CRONACHE DALLA GALASSIA “TRADIZIONAL-CONSERVATRICE”

di Christian Lassale


Pubblicato sul sito Medias Presse info

 


La novità è confermata: il Superiore generale della Fraternità San Pio X ha appena informato i Cappuccini di Morgon del suo rifiuto di conferire il sacerdozio a due diaconi cappuccini che dovevano essere ordinati a giugno prossimo.
Non è la prima volta.

Già nel 2012, Mons. Fellay aveva rifiutato l’ordinazione dei candidati dei Domenicani di Avrillé e dei figli di San Francesco. Motivo: la loro attitudine «non affidabile» circa il preambolo dottrinale che avrebbe dovuto concludere il ricollegamento della FSSPX con la Roma conciliare, preambolo che Mons. Fellay ritirò qualche mese dopo.

Il motivo invocato per il rifiuto del 2018 è ancora un problema di fiducia.
Fin da giugno 2016, i Cappuccini avevano fatto conoscere il loro disaccordo alle autorità della Fraternità che cercavano di concludere un accordo puramente canonico con Roma. Un tale accordo, in effetti, passava sopra le gravissime divergenze dottrinali, le quali obbligano invece a considerare le attuali autorità romane come sospette di eresia. (FOSSE SOLO UN SOSPETTO! “CONTRA FACTA NON VALET ARGUMENTUM”, PER NOI DI CHRISTUS REX L’ERESIA MANIFESTA DEI CHIERICI CONCILIARI SI E’ SPINTA COSI’ AVANTI DA DIVENIRE UNA CHIESA PARALLELA A QUELLA CATTOLICA, N.D.R.)

Poco tempo prima, il Padre Antoine, Guardiano del convento di Morgon, aveva dichiarato in un video realizzato da Medias Presse Info -TV di non poter «celebrare e partecipare a questo giubileo della Misericordia», visto che esso celebrava ad un tempo una falsa misericordia e i 50 anni del concilio Vaticano II.
Una tale dichiarazione aveva indisposto Menzingen, che da parte sua incoraggiava pubblicamente questa celebrazione.

Ciò che ha anche fortemente corrucciato i Superiori della Fraternità è un supposto intollerabile atto di carità praticato dall’Ordine mendicante, che ha osato accogliere o talvolta semplicemente aiutare alcuni confratelli in freddo con il loro Superiore generale per la loro non condivisione della linea «accordista» di Menzingen.

Ma l’elemento chiave è stato il sostegno dato dalle comunità tradizionali amiche ai sette Decani, quando questi espressero, nel maggio 2017, le loro riserve sull’«affare dei matrimoni». Infatti, non era tanto Roma che riconosceva i nostri matrimoni, quanto la Fraternità che piazzava tutti i matrimoni della Tradizione sotto l’egida del nuovo Codice di Diritto Canonico, inaccettabile in materia.
Anche in questo caso si passava sopra alla vera natura dello stato di necessità generato dalla crisi della Chiesa. Da qui il sostegno unanime delle comunità amiche ai sette Decani.

Certuni hanno pensato che il «giro elettorale» di Mons. Fellay di fine ottobre 2017 presso tutte comunità amiche, fosse un segno di pacificazione o quanto meno di tregua, in attesa del Capitolo generale del luglio 2018. Don Bouchacourt, che accompagnava Mons. Fellay in questo giro, l’aveva affermato chiaramente.
Si constata in effetti che non si è trattato di questo, malgrado il dito puntato dello stesso Mons. Fellay che oggi reclama con forza: «lealtà, lealtà, io voglio lealtà» (sic!).

Si rassicuri, Mons. Fellay, la mancanza di lealtà non è certo il difetto dei Cappuccini di Morgon, né dei sacerdoti che non condividono le recenti opinioni di Menzingen.
Per convincersene, basta ricordare cos’è la vera lealtà, descritta recentemente così bene dal generale Pierre de Villiers (nel libro «Servir», prologo):

«La vera lealtà consiste nel dire la verità al proprio capo. La vera libertà consiste nell’essere capaci di farlo, quali che siano i rischi e le conseguenze. Lyautey [generale Louis Hubert Gonzalve Lyautey] affermava: “Quando sento scattare i talloni, vedo gli spiriti che si chiudono». La vera obbedienza non ha niente a che vedere con l’obbedienza cieca; questa è l’obbedienza per amicizia. […] La lealtà non è lo spirito cortigiano, né l’assenso continuo a ciò che può essere utile per farsi benvolere. Talvolta il silenzio è prossimo alla vigliaccheria. La lealtà perde la sua legittimità non appena comincia il legalismo.»


Per tornare ai nostri cari Cappuccini, questi, come al solito, non si lamenteranno. Accetteranno questa nuova umiliazione come una piccola partecipazione alla prossima Passione di Nostro Signore. E non cadranno neanche nella grossolana trappola che è stata loro tesa: aspetteranno, piuttosto che sollecitare l’aiuto di un «altro vescovo», così Menzingen non potrà dire «vedete, l’avevamo detto, sono loro che hanno rotto».

Poiché la corda è fin troppo grossa, più grossa del cordone che portano i nostri cari religiosi, così grossa che lo stesso piccolo Marcellino di “Pane e vino” la noterebbe senza problemi.