di Marcello Veneziani

Le false libertà del '68

Fonte: In Terris

l 1968 non è una data come tante. È come una lapide fissata sul percorso della storia. Che sancisce un prima e un dopo. Ma una lapide significa anche altro. È una pietra tombale su un mondo, su una serie di valori e di costumi, di linguaggi e di sistemi, messi in discussione e in parte estirpati dal vortice rivoluzionario innescato da un irrefrenabile impulso di contestazione verso tutto ciò che rappresentava autorità, disciplina, identità.

In Terris ha intervistato sul tema lo scrittore e filosofo Marcello Veneziani, che dieci anni fa diede alle stampe un libro dall’eloquente titolo “Rovesciare il ‘68” (ed. Mondadori).

Su quale forma di libertà si poggiava ideologicamente il ’68?
“La libertà assume nel ’68 il significato globale di liberazione. Liberazione del soggetto, della sessualità repressa, dei popoli oppressi, degli istinti e degli impulsi incatenati. Liberazione dallo Stato e dalla Norma, dalla Famiglia e dai suoi obblighi e rituali, liberazione dai vincoli di ogni tipo, elogio dell’infedeltà e del camaleontismo come mutazione permanente. È la passione per l’illimitato, la libertà come vietato vietare, come desiderio di creazione e di autocreazione permanente, senza alcun confine. Ma dietro la promessa della liberazione da tutto, dietro la marcusiana denuncia della tolleranza repressiva (proprio quel Marcuse che aveva scritto un saggio sulla liberazione), si celava nel ’68 anche il suo rovescio arrogante, l’intolleranza permissiva; ovvero permissivismo estremo ma guai a chi non accetta il nuovo comandamento della liberazione e della contestazione. Quel fondo di intolleranza dette vita poi all’estremismo politico, alla violenza del radicalismo, alla giustificazione di regimi come quello di Mao e di Pol Pot, che nel nome della rivoluzione culturale e della liberazione da ogni passato, compirono stermini che nemmeno Hitler e Stalin insieme hanno compiuto”.

È possibile elencare una rassegna dei danni provocati dalla contestazione?
“Il ’68 fallì come rivoluzione politica ed economica, perché gli assetti di potere e il sistema capitalistico restarono saldamente in sella. Ma si accanì sul costume, sul sesso e sul linguaggio, sulla famiglia e sul rapporto tra le generazioni, sulla scuola e sull’università. E lì produsse i suoi più gravi danni, alcuni irreparabili. La società entrata nel ‘68 aveva molte pecche e molti arcaismi, molte ipocrisie e molte contraddizioni, ma quella che ne uscì, soprattutto in quegli ambiti citati, fu peggio. L’errore d’origine fu la scissione tra diritti e doveri, tra libertà e responsabilità, tra risultati e meriti, e il predominio assoluto dei desideri su ogni altra considerazione”.

Per una sorta di eterogenesi dei fini, il sistema capitalistico ne uscì persino rafforzato dal ’68. Come è stato possibile?
“Perché il ‘68, al di là del massimalismo che ostentava e della passione per le rivoluzioni esotiche, nell’America latina, in Cina e in Cambogia, nacque e morì come rivoluzione intraborghese e non antiborghese; una rivoluzione interna alla borghesia che usò la contestazione per liberarsi dei suoi residui valori cristiani, morali e tradizionali. In questa chiave, il ’68 sgombrò la società degli ultimi argini che si opponevano al trionfo assoluto e definitivo del capitalismo globale: gli argini rappresentati dai valori tradizionali, dalla famiglia, dal legame nazionale, dal senso religioso”.

Quali le radici ideologiche di questo odio verso certi valori?
“Il movimento sessantottino riteneva che la tradizione facesse parte di una ‘santa alleanza’ della reazione guidata dal capitale: invece la tradizione era l’ultimo baluardo per impedire che i cittadini, i credenti, i patrioti, i connazionali, i genitori, fossero ridotti solo a consumatori, pedine intercambiabili, atomi senza identità. Di conseguenza il capitalismo trionfò e spesso assunse come suoi agenti e funzionari i sessantottini di ieri. In fondo il racconto presente del ’68 come una radicale modernizzazione significa proprio questo: una società radicale di massa, concepita su valori radicali e interessi capitalistici globali”.

Come e quanto ha inciso sulla società la contestazione della figura del padre e dell’istituto familiare?
“La famiglia è stato l’ambito in cui il ’68 ha prodotto più devastazioni. E il padre inteso come auctoritas, come pater familias, ma anche come santo padre, come patria – cioè terra dei padri – come docente, veniva simbolicamente soppresso. Il ‘68 – scrissi nel mio libro – fu il movimento del parricidio gioioso che portò a compimento quella tendenza parricida insita nella modernità e più volte manifestatasi nel Novecento. Ma la società senza padre del ’68 produsse anche la società senza figli, con una denatalità record e con l’idea che il sessantottino sia un adolescente permanente che non si proietta in nessun figlio perché è lui eterno Peter Pan”.

Sono dati Istat di questi giorni: una donna italiana in età fertile su due non ha figli. Il prezzo dell’emancipazione femminile è stata la rinuncia alla maternità e l’atroce crisi demografica dell’Italia odierna?
“Si, in gran parte è così. L’emancipazione femminile ha prodotto innegabili frutti e riconosciuto diritti fondamentali alle donne; ma con la stessa onestà si riconosca che tutto questo è avvenuto a scapito della maternità , della coesione familiare e dell’equilibrio fondato sulla diversità dei ruoli. Poi si può pur dire che le conquiste valevano le perdite, ma si abbia la lealtà di dire che quelle conquiste comportarono delle perdite ingenti e significative”.

Dal ’68 è scaturita – ha detto lei – una “società radicale di massa”. Questo trionfo dei valori libertari è avvenuto nonostante il consenso elettorale del Partito Radicale sia stato sempre mediamente basso…
“Dopo il ’68 nessun movimento rivoluzionario andò al potere in Occidente e tantomeno in Italia; in compenso si avviò quel percorso – divorzio, aborto, depenalizzazione di reati legati alla droga e altri concernenti la famiglia, unioni omosessuali, per poi proseguire con altri più recenti. In sostanza ha vinto l’anima radicale del ’68. E la stessa sinistra oggi non riesce più a rappresentare le classi povere e oppresse, i proletari e le borgate, gli operai e le masse, ma concentra le sue battaglie sulle unioni civili, eutanasia, femminicidio ecc. La rivoluzione sociale si è fatta rivoluzione sessuale”.

Nel suo libro ricorda Jan Palach, sottolineando che mentre “gli altri incendiarono il mondo pensando a se stessi, lui incendiò se stesso pensando al mondo”. Il ’68 produsse anche qualcosa di buono?
“A Est, la rivolta giovanile fu concepita nel segno di un binomio, patria e libertà, ovvero indipendenza nazionale, sovranità politica e libera espressione del dissenso. E questo produsse frutti. In fondo il gesto di Jan Palach come la denuncia di Solzenicyn  e di Papa Wojtyla, produssero quel movimento popolare che poi coincise col crollo del comunismo. Non so se definirlo ’68 ma quello fu un effetto largamente positivo”.

Un sentimento di rifiuto verso questa sorta di bulimia di libertà individuali sembra diffondersi. A dieci anni dall’uscita del suo libro, rileva che si sia infoltita la schiera di quanti vorrebbero “rovesciare il ‘68”?
“Non lo so. A volte sarei tentato di dir di no, c’è assuefazione al processo in corso e alle tappe forzate subite, c’è rassegnazione, convinzione che sia un flusso inarrestabile e potente. Ma a volte noto una consapevolezza della partita in gioco che non c’era dieci anni fa e più, una maggiore sensibilità su questi temi, un’insofferenza e una ribellione al poltically correct, che è poi il lascito del ’68, una scia di risultati politici in tutto l’Occidente ma anche nell’Est Europa che lascia pensare a un rovesciamento del ’68. Si tratta, naturalmente, di una rivoluzione culturale, alla quale però mancano i leader, gli esempi, i linguaggi, i mezzi, soprattutto i media per farlo. E laboratori in cui formare una generazione post-sessantottina, anti-sessantottina ma non per istinto e pulsione, ma con cognizione di causa e capacità di agire. Difficile quanto necessaria”.

a cura di FEDERICO CENCI