Da Antonio Monella a Graziano Stacchio, la legge sulla legittima difesa lascia discrezionalità ai giudici. E le sentenze si differenziano

di Giuseppe De Lorenzo

La nuova legge sulla legittima difesa è ancora ferma in Senato. E lì resterà per molti altri mesi, forse per sempre. Le Camere verranno sciolte, arrivano il Capodanno, la campagna elettorale, le urne e tutta l’instabilità politica che ne seguirà.

Difficile immaginare che i leader politici si carichino dell’onere di traghettare in porto una norma così divisiva per come approvata, a maggio, dalla Camera dei Deputati.

giudici dunque continueranno ad applicare le regole già in vigore. E non è una buona notizia. Soprattutto per chi, suo malgrado, si trova a fronteggiare un ladro entrato in casa (o in negozio) con i peggiori intenti e lo fa uscire morto o gravemente ferito. A dimostrazione che l’autotutela (oggi) non è sempre legale, ci sono le sentenze emesse negli ultimi mesi. Spesso contraddittorie, a volte inspiegabili. Ma sempre frutto dell’eccessiva discrezionalità che la legge lascia ai magistrati di turno, veri padroni della legittima difesa.

Quando la difesa è legittima?

Ogni volta che un uomo spara nel bel mezzo di un furto i giudici devono valutare milioni di dettagli. Per far rientrare una reazione nei limiti della legittima difesa i punti cardine sono chiari: deve esserci “necessità di difendere un diritto proprio o altrui”; il pericolo deve essere “attuale”; e la risposta deve essere “proporzionata all’offesa”. E qui casca l’asino. La proporzione, dice la norma, sussiste quando “non vi è desistenza o vi è pericolo di aggressione”. Ma è difficilissimo definirle in situazioni di forte stress. “Se l’aggressore mi dà le spalle e io sparo perché siamo al buio ed ho paura – faceva notare l’avvocato Giulia Buongiorno – a quel punto io mio è omicidio volontario. Perché si ritiene che chi dà le spalle sta desistendo e quindi non sta aggredendo”. Peccato la legge non tenga conto di quanto sia concitato il momento in cui ci si trova uno sconosciuto in casa.

Sentenze contrastanti

Per questo Ermes Mattielli è stato condannato a 5 anni di reclusione, mentre Graziano Stacchio è stato assolto. Due pesi e due misure? No. Solo una legge poco chiara e mai a difesa del cittadino. Il benzinaio di Ponte di Nanto (Vicenza), infatti, il 3 febbraio 2015 uccise a fucilate un rapinatore che stava tentando un furto in una gioielleria e teneva sotto tiro una giovane ragazza. L’archiviazione disposta dal giudice nasce dal fatto che Stacchio rispose al fuoco dei rapinatori e che la sua condotta fu proporzionata all’offesa (non mirò a parti vitali dei banditi, ma all’auto e alle gambe). Diverso il discorso per Mattielli, che scaricò l’intera cartuccia contro due rom che gli avevano svaligiato più volte la ricicleria.

Non si può dimenticare, infine, che tra l’omicidio (volontario, preterintenzionale e colposo) e la difesa legittima, esiste pure “l’eccesso colposo di legittima difesa”. Altra sfumatura cui certo non si può pensare mentre si ha il ladro sotto tiro: “Se sparo sarà legale o un eccesso?”. Francesco Sicignano, per esempio, è stato assolto perché reagì “nell’unico modo possibile” trovandosi in casa il ladro albanese di 22 anni, Gjergi Gjonj, e perché lo uccise nei locali interni a fronte di un “pericolo imminente”. Mario Cattaneo, invece, nonostante da quel 10 marzo 2017 mostri i lividi della colluttazione che ebbe con il bandito (poi ucciso), è a processo per eccesso di legittima difesa. Il ristoratore di Casaletto Lodigiano centrò col fucile la schiena di Petre Ung e lo ferì a morte. I legali dell’imprenditore sperano di far cadere anche l’accusa di eccesso colposo. “Ho soltanto difeso i miei familiari. Spero che lo Stato capisca”, ha detto Cattaneo. Ma non sempre succede.

Walter Onichini

A dirlo ci sono i casi più recenti. La notte del 22 luglio 2013 dalla finestra della sua camera da letto, Walter Onichini sparò e ferì gravemente un albanese di 25 anni che (insieme ad alcuni complici) cercava di rubargli l’auto. Esperto di tiro al piattello, il 37enne di Legnaro centrò in pieno Nelson Dreca. Poi lo caricò in auto e lo abbandonò sanguinante a un chilometro da casa sua. Il pm Emma Ferrero aveva chiesto 5 anni e 2 mesi perché nel momento in cui partì il colpo di fucile (regolarmente detenuto) “non correvano pericoli né lui né i familiari”. Inutile la difesa dell’imputato: i giudici di Padova lo hanno condannato a 4 anni e 11 mesi per tentato omicidio, oltre ad un risarcimento di circa 25mila euro.

Giuliano Barbieri

Durante la notte del 7 novembre del 2009 Nenad Ljumovic e la sua banda cercarono di svaligiare il negozio di abbigliamento di Giuliano Barbieri a Formigine (Modena). La reazione del negoziante fu veemente, ma – assicura lui – senza dolo. Sentiti i rumori provenire dall’interno della bottega, Barbieri scese in strada e esplose due colpi verso l’alto, altri alla gomma e al lunotto posteriore dell’auto dei banditi, infine due sulle vetrine dove non c’erano i malviventi. “Pallottole a scopo deterrente”, dirà l’imputato. La banda capì l’antifona e scappò all’istante, solo il montenegrino fece qualche passo in avanti. Un movimento che gli costerà ferite gravissime. Per la difesa i proiettili partirono perché Barbieri ebbe paura di una reazione del ladro che al buio sembrava avere una pistola (poi risultata un cellulare). Il pm invece ha sposato la tesi del tentato omicidio ritenendo che il predone stesse fuggendo. E così il giudice ha condannato Barbieri a 3 anni e 1 mese di carcere.

Mirco Franzoni

Dovrà scontare 9 anni e 4 mesi di galera per omicidio volontario anche Mirco Franzoni, 33enne di Serle (nel Bresciano) che il 14 dicembre del 2013 ferì a morte con un colpo di fucile Eduard Ndoj, bandito albanese entrato nell’abitazione del fratello. “La legge vieta il furto, ma anche di uccidere”, ha detto il pm Kati Bressanelli davanti alla Corte d’Assise chiedendo 16 anni di condanna. Dopo il furto, Franzoni inseguì il ladro e lo aspettò per ore. Poi i due si trovarono a distanza ravvicinata: “Ha tentato di sfilarmi il fucile, mi sono tirato indietro ed è partito un colpo”, si è sempre difeso il bresciano. Inutilmente. Per il pm “è stato un delitto d’impeto ma seguito a una caccia all’uomo per le vie del paese”. La legge, infatti, prevede che la difesa sia legittima se il pericolo è “attuale”. A nulla è servita la testimonianza di un vicino di casa secondo cui il 33enne gli chiese di “chiamare i carabinieri”. Se avesse voluto ucciderlo volontariamente non avrebbe certo informato le forze dell’ordine. Ma non è bastato: omicidio volontario.

Antonio Monella

Il carcere Antonio Monella se lo è fatto. Solo la grazia (parziale) di Sergio Mattarella gli ha permesso di tornare in libertà dopo la condanna a 6 anni e 2 mesi di reclusione (e 150mila euro di provvisionale ai familiari) per aver ucciso un ladro. L’imprenditore di Arzago d’Adda (Bergamo) la notte tra il 5 e il 6 settembre 2006 sparò dal balcone contro la banda che era entrata in casa sua e gli aveva rubato le chiavi dell’auto. Il primo proiettile lo indirizzò verso l’alto, il secondo in direzione della sua Mercedes. I carabinieri un’ora dopo trovarono Ervis Hoxha, albanese di 19 anni, solo e sanguinante sul ciglio della strada. Morirà il giorno dopo, trasformando l’imprenditore da vittima in carnefice. La sua colpa? Aver preso la mira prima di sparare. Non essendoci un pericolo diretto per l’incolumità sua o dei figli, avrebbe dovuto osservare i banditi fuggire con la sua auto e denunciare il furto. Ma quanti noi lo avrebbero fatto?