Quei cinesi che combattono con IsisC’è un filo rosso sangue che collega la Siria alla Cina passando per la Palestina. Un filo che si snoda tra i paesaggi montuosi della provincia di Idlib, continua tra i campi profughi palestinesi, per giungere fino alla regione settentrionale dello Xinjiang. Qui vivono gli uiguri, un’etnia turcofona di religione islamica, da sempre in aperto contrasto col regime di Pechino, accusato di persecuzioni a sfondo razziale e religioso.

Da quando è iniziato il conflitto siriano migliaia di musulmani cinesi hanno deciso di abbandonare le proprie terre (che loro definiscono Turkestan Orientale) per seguire il richiamo del jihadismo internazionale. In Siria hanno costituito un battaglione, Katibat al-Ghuraba al Turkistan (KGT), composto per la quasi totalità da cinesi. A differenza degli altri jihadisti stranieri, gli uiguri non si spostano da soli, ma portano con sé mogli e figli. Nel corso del conflitto hanno costituito un’unità a sé stante all’interno della galassia islamista. Spesso alleati con Al-qaeda e affini, altre volte hanno invece preferito agire di comune accordo con lo Stato Islamico. Chi ha avuto modo di incontrarli in questi anni li ha descritti come un gruppo estremamente chiuso in cui quasi nessuno parla la lingua araba. Abu Dardaa al-Shami, membro del gruppo estremista Jund al-Aqsa, ha dichiarato che gli uiguri «combattono come leoni nelle offensive terrestri. Lo posso dire con certezza dopo aver combattuto con loro in tante battaglie al Nord».

Molto attivi sui social media, gli uomini del KGT si dicono pronti a combattere fino alla morte e con ogni probabilità terranno fede a questa promessa visto non potranno tornare in patria da vivi. Negli ultimi mesi sono stati proprio gli uiguri a tenere alto il morale di tutte le forze ribelli trincerate a Idlib, i cinesi sono i primi a gettarsi nella mischia e gli ultimi a ritirarsi. Lentamente, ma in maniera inesorabile, il KGT è stato in grado di imporsi tra i ranghi dei gruppi jihadisti attivi in Siria come vero e proprio leader dell’ultima sacca di resistenza ribelle a Idlib.

Sconfiggere Bashar Assad e i suoi alleati non sembra però essere il principale obiettivo di questi combattenti. Nei loro messaggi e nei video propagandistici in cui vengono mostrate le loro azioni sul campo, il KTG promuove, dalla Siria, la causa della secessione dello Xinjiang, la loro patria. Il messaggio è quindi diretto ai loro correligionari rimasti in Cina e la minaccia, sia pure indirettamente, è rivolta a Pechino.

Per questa ragione il governo cinese ha deciso, lo scorso dicembre, di inviare alcuni uomini delle unità speciali “Tigri notturne” in appoggio ai reparti dell’esercito siriano, incaricati di stanare i cinquemila “leoni” uiguri dalle loro tane sulle montagne di Latakia.  «Queste persone non solo combattono assieme alle forze terroristiche internazionali in Siria, ma ritorneranno in Cina e costituiscono una minaccia per la sicurezza nazionale nel nostro Paese», ha dichiarato Li Wei, direttore del Cicir (Istituto di studi per la sicurezza e il controllo delle armi).

Il filo rosso che collega la Siria alla Cina passa anche dai campi profughi palestinesi. Il KGT ha infatti da pochi giorni annunciato la creazione di una propria sotto-unità palestinese che ha preso il nome di Saraya Ghuraba Filistin (SGF). Questo nuovo braccio armato è stato progettato per ospitare all’interno del gruppo in maggioranza uiguro altri arabi, prevalentemente palestinesi. Alcuni osservatori ipotizzano che la creazione della nuova unità arabo-palestinese sia direttamente collegata alle lotte intestine tra gruppi ribelli scoppiate pochi mesi fa nelle province di Hama e Idlib.

A capo della nuova formazione sino-palestinese c’è Abu Muhammad al-Filistini, un jihadista palestinese probabilmente legato ad Hamas. In un messaggio audio rilasciato poche ore dopo l’annuncio della creazione del SGF, al-Filistini ha incitato alla rivolta il campo profughi palestinese di ‘Ayn al-Hilweh, in Libano.  “Ricordiamo i nostri fratelli in Libano e nel campo di ‘Ayn al-Hilwe, li chiamiamo nella terra del jihad. Questa è la terra benedetta in Siria “, ha proclamato. Una chiamata alle armi che non deve sorprendere: ’Ayn al-Hilweh ha una lunga storia come terreno di coltura per militanti islamisti e una oscura reputazione come focolaio di estremismo. Alla fine del 2013 Al-Qaeda aveva addirittura ufficializzato la presenza di una propria succursale all’interno del campo. Non è chiaro quanti palestinesi  di SGF provengano da campi profughi all’interno della Siria o da paesi stranieri. Il discorso di Filistini esplicitava però direttamente che lui e molti dei suoi seguaci non provenissero dalla Siria. Ma se il suo primo discorso pubblico è stato diretto al Libano, e in particolare al campo di Ain el Helwe, è probabile che molti dei combattenti di Saraya Ghuraba Filistin provengano  proprio da quel campo. L’appello del nuovo leader palestinese a quanto pare ha ottenuto consensi. Venerdì scorso (9 febbraio) sono avvenuti degli scontri proprio all’interno del campo profughi in Libano. Le agenzie riferiscono di almeno un islamista radicale ucciso, mentre alcune case hanno preso fuoco durante gli scontri tra jihadisti presenti all’interno del campo e forze di sicurezza libanesi incaricate di mantenere l’ordine nella zona. L’obiettivo dei salafiti di SGF è probabilmente quello di portare ulteriore caos in un Libano già estremamente teso a causa delle minacce che arrivano da Israele.

La storia del Medio Oriente ci ha insegnato come la causa palestinese venga utilizzata come mera propaganda da ciascuno degli stati protagonisti della regione e il conflitto siriano in questo non fa alcuna eccezione. Ognuno degli attori in campo nella guerra in Siria possiede almeno un contingente di militanti palestinesi. L’esercito di Assad vanta tra le sue fila la temibile “Brigata Gerusalemme” che ha contribuito insieme agli sciiti di Hebollah alla liberazione di Aleppo, Daesh aveva delle unità costituite da soli combattenti palestinesi. L’Iran cerca in tutti i modi di ingraziarsi Hamas che però ha detto forte e chiaro di non appoggiare minimamente il regime siriano, alleato degli ayatollah. È in questo quadro estremamente intricato che si inseriscono anche i musulmani cinesi mentre il filo rosso che unisce questa martoriata parte del mondo continua a sanguinare.

 

Fonte: http://www.occhidellaguerra.it/nasce-un-gruppo-jihadista-formato-cinesi-palestinesi/