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Il premier traccia il bilancio di un anno al governo. Rivendica meriti e risultati: «Pochi annunci e molte decisioni». Mentre il Colle scioglie le Camere, emerge una figura su cui all’inizio pochi avevano puntato. Serio, rassicurante, persino popolare. In caso di stallo tocca di nuovo a lui?

«Non tireremo i remi in barca. L’Italia non si mette in pausa». Rassicurante, competente, serio al limite della noia. Persino popolare. Paolo Gentiloni traccia il bilancio di un anno di governo e un dubbio si insinua insistente. Vuoi vedere che il prossimo premier sarà di nuovo lui? A poche ore dallo scioglimento delle Camere, il presidente del Consiglio incontra i giornalisti a Montecitorio nel tradizionale appuntamento di fine anno. Durante il suo intervento rivendica i risultati ottenuti, infonde ottimismo e parla del futuro del Paese. Il profilo ormai è quello noto: mai una forzatura, mai un tono sopra le righe. Gentiloni evita con cura ogni polemica e dosa ogni parola. L’effetto finale è evidente. Molto dipenderà dal risultato elettorale, ma se a marzo il Paese si troverà in una fase di stallo il premier potrebbe essere ancora protagonista. Se dal voto non dovesse emergere una chiara maggioranza, un esecutivo di larghe intese con la presenza del Pd difficilmente potrebbe prescindere dalla sua figura.

Fino a pochi mesi fa quasi nessuno ci avrebbe scommesso. Nato poco più di un anno fa, il governo Gentiloni sembrava destinato a un rapido epilogo. Quando lo scorso dicembre il premier ha preso il posto del dimissionario Renzi – pochi giorni prima della conferenza di Natale – forse neppure lui si aspettava questo destino. «Era quasi impossibile pensare a una mia seconda conferenza stampa» scherza oggi. E invece Gentiloni è riuscito a garantire un difficile equilibrio alla sua maggioranza, ha evitato polemiche e grandi incidenti parlamentari conquistando una serie di apprezzamenti trasversali. E ora rivendica i risultati del suo esecutivo. «Non abbiamo tirato a campare – spiega – Il mio governo ha fatto pochi annunci ma non ha preso poche decisioni». Il premier si prende il merito di aver portato a una conclusione ordinata della legislatura dopo le dimissioni del governo Renzi. Non una banalità. «In un momento delicato per l’economia italiana era fondamentale evitale brusche interruzioni». Oggi si può guardare al futuro con più serenità. «La verità è che l’Italia si è rimessa in moto dopo la più grande crisi del dopoguerra – insiste Gentiloni – E il merito è innanzitutto degli italiani».

Con esperienza il premier sta attento a evitare ogni possibile scivolone. In caso di necessità, è disponibile a guidare un governo di larghe intese? «Qualsiasi cosa dico verrebbe usata contro di me» scherza senza rispondere

Il Quirinale ha sciolto le Camere, la campagna elettorale è alle porte. Mentre il presidente Sergio Mattarella dovrà guidare tempi e modi della difficile fase istituzionale, l’Italia può ancora contare sull’esecutivo. «Non tireremo i remi in barca. Nei limiti fissati dalla Costituzione il governo governerà», assicura il premier. I tempi sono stretti. Appena terminata la conferenza stampa Gentiloni sale al Colle per incontrare il capo dello Stato. Intanto, parlando con i giornalisti, conferma il legame con gli esecutivi che lo hanno preceduto. C’è un filo invisibile che lega le esperienze di governo Letta, Renzi e la sua. Una strategia unica «che ha accompagnato la crescita rispettando le regole e non aumentando le tasse». Chi si aspetta polemiche resta deluso. Tra i risultati ottenuti il premier ricorda la crescita sopra le aspettative, il milione di posti di lavoro recuperati, i record dell’export. «Il famoso fanalino di coda dell’Europa non siamo più noi». La situazione resta difficile: su giovani, donne, meridione «c’è poco da rallegrarsi», ammette. Ma è sbagliato raccontare un Paese dove tutto va male. Con realismo il premier invita a valorizzare quanto fatto in questi anni. E forse è questo il motivo del suo successo: mentre il Pd è in calo nei sondaggi, Gentiloni si conferma uno dei politici italiani con il maggior indice di gradimento.

La conferenza stampa è utile per ricordare gli interventi più importanti del suo governo, spesso poco raccontati. La legge sulla concorrenza, il rinnovo dei contratti pubblici, il piano di investimenti infrastrutturali e gli sforzi su innovazione e imprese. Il premier non dimentica l’azione del governo sul tema delle migrazioni, la capacità di unire accoglienza e lotta al traffico di esseri umani. Capitolo diritti: con realismo Gentiloni riconosce la propria sconfitta sullo Ius soli: «Non siamo riusciti a mettere insieme i numeri sufficienti per approvare questa legge. Ci abbiamo lavorato per mesi, ma non ci siamo riusciti». Ma ancora una volta ricorda quanto fatto nel corso della legislatura: dalle unioni civili al biotestamento, l’introduzione del reato di tortura e le misure contro la violenza sulle donne. E sul piano sociale rivendica le misure del reddito di inclusione. «Nel proliferare di proposte più o meno fantasiose, questo è un intervento concreto».

Gentiloni rivendica i risultati del suo esecutivo. «Non abbiamo tirato a campare – spiega – Il mio governo ha fatto pochi annunci ma non ha preso poche decisioni»

La prossima legislatura dovrà proseguire questo percorso. Ci sarà bisogno di «ambizioni e riforme». Inutile ribadire che il protagonista, ancora una volta, potrebbe essere Gentiloni. Il premier parla del futuro, ammette che il rischio di instabilità politica dopo il voto. Le incognite non mancano, ma sarà necessario affrontare la situazione «con sobrietà e senso del dovere»A volerla leggere con un po’ di malizia sembra quasi un’autoinvestitura. Del resto «la serietà e la competenza sono un presupposto necessario se vogliamo influire nelle scelte geopolitiche e le regole economiche che si darà l’Europa». Gentiloni sta attento a non sollevare polemiche, dosa le parole ed evita critiche. Ma è facile capire a chi si rivolge quando sottolinea «un interesse generale del Paese a una campagna elettorale che limiti la diffusione delle paure, la promozione di illusioni e il dilettantismo». Il premier non si tira indietro, assicura che darà il suo contributo alla campagna del Partito democratico e rivendica più volte la presenza di una sinistra di governo al servizio del Paese. Del resto anche il Pd, spiega, ha tutto l’interesse «ad apparire una forza tranquilla di governo». Se passerà questo messaggio, ne è convinto, il partito potrà recuperare molti dei consensi persi per strada.

«L’Italia che va verso il voto è un paese affollato di tensioni, ma anche dinamico, promettente, che merita fiducia». Gentiloni torna spesso sull’argomento. E anche questo, forse, è un messaggio destinato a scandire la sua campagna elettorale. «L’Italia ha bisogno di avere più fiducia nelle proprie qualità, perché sono straordinarie». Serio, positivo. Ma anche un politico vero. Con esperienza il premier sta attento a evitare ogni possibile scivolone. Non vuole che le sue parole siano male interpretate. In caso di necessità, è disponibile a guidare un governo di larghe intese? «Qualsiasi cosa dico verrebbe usata contro di me» scherza senza rispondere. È presto per delineare scenari ancora lontani, tutto dipenderà dall’esito del voto. «Io mi auguro che la mia parte politica ottenga un buon risultato». I giornalisti insistono, lui non fa una piega. «Sulle ipotesi di Gentiloni bis non intervengo». Non si spazientisce mai, ma ripete: «Io mi occupo del governo di oggi, che è già abbastanza».

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di Redazione

La legge elettorale, ossia il Rosatellum, poteva essere approvata solo in Italia, in questa Italia. Una legge pasticciata, che vorrebbe tutto il sistema proporzionale ma tiene anche il maggioritario e che contiene dei sistemi di calcolo ai limiti del grottesco. Si pensi, ad esempio se un elettore votasse barrando solamente il nome del candidato al collegio uninominale di una coalizione. Automaticamente il suo voto andrebbe al candidato scelto e proporzionalmente a tutte le altre liste della medesima coalizione. Se uno votasse solo sul simbolo, questa anomalia non avverrebbe.

Dunque, la conclusione è semplice. Ad oggi tutto sembra portare, anche a causa della legge elettorale, ad una situazione di stallo, ossia all’ingovernabilità, che verrebbe sistemata dall’incicucione, che i più buoni chiamano “governo di unità nazionale”. Il profilo di Gentiloni sarebbe perfetto al ruolo, gradito a Mattarella e, tutto sommato anche a Berlusconi, Renzi e forse a Grasso. Si profilerebbe così l’ennesimo governo transitorio, a tempo determinato fino alla scadenza del mandato europeo di chi piace sia al centrodestra che al centrosinistra, ma soprattutto alla UE: Mario Draghi.

Chi non desiderasse questo scenario, avrebbe una sola opzione: far vincere il populismo con larga maggioranza, alle urne. E sperare che poi accada qualcosa di veramente diverso. In democrazia, questo è il gioco. Starne fuori, significa rinunciare alla partita, lasciando decidere gli altri. Si avrebbe la consolazione di poter continuare a lamentarsi di tutto e di tutti. Al bar.