di Sergio Romano

E se la Brexit fosse un’occasione  e non un errore?

Fonte: Corriere della Sera

Ma in Gran Bretagna esistono ancora uomini politici per cui la Brexit è un errore a cui è possibile rimediare con una coraggiosa correzione di rotta. Uno di questi è Nick Clegg, capo dei liberal-democratici dal 2007 al 2015 e vice Premier per cinque anni nel governo di David Cameron. Le sue credenziali europee sono impeccabili. Ha una moglie spagnola e tre figli con nomi latini. Ha avuto incarichi impegnativi alla Commissione di Bruxelles, parla cinque lingue ed è stato membro del Parlamento europeo. In un libro apparso recentemente (How to stop Brexit and make Britain great again, come fermare la Brexit e ridare alla Gran Bretagna la sua grandezza) Clegg cerca di spiegare ai suoi connazionali quali e quanti vantaggi il Regno Unito abbia ricevuto dall’Unione Europea negli anni in cui ne faceva parte.

Ha potuto lasciare una forte impronta nazionale sulle principali caratteristiche del mercato unico. Ha ottenuto, grazie alla tenacia e alla grinta di Margaret Thatcher, un considerevole sconto sul suo contributo finanziario alla politica agricola comune (85 miliardi di sterline dal 1985 a oggi). È stato esentato (nel gergo dell’Ue ha «opted out») dagli accordi di Schengen per l’apertura delle frontiere ai cittadini dell’Ue; dall’introduzione dell’euro; dalla piena adesione alla co0perazione giudiziaria e di polizia in materia di diritto penale; dal rispetto di tutte le clausole della Carta dei diritti fondamentali. Vi è una materia, tuttavia, in cui non ha chiesto esenzioni. Quando si parla di difesa preferisce partecipare alle discussioni comuni; ma soltanto per opporre il suo veto a ogni progetto di unione militare. Finché la difesa dell’Europa sarà lasciata alla Nato, la Gran Bretagna, grazie ai suoi rapporti con gli Stati Uniti, sarà più atlantica che europea.

Naturalmente questa generosa elargizione di licenze ha incoraggiato altri Paesi ad avanzare richieste analoghe per le materie in cui non volevano rinunciare alla loro sovranità. Non è tutto. L’ironia della storia ha voluto che tutte queste eccezioni venissero elargite alla Gran Bretagna dopo negoziati in cui la lingua di lavoro (soprattutto negli incontri informali, spesso decisivi) fosse quasi sempre l’inglese. Clegg osserva nel suo libro che l’ingresso della Gran Bretagna nella Comunità economica europea, come si chiamava ancora nel 1973, ha avuto l’effetto di ridurre considerevolmente l’uso del francese. Sappiamo quanto sia utile, per una grande organizzazione multinazionale avere una lingua veicolare. Ma l’Europa unita non può rinunciare alla ricchezza del suo straordinario retaggio culturale.

Le intenzioni di Clegg sono certamente onorevoli. Crede nell’Europa, teme che il suo Paese piombi in una sorta di ombroso provincialismo e cerca di spiegare ai suoi connazionali che possono ancora battersi per ottenere un nuovo referendum. Ma nelle sue considerazioni vi è anche un argomento nazionale. Quando deve giustificare la sua posizione dice al lettore: «La Gran Bretagna, come membro dell’Unione Europea, ha sempre goduto di uno statuto speciale; se volessimo, potremmo continuare a goderne. Sarebbe la logica continuazione di quanto abbiamo già realizzato in numerose occasioni». Se questa è la posizione di un sincero europeista britannico, dovremmo considerare la Brexit una occasione da cogliere piuttosto che un errore da correggere. Sul Corriere di ieri Franco Venturini ha ricordato che le politiche di Trump stanno rendendo l’Europa più adulta e più unita. L’assenza della Gran Bretagna, se lo vogliamo, potrebbe avere lo stesso effetto