dottrina di Donald Trump è in evoluzione. Steve Bannon, considerato da molti come il vero artefice e stratega della vittoria di The Donald , è stato rimosso dal consiglio per la sicurezza nazionale dopo i fatti di Charlottesville. Un pezzo sostanzioso di politically incorrect ha così ufficialmente abbandonato la Casa Bianca. Anche in questo mandato, che pareva esserne molto distante. L’emergere di una vera e propria sterzata istituzionale è stata salutata da molti come un cambiamento radicale dell’estetica trumpiana, una forma di trumpismo mitigata, appiattita sui desiderata del partito repubblicano.

Ma Steve Bannon non ha desistito e la vittoria del giudice Roy Moore alle primarie repubblicane in Alabama ha segnato un punto sul suo pallottoliere. Può darsi che sia stata la prima di una serie di rivalse e che lo scontro tra sovranisti e neocon si ribadisca ad oltranza nelle prossime sfide elettorali. L’Alt-right dopotutto è la categoria politica che più di altre ha sostenuto la candidatura di Trump e sarebbe ingenuo pensare che il trumpismo non possa sopravvivere alle svolte di Trump stesso. Così, nell’America profonda, continuano sbancare elettoralmente esponenti della destra alternativa, una nuova visione degli Stati Uniti, che come un moto ondoso in mare aperto disgrega le certezze di molti degli analisti di geopolitica. La questione focale di questa storia è, in fin dei conti, comprendere se l’Alt-right sia un prodotto politico della vittoria di Trump o se sia stato il presidente degli Stati Uniti ad appoggiarsi al consenso della destra alternativa, per poi prenderne le distanze dinanzi all’emersione di dinamiche e accerchiamenti che lo hanno portato dritto verso le strade della real politik. Certo è che l’Alt-right ha politicamente del potenziale e che l’autoreferenzialità di certe considerazioni potrebbe contribuire a sottovalutare un fenomeno che ha in sè le risorse argomentative per portare avanti in autonomia il trumpismo. Le risorse economiche, quelle sì, senza il sostegno di Trump e del partito repubblicano, potrebbero costituire un problema a lungo termine.

L’Alt Right riuscirà ancora a indirizzare la politica di Trump?
Per scoprirlo vogliamo andare negli Usa ed ecco dove andremo 

Ma perché nella visione di Donald Trump, al di là del più volte ribadito “American first”, sono sparite le istanze che avevano contraddistinto prima le primarie e poi la campagna elettorale contro Hilary Clinton? Le logiche della Casa Bianca non sono quelle che dominano i rallies elettorali. Non ci sono folle da aizzare e operai che aspettano risposte alla loro crisi lavorativa, quindi esistenziale. Ci sono però i generali e i gruppi economico-finanziari e questi sì, pare abbiano il potere di far virare la presidenza dove vogliono, essendo tutori della sicurezza e dei fondamentali economici americani. E la Casa Bianca è il punto dove questo, che si chiama Deep State, incontra l’autorità espressa dal voto dei cittadini. Quando Donald Trump, dopo un inizio di presidenza dal sovranismo scoppiettante, ha scelto di seguire la strada tracciata da questi due gruppi dominanti, ha contribuito a far ipotizzare che il Russiagate fosse l’arma di ricatto in mano a chi, dell’indipendentismo degli Stati Uniti in politica estera, non vuole neppure sentirne parlare.

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E così, il terzo assunto di Huntington, quello per cui gli Stati Uniti hanno tra le possibilità quella di “tentare di mantenere la società americana distinta dal destino degli altri popoli”, è scomparso dai radar del trumpismo. Sostituito dall’interventismo in Siria, dalle prese di posizione sull’Iran, dalla continuazione dell’interruzione del dialogo con la Corea del Nord, dai rapporti privilegiati con quelle petrolmonarchie che il trumpismo aveva più volte associato al terrorismo jihadista, all’origine dell’Isis e al sostegno economico ai democratici. Tutto sparito nel dimenticatoio dei corridoi adiacenti allo Studio Ovale, con buona pace di chi, alle tesi indipendentiste, ci aveva creduto davvero. Ma Trump si è spinto anche oltre. Queste sterzate, infatti, non hanno fatto sì che il partito repubblicano cominciasse a guardare al POTUS con maggiore simpatia: Trump, nonostante la maggioranza parlamentare sia repubblicana, non riesce ad abolire l’Obamacare. Per tale questione e per l’abolizione della legge di Obama sui dreamers, si è detto disponibile a cercare un compromesso con il Partito Democratico, tagliando fuori dalle trattative il partito con il quale si è candidato. Accordi che potrebbero anche divenire reali, nel momento in cui il Deep State che, non è un mistero, è spesso stato etichettato come vicino al Partito Democratico, dovesse spingere in tal senso.In questo ginepraio di logiche, però, esistono anche i cittadini americani. Gli stessi che meno di un anno fa avevano optato per una presidenza annunciata come libera dai diktat del Pentagono e di Goldman Sachs.  I texani che il sabato vanno al poligono, quelli che, con uno scatolone tra le mani, hanno dovuto abbandonare il loro posto di lavoro a causa della crisi, i blue collar d’America, coloro che sono stati disposti a votare Trump pur di tornare nelle viscere della terra ad estrarre carbone, gli studenti ideologizzati, i contadini rappresentati da American Ghotic di Grant Wood, i suprematisti, l’imprenditoria del mattone, i Tea Party, l’elettorato tradizionalista o evangelico che ha visto in Trump un argine al progressismo di Obama in materia di legislazione sulla famiglia e su questioni di genere. Una massa solo apparentemente informe che potrebbe non accettare quello che suonerebbe come un tradimento di certe istanze. Gli stessi cui continuano a guardare con attenzione Steve Bannon, i giornalisti di Breitbart, Milo Yannopoulos e tutti gli altri custodi della rigidità dottrinale del trumpismo delle origini. Per comprendere, una volta per tutte, se sia ormai consolidata l’esistenza di uno spazio politico in cui incanalare il sovranismo in salsa americana. Se il trumpismo, insomma, sia in grado di scampare ai voltafaccia di Trump. E se c’è, tra l’elettorato, come ai tempi della Restaurazione francese e dei suoi legittimisti, chi è rimasto più realista del re. Le prossime presidenziali americane sono temporalmente lontane, più imminenti, invece, sono le esigenze quotidiane dei cittadini che Trump aveva promesso di affrontare.

Fonte: http://www.occhidellaguerra.it/quello-resta-del-trumpismo/