di Alain de Benoist

L'ideologia dell'Identico

Fonte: Il giornale del Ribelle

Contro che cosa ci si deve ribellare al giorno d’oggi? Di fronte all’ascesa del pensiero unico, di fronte al gonfiarsi di un’onda straordinaria di ciò che non esitiamo a chiamare il conformismo planetario, di fronte alle diverse patologie che affliggono le nostre società, di fronte alle varie minacce che su di esse gravano e che oscurano il loro avvenire, non c’è che l’imbarazzo della scelta. Mi sembra tuttavia che la maggior parte di questi fenomeni ai quali tentiamo di opporci abbia una causa comune. Mi sembra cioè che questi fenomeni si rivelino come conseguenze di un’ideologia ben precisa, secolare e multiforme, che propongo di chiamare “l’ideologia dell’Identico”. L’ideologia dell’Identico è un’ideologia che si sviluppa a partire da ciò che c’è di comune in tutti gli uomini. Più precisamente, si sviluppa tenendo conto solamente di ciò che gli uomini hanno in comune ed interpretandolo come l’Identico, e ciò significa, in altre parole, che una tale ideologia non può che aspirare all’appiattimento. L’Ideologia dell’Identico fa spesso riferimento all’uguaglianza, ma ad un’uguaglianza puramente astratta: in assenza di un criterio preciso che permetta di determinarla concretamente, l’uguaglianza non è altro, infatti, che un diverso nome dell’Identico. L’ideologia dell’Identico considera dunque l’uguaglianza universale tra gli uomini come un’uguaglianza in sé, slegata da ogni elemento di concretezza che permetterebbe di accertarla. È un’ideologia allergica a tutto ciò che specifica e caratterizza la singolarità, che interpreta ogni distinzione come potenzialmente spregiativa, che considera le differenze contingenti, transitorie, inessenziali o secondarie. Il suo motore è l’idea di Unico, che è ciò che non sopporta l’Altro, e intende ridurre tutto all’unità: Dio unico, civiltà unica, pensiero unico. […]

Per sradicare la diversità, per ricondurre l’umanità all’unità politica e sociale, l’ideologia dell’Identico fa spesso appello, nelle sue formulazioni profane, alle teorie che vedono nella sovrastruttura sociale, nelle conseguenze della dominazione, nell’influenza dell’educazione o dell’ambiente, la causa di queste distinzioni, che vede come un male provvisorio. La fonte del male sociale è così posta all’esterno dell’uomo, come se l’esterno non fosse altro che il prodotto e il prolungamento dell’interno. Modificando le cause esterne, si potrebbe così trasformare il foro interno dell’uomo, oppure addirittura far emergere la sua vera “natura”. Per riuscirci si farà ricorso sia a metodi autoritari e coercitivi, sia a condizionamenti o contro-condizionamenti sociali, sia al “dialogo” e all’“appello alla ragione”, senza d’altra parte ottenere più risultati in un caso che nell’altro – il fallimento essendo poi sempre attribuito non già ad un errore nelle ipotesi di partenza, ma al carattere ancora insufficiente dei mezzi impiegati. L’idea sottostante è quella di una società pacifica o perfetta, o almeno di una società che diventerebbe “giusta” se si facessero sparire tutte le variabili esterne che impediscono l’avvento dell’Identico. L’ideologia dell’Identico è oggi ampiamente dominante. Si potrebbe addirittura dire che essa è sia la norma fondamentale da cui derivano tutte le altre, sia la norma unica di un’epoca senza norme che non ne vuole avere di altre. Ma essa ha anche una storia: è nata innanzitutto in ambito teologico, concretandosi in Occidente nell’idea cristiana secondo cui tutti gli uomini, al di là delle loro caratteristiche individuali, al di là del contesto particolare della loro esistenza individuale, sono titolari di un’anima in analoga relazione con Dio. Tutti gli uomini sono per natura e dignità uguali essendo stati creati ad immagine del Dio unico. Il corollario, che è stato ampiamente sviluppato da sant’Agostino, è quello di un’umanità fondamentalmente una, le componenti della quale sarebbero tutte chiamate a svilupparsi nella stessa direzione, realizzando tra di loro una convergenza sempre più grande. Si tratta della radice cristiana dell’idea di progresso. Divenuta terrena attraverso il lento processo di secolarizzazione, quest’idea darà vita all’idea di una ragione comune a tutti – «una e intera in ciascuno», dirà Cartesio – alla quale ogni uomo parteciperebbe in ragione della sua umanità. Non ho chiaramente il tempo di esaminare ora il modo in cui l’ideologia dell’Identico ha generato in seno alla cultura occidentale tutte le strategie normative/repressive che Michel Foucault ha descritto in modo esaustivo. Ricorderò soltanto che lo Stato-nazione, nel corso del suo percorso storico, si è preoccupato più di assimilare che di integrare, prefiggendosi di ridurre le differenze uniformando la società globale. Questa tendenza è stata continuata e accelerata dalla Rivoluzione del 1789 che, fedele allo spirito geometrico, ha decretato la soppressione di tutti quei corpi intermedi che l’Ancien Régime aveva lasciato sopravvivere. Da allora ciò che interessa è solo l’umanità e, analogamente, una cittadinanza il cui esercizio è concepito come partecipazione all’universalità della cosa pubblica. Gli Ebrei diventano dei “cittadini come gli altri”, le donne “degli uomini come gli altri”. Ciò che li caratterizza individualmente, l’appartenenza a un sesso o a un popolo, viene considerato inesistente o viene nascosto confinandolo nella sfera privata. Le grandi ideologie moderne si adeguano così ad un ideale di instaurazione o restaurazione dell’unità generale. Sogneranno così l’unificazione del mondo da parte del mercato o una società “omogenea” scevra da ogni negatività sociale “straniera”, oppure, ancora, un’umanità riconciliata con se stessa che ha infine ritrovato la sua essenza. L’ideale politico sarà l’eliminazione progressiva delle frontiere che separano arbitrariamente gli uomini: ci si dirà “cittadini del mondo”, come se il “mondo” fosse – o potesse essere – un’entità politica. Con la modernità, come tutti sanno, questa tendenza all’omogeneo è stata portata all’estremo nelle società totalitarie e da parte di un potere centrale che si reputa l’unica fonte di legittimità possibile. Nelle società postmoderne occidentali, lo stesso risultato si ottiene con la mercificazione del mondo, processo più mite, certo, ma non per questo meno efficace, visto che il grado di omogeneità delle società occidentali attuali supera ampiamente quello delle società totalitarie del secolo scorso. Al giorno d’oggi quest’ideologia dell’Identico si sta diffondendo in ogni ambito. Da essa deriva lo sradicamento progressivo delle specificità culturali e degli stili di vita diversi; essa è all’origine della confusione crescente dei ruoli sociali maschili-femminili, così come è all’origine di un’immigrazione di massa incontrollata, che porta con sé ogni giorno gravissime patologie sociali. È essa, infine, che ritroviamo nell’avvento della nuova religione dei diritti dell’uomo, che pretende di sottomettere la Terra intera ai suoi diktats giuridici e morali.

L’antropologia culturale del XX secolo si era fondata su un presupposto relativista, ovvero la convinzione che le idee, i valori e i comportamenti caratteristici di ogni popolo o cultura non possono essere capiti ed apprezzati che nel contesto di tale popolo o cultura. Questo presupposto, che scaturiva in parte dalle rappresentazioni organiciste della filosofia politica romantica del secolo scorso, è anch’esso al giorno d’oggi sempre più dimenticato in nome di questa ideologia dei diritti dell’uomo, che pretende di educare il mondo intero sottomettendo tutte le culture agli stessi valori fondamentali, che non sono niente altro che i valori specifici di una cultura particolare.   Sotto le sembianze della generosità, un nuovo imperialismo ha quindi inizio, poiché coloro che cercano di cancellare dappertutto le differenze cercano in realtà di far assomigliare tutte le culture alla loro. È una legge che si è ripetuta dappertutto nella storia. L’ideologia dell’Identico è inoltre perfettamente contraddittoria. Nel momento stesso in cui si dice unificatrice, sancisce uno strappo insuperabile tra l’umanità e il resto dei viventi, mentre all’interno delle società umane, a causa dei suoi principi individualisti, provoca una disgregazione sempre maggiore delle strutture del vivere comune. L’obiettivo universalista è infatti sempre legato all’individualismo, non potendo tale ideologia porre l’umanità come fondamentalmente una se non concependola come composta di atomi individuali, visti nel modo più astratto possibile, ovvero al di fuori di ogni contesto e mediazione. È questo il motivo per cui essa mira a far sparire tutto ciò che si frappone tra l’individuo e l’umanità: culture popolari, comunità vive, corpi intermediari, stili di vita diversi. L’ideologia dell’Identico si diffonde eliminando le differenze, ma eliminando contemporaneamente anche ciò che le tiene insieme, ovvero le strutture flessibili in seno alle quali le differenze s’iscrivono, che sono anch’esse diverse. Prendendo di mira differenze che sono sempre organicamente ordinate, essa suscita nello stesso tempo l’atomizzazione e la divisione. In mancanza di una cornice che lo racchiuda, la febbre dell’Uno porta alla dissoluzione del legame sociale. Quest’aumento dell’individualismo, di cui si felicitano i liberali, ha portato inoltre all’avvento dello Stato-Provvidenza, di cui invece si lamentano. È una constatazione paradossale, che è però la conseguenza di una logica perfetta. Più le strutture comunitarie crollavano, più lo Stato doveva prendersi carico della domanda di solidarietà degli individui. Viceversa, più garantiva loro sicurezza, più li dispensava «dall’intrattenere relazioni familiari o comunitarie che costituivano in precedenza protezioni indispensabili».  Movimento dialettico e circolo vizioso: da una parte la società differenziata si sfalda, dall’altra lo Stato omogeneizzante avanza con la stessa rapidità dell’individualismo. Più individui isolati ci sono, più lo Stato può trattarli uniformemente. […]

Chi parla in nome dell’“umanità” mette inevitabilmente i suoi avversari fuori dall’umanità. […] Non solamente la differenza ritorna sempre, non essendoci due soli esseri viventi che siano in tutto e per tutto identici, ma ritorna con tanta più forza quanto più cerchiamo di sopprimerla. Ostile alla differenza, l’ideologia dell’Identico conduce inevitabilmente all’indifferenziazione. Ora, l’indifferenziazione è sempre un segnale di disintegrazione sociale, e tale disintegrazione non può che produrre a sua volta comportamenti aggressivi ed ostili. Gli uomini, infatti, hanno paura dell’Identico almeno quanta ne hanno dell’Altro, se non di più. Le ideologie dominanti credono in modo ecumenico che l’omogeneizzazione del mondo non potrebbe portare che alla pace poiché permetterebbe una migliore “comprensione”. Ma ci accorgiamo ben presto che, al contrario, tale omogeneizzazione suscita conflitti identitarî, risveglia irredentismi secolari e genera nazionalismi spasmodici. All’interno stesso delle società, l’ideologia dell’Identico generalizza la rivalità mimetica descritta ottimamente da René Girard, esacerbando il desiderio di distinguersi con tanta più forza quanto più proibisce la distinzione, e questo è il motivo per cui si può dire che intimamente l’Identico fomenta la guerra. Nella migliore delle ipotesi generalizza l’indifferenza e la noia. Nella peggiore, porta a reazioni violente e allo scatenarsi delle passioni. L’ideologia dell’Identico si materializza al giorno d’oggi sotto i nostri occhi nel fenomeno della mondializzazione. Abbiamo già avuto l’occasione di parlarne qualche anno fa, ma sentiamo il bisogno di ritornarci, poiché la mondializzazione – detta anche globalizzazione – costituisce ormai, che lo si voglia o meno, lo sfondo della nostra storia presente. Resa possibile dal crollo del sistema sovietico e dal rapido sviluppo dei mezzi di comunicazione elettronica, la mondializzazione rappresenta un processo di unificazione progressiva della Terra. Ma non si tratta di un’unificazione qualunque. Quella che si realizza sotto i nostri occhi opera all’interno della logica del capitale e dell’ideologia del mercato. In altri termini, la Terra tende ad unificarsi sotto forma di un grande mercato. Il mercato è per definizione il luogo in cui le differenze sono neutralizzate, attraverso la riduzione a più o meno grandi quantità di quell’equivalente universale che è il denaro. Il mercato trasforma tutto in merce, mentre, al contrario, ciò che non può essere trasformato in merce sfugge al mercato. Con la mondializzazione i paesi sviluppati passano dalla società con mercato alla società di mercato. Ciò significa che interi frammenti della vita umana che in precedenza erano fuori controllo, a partire dalle produzioni artistiche e culturali, sono ormai inclusi nel mercato, mentre, parallelamente, il modello di mercato si interiorizza nelle coscienze, portando poco a poco con sé una reificazione generalizzata dei rapporti sociali. È chiaro che non è la sinistra “cosmopolita” ad aver portato a compimento la mondializzazione, essendo questa piuttosto opera della destra liberale. È quest’ultima ad aver facilitato e poi accompagnato il compimento della tendenza secolare del capitalismo a diffondersi sempre di più – non avendo il mercato altri limiti che se stesso. Il capitalismo si è così rivelato più efficace del comunismo nell’abbattere le frontiere, mettendo di fronte a una dolorosa alternativa coloro che lo combattevano ieri in nome di un ideale internazionalista. Le conseguenze di questa mondializzazione commerciale senza regole, senza controllo e direzione, di questa macchina che avanza sola travolgendo tutto al suo passaggio, sono ben note. Si tratta innanzitutto della tendenza all’omogeneizzazione planetaria, all’uniformazione degli stili di vita e dei comportamenti tramite una generalizzazione di un modello antropologico che riporta l’uomo alla sua dimensione di produttore-consumatore.