di Alessio Mannino

Retoricume liberale

Fonte: L’intellettuale dissidente

Essendo un obbligo, purtroppo a noi giornalisti tocca frequentare i corsi mediamente inutili dell’inutilissimo Ordine a cui siamo iscritti. L’altro giorno, chi scrive ha timbrato il suo bravo cartellino nella prima giornata di un convegnone di quelli, per la verità, importanti, almeno sulla carta: relatori come Stefano Ceccanti, Ilvo Diamanti, monsignor Rino Tomasi; la cornice in un istituto religioso di un certo prestigio culturale, il Rezzara di Vicenza; il titolo apparentemente asettico, “Popoli, populismi e democrazia”.

Sorvolando sull’amorevole preoccupazione degli ecclesiastici per il futuro di quest’ultima – un’angoscia che fa sempre un certo effetto, datosi che la loro Chiesa è una gerarchia elettiva che di democratico non ha un bel niente – siamo rimasti inorriditi nell’assistere non a un seminario di distaccata analisi, ma ad un comizio di parte e uno sdottoreggiamento a tesi in cui si ammanniva una tesi a priori: il populismo è un nemico, anzi il nemico da combattere. E l’imparzialità che dovrebbe caratterizzare un approccio scientifico, ponendo la conoscenza fattuale prima, e non dopo, il giudizio di valore? Roba vecchia e superata. Et voilà la politologia secondo la novella Scuola Anti-Populista: fare politica con altri mezzi. Ma allora si candidassero alle elezioni. O insegnassero il loro verbo agli iscritti dei partiti «tradizionali» (definizione loro), anziché diffonderlo in momenti di “formazione”, che non dovrebbe essere partigiana di questa o quella corrente di pensiero. Un appuntino per le autorità dell’amato Ordine: se proprio ci si deve affidare a occhi chiusi al tale o al tal altro, foss’anche una pia realtà di Santa Madre Cattolica e Apostolica, almeno si abbia cura poi di rispettare quell’altro ipocrita principio che è la par condicio cerchiobottista, e la prossima volta si seminareggi in qualche frattocchia della Lega, dei Cinque Stelle o degli sparuti tsiprasiani d’Italia. Giusto per non farsi mancare niente.

E sì, perché secondo i professoroni, di populismi ce ne sono tanti, ma proprio tanti, da quello di sinistra di Tsipras e Melènchon a quello di destra dell’Afd e del Front National a quello, diciamo così, di centro dei nostri pentastellati, e tuttavia, identificandosi più con un metodo che non con un contenuto (il richiamo è stato al papa del politicamente corretto liberale, Dahrendorf: «populismo è semplificare ciò che è complesso»), populisti sono anche Berlusconi, Renzi, Macron («populista dell’antipopulismo», olè). Tutto e niente, insomma. Anzi, no: quel che intendevano dire è che il fetore di populismo si avverte non appena qualcuno si azzardi a staccarsi da un preciso modello di regime politico, il nuovo Credo: la democrazia rappresentativa parlamentare, in cui le forze si alternano educatamente al governo stando ben attente a restare nell’alveo di un’ideologia di fondo unica, quella liberale, data per scontata ed eterna e religiosamente al di sopra di ogni critica. L’equazione è: populisti uguale anti-democratici, o a rischio, almeno in parte, di esserlo.

Ora, con tutta l’umiltà possibile che ci viene dal non essere, grazie al cielo, membri dell’accademia, se per fare la scoperta che la demagogia (copyright: Platone, duemila anni e quattrocentro fa) è l’ombra malata della democrazia serve inventarsi una categoria concettuale buona per tutto e il suo contrario, ci domandiamo se sia il caso che siano loro, gli “esperti”, a dover studiare le basi. E a farsi una ripassata di Storia, la quale ci dice che populisti furono i socialisti rurali nella Russia della seconda metà dell’Ottocento. Stop.

Detto questo, che poi è l’aspetto meno importante, è la demonizzazione di tutto ciò che osa esistere fuori dallo schema unico obbligatorio, a rendere tutta la pochezza e malafede ideologica, sissignori ideologica, dei signori scienziati della politica. Fra costoro c’è stato chi è arrivato a pronunciare testualmente questa frase: «non bisogna delegare troppo ai cittadini». Oè, prof: la democrazia nasce storicamente con la vittoria di una parte della popolazione, il popolo inteso come maggioranza di meno abbienti (demos) contro lo strapotere della minoranza di ricchi e potenti (oligoi). E nacque nella piazza (agorà), nei tribunali e, specialmente a Atene, anche nel teatro (teatrocrazia, la bollava con disprezzo l’antidemocratico Platone), dove si materializzò come democrazia diretta, non rappresentativa. La sua essenza è il contrario della delega, che è invece la forma moderna con la quale il vero Potere, economico e denarolatrico, ha imposto come fosse il dato più naturale l’oligarchia di fatto del Capitale.

Purtroppo per le loro menti eccelse, riconoscere questo fatto evidente e palese significherebbe dover richiamare alla memoria la vera scuola politologica, fra l’altro italiana, che disse parole definitive sull’illusione della democrazia: l’elitismo di Pareto, Mosca e Michels. I quali dimostrarono una volta per tutte che la democrazia, semplicemente, non esiste affatto, poiché in ogni gruppo organizzato si enuclea, sempre, un sotto-gruppo meglio organizzato che finisce col gestire il potere (legge ferrea dell’oligarchia). Era così anche nella mitizzata Atene di Pericle, dove però l’ideale non era, come oggi, l’individualismo liberale di chi volgarmente possiede più quattrini, ma l’aristocraticismo dei valori (virtù) del cittadino-soldato che votava in quanto letteralmente armato del diritto all’autogoverno. C’è una bella differenza: culturale, sociale e spirituale.

La democrazia che si avvicina di più alla Democrazia con la maiuscola è quindi l’esatto opposto dell’industrial-capitalismo di cui il sistema parlamentare è solo il packaging ingannevole e legittimante: ha come presupposto una comunità, etnicamente ed eticamente coesa, territorialmente limitata, in cui la ricchezza sia tenuta a bada (i danarosi dovevano, per esempio, finanziare a loro spese gli spettacoli pubblici: mecenati per forza) o per lo meno dove l’Economico sia al di sotto del Politico, in cui l’esercizio della responsabilità sia affidato quanto più possibile alla partecipazione diretta.

“Il popolo lo vuole”: questa è, o dovrebbe essere, la massima di una democrazia. “La sovranità appartiene al popolo”, recita la nostra Costituzione. Anche se il popolo dovesse svegliarsi un giorno anti-liberale? Anche. Anche, allora, se dovesse votare per abolire la stessa democrazia, come fece coi nazisti in Germania nel 1933? Anche, sì. O sempre, o mai. Perché la demagogia, stigmatizzata nella culla stessa dove germogliò, è il prezzo che la democrazia paga a se stessa. Sta al vero democratico – che in realtà è un aristocratico consapevole che la natura non distribuisce i “migliori” (aristoi) né per censo né per cromosomi – sta alla sua forza riuscire a difenderla dall’ingiustizia dei prepotenti e proteggere la minoranza, perché un giorno potrebbe essere lui, in minoranza.

Perciò questi chiacchieroni tendenziosi e faziosi che, col paravento delle dotte dissertazioni, danno addosso ai “populisti” (i quali, in genere, non sono affatto anti-sistema, pur veicolando utilmente certe idee sanamente contrarie ad alcuni tabù correnti) in verità altro non sono che una risma di conservatori a ringhiosa guardia di un vero e proprio dogma. Al confronto, i monsignori, discendenti dei concili che hanno fissato per sempre Trinità, Immacolata Concezione e Resurrezione della carne, erano meno dogmatici di loro. Puah.